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mercoledì 27 luglio 2011

Rued Langgaard e la sua prospettiva tardo-romantica


Langgaard, R.: Piano Works, vol.  2 (Tange)


Di certo, la sinfonia nella musica colta ne ha fatta di strada. Se pensiamo al suo excursus storico, non possiamo fare a meno di pensare che si è sviluppata secondo linee di genere e di provenienza. Se da una parte abbiamo assistito ad una variazione dello stile compositivo tra il barocco e il classico, poi tra il romantico e il moderno, lo stesso può dirsi per le caratteristiche omogenee che la sinfonia ha rivestito (all’interno dei generi) nell’àmbito dei movimenti che si sono formati in alcuni paesi: basti pensare che la famosa dottrina austro/tedesca inaugurata da Mozart e poi portata avanti dai Beethoven, Brahms, fino ai massimi poli cromatici di Bruckner e Mahler, non è stato un caso isolato seppur importante ed imprescindibile come riferimento: si pensi alle evoluzioni della sinfonia in Russia che dopo Tchaikovski, grazie a Scriabin e a tutta una serie di compositori misconosciuti acquisì propri elementi di caratterizzazione oppure alle sinfonie dei compositori franco-inglesi del periodo impressionista che schiusero nuove porte di originalità, o anche alla sinfonia nordica di Nielsen e Sibelius etc, che permise un adeguamento umorale/geografico della stessa, ed in generale, a tutte quelle composizioni che avevano a che fare con aspetti del folklore o della tradizione popolare di ciascun paese. (es. le sinfonie sudamericane o quelle giapponesi). Molta critica sminuisce il valore della sinfonia di oggi, quantomeno quella che oggi non ha le stesse credenziali di quella del passato, ma personalmente ritengo che la verità vada ricercata sempre nella mediazione delle posizioni, per cui anche le sinfonie “moderne” devono avere lo stesso trattamento se conducono a risultati veri, emotivi ed innovativi.

Il compositore danese Rued Langgard (1893-1952) fa parte di quei compositori in stile tardo romantico che seppe, però, introdurre una personale variazione del linguaggio di matrice tedesca: la cospicua attività sinfonica e la buona mole di produzione musicale al piano furono le due migliori manifestazioni della difficile accettazione della sua arte in tempi in cui era d'obbligo percorrere determinate strade per potersi affermare: Langgard si pose in una situazione particolare rispetto al Romanticismo di stampo germanico che predominava nella sua Danimarca, poiché le esperienze d’ascolto fatte su Nielsen, lo trascinavano inevitabilmente verso una modernità d’interpretazione della musica che, accanto ad una base solida di formazione “romantica” (si va dal sinfonismo di Beethoven e Wagner al pianismo francese di Chopin e Berlioz) incorporava alcuni “passaggi” (direi piuttosto pronunciati nell’insieme) che avevano a che fare più con la parte fobica di Scriabin che con la posizione romantica di base, e ancora di più prefiguravano scenari “minimalistici” allora impensati. L’uso del simbolismo musicale e della ripetizione sia nell’orchestrazione che nella composizione solistica era certamente una sua quasi costante prerogativa. E’ qui forse che va scavato il personaggio (nettamente sottovaluto da critica e pubblico ) che non aveva il desiderio di creare una nuova musicalità o un nuovo linguaggio; era un compositore pienamente consapevole di essere un continuatore della linea storica classica che partendo da Gade arrivava fino a Wagner e Strauss, ma allo stesso tempo credeva che fosse ancora possibile esprimere la grandeur del romanticismo attraverso la descrizione degli stati d’animo e della poesia: data la stretta correlazione tra quest’ultima e la musica, Langgard cercava di trasmettere quelle sensazioni “spirituali” che spesso non riuscivano ad emergere da una composizione: le sfumature, la sensibilità, le emozioni più vicine ad una rappresentazione fedele dei fatti, così come nella migliore tradizione del Wagner di Parsifal. Tuttavia, questa interpretazione non si sposa con la considerazione che Langgard fosse un particolare tardo-romanticista, specialmente se si pensa al suo capolavoro “Music of the sphere” , un lavoro meraviglioso ed anticipatore, letteralmente dimenticato nell’oblio di quei tempi; qui, l’uso degli accordi in clusters, le ripetizioni (minimalistiche!) e l’interesse per le geometrie “spaziali” lo trasportano nettamente al di fuori di quel movimento di cui faceva parte, per dargli un’autorevole posizione nell’ambito di quei lavori fondamentali per la modernità musicale (vedi la riscoperta di Norgard e Ligeti).

Per quanto riguarda questo secondo episodio di composizioni al piano solo, che segue, quello del 2005 fatto dalla pianista Berit Johansen Tange, sempre per la Dacapo Records, le premieres mondiali di alcuni brani confermano lo spirito del musicista diviso tra cultura romantica e simbolismo musicale: in particolare “Music of the Abyss” ispirata dalla laguna veneta, l’”Adorazione” , e la ricostruzione di alcune parti delle “Summer Holydays in Blekinge”, ne rappresentano nuovi e mai sentiti episodi che confermano non solo l’idillio della pianista Tange verso Langgard, ma sono anche nuove conferme del suo particolare lavoro che tendeva alla rappresentazione dell’animo. Un talento (molte di queste composizioni sono state scritte in età infantile o adolescenziale)….. e un “sognatore” (la cui insanità mentale lo aveva portato all’isolamento): elementi che spesso dividono un uomo medio da uno eccezionale.

Discografia consigliata:

-The symphonies, Box di 7 cd con tutte le sinfonie (16), Dausgard, Danish National Symphony Orchestra, Da Capo

-Music of spheres/Tone picture, Rozhdestvensky, Chandos

-Piano Works vol. 1, Tange, Dacapo


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