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lunedì 18 luglio 2011

Mimetizzarsi con i tempi: Joe Jackson


Uno dei desideri forti di molti europei è spesso quello di americanizzarsi dal punto di vista musicale. Joe Jackson rappresenta uno degli esempi compiuti di questo processo di americanizzazione che in verità è un fenomeno che spesso si incrocia con il suo opposto. Jackson, alla fine degli anni settanta, era un giovane leader di un gruppo rock, che suonava più “Usa” che “England” (cioè la terra di provenienza): in quegli anni, assieme a gente come Elvis Costello, Nick Lowe, Graham Parker, etc., fu portavoce di un movimento musicale che pur partendo dalla provincia inglese, aveva metabolizzato tutti i caratteri somatici musicali dei generi americani: il puzzle era composito e comprendeva una base punk, memore della lezione rock’n’roll di Chuck Berry, in cui venivano introdotti elementi di moda dell’epoca come la ska music e il raggae, filtrando il tutto con la sensibilità pop dell’Inghilterra dei Beatles. I primi tre albums di Jackson sono pienamente immersi nello stile pub-rock e introducono un artista diretto, forse ancora acerbo dal punto di vista compositivo, le cui canzoni, brevi e alla ricerca di un immediato riscontro, non dispongono ancora di quella personalità che arriverà in seguito. In realtà, già con il terzo “Beat Crazy” Jackson fa un passo in avanti; se i primi due si proiettavano senza particolari sussulti in una giostra di suoni eterogenei alla moda, “Beat Crazy” comincia ad evidenziare un miglioramento notevole della scrittura, (che acquisisce più originalità grazie ad una maggiore variazione dei temi) , un miglioramento vocale acquisito grazie ad una maggiore duttilità della ricerca musicale (con una gamma “fanciullesca” che va dallo sbarazzino e ribelle fino al falsetto malinconico e drammatico), che si affianca all’idea di far confluire nella sua musica una miscela di suoni diversi, esaltati dinamicamente, formula che costituirà il leit-motiv della sua carriera. L’episodio di “Jumpin’ Jive”, in cui Jackson si rivela appassionato del jazz ante modernità, lo introduce al secondo stadio della sua carriera, quella che gli ha dato sicuramente maggiori soddisfazioni commerciali. Così come fu partecipe del movimento pub, allo stesso modo si rende protagonista del nascente filone “cool” jazz che sbocciava in Inghilterra negli anni ottanta e che vedeva nelle sue fila artisti come gli Style Councils di Paul Weller, gli Everything but the girl, Working Week, Carmel, etc. Lo scopo (che rinviene chiaramente dalla copertina di “Body and soul”, in cui Jackson viene raffigurato in un atteggiamento simile a quello dell’album “Volume 2” di Sonny Rollins) è la riproposizione dei temi melodici jazzistici degli anni quaranta e cinquanta vicini alle escursioni musicali di Mulligan e Baker, o a quelle di Rollins e Webster, riviste secondo il proprio stile. Anzi, Jackson, in quel periodo, viene invitato a suonare dal produttore Hal Willner nel tributo a Thelonious Monk, dove restituisce una delle più belle versioni di “Round Midnight” scritta dal grande pianista americano. Negli albums a suo nome, Joe consegnerà alcuni capolavori di sintesi tra sensibilità jazz, ballate pop, blues, musica latina, pub-rock, che si faranno apprezzare anche per l’aspetto tematico: in tal senso è “Night and day”, che costituirà l’episodio più aggiornato di un ipotetico “europeo” che va a vivere nella Grande Mela, un viaggio “preoccupato” ma pieno di attualità e di spunti che inducono ad una intelligente riflessione umana. In “Body and soul” compaiono inoltre i primi vagiti di Jackson direttamente indirizzati alla musica classica, che lo vedono già compositore maturo per un genere che evidentemente è stato fagocitato in fretta dall’artista. Parallelamente ad una più circoscritta attività musicale per soddisfare colonne sonore di films, Joe è attratto dalla musica colta e in “Will Power” fa il suo primo tentativo: la quasi totalità della critica musicale ha sempre trascurato quest’aspetto dell’artista, ritenendolo non allo stesso livello dei trascorsi rock e jazz: io, penso, invece, che questa sia nettamente da rivalutare: “Will Power” contiene probabilmente il meglio che Jackson abbia composto nella sua carriera, e forgia un suo suono che si insinua tra il generale polistilismo stilistico che lo contraddistingue: nei suoi cinque brani, Jackson che aveva studiato composizione alla Royal Accademy of Music di Londra, mostra un talento ineccepibile per un artista che proviene dal rock, distillando il suo stile dinamico e vario al servizio di accattivanti brani che pescano dal minimalismo (americano), dalle sinfonie particolarmente avvezze ai violini di stampo Barberiano (ancora americani), dal pianismo jazz diviso tra scuola europea di fine ottocento e tempi tipicamenti Gershwin-iani (sempre americani). “Will Power” entra con pieno diritto tra i migliori dischi del movimento” new-romantics” a cui lo si può tranquillamente accostare, pur non avendo avuto nessuna segnalazione della critica in tal senso. A quel punto, però, forse anche per paura di perdere benefici economici e popolarità, Jackson miscela la sua scrittura in una struttura più propriamente “popolare”: se “Night music” lo propone in una veste classica molto più “cantabile”, “Heaven and Hell” tenta di dar luogo ad una idea omnicomprensiva al pari di “Night and day”; come quest’ultimo risulta cosmopolita nell’approccio musicale, lo stesso dicasi per “Heaven and Hell” che coniuga toni classici (specie barocchi e neoclassici), elementi di lounge music e new age (per via di piano e battute programmate in loop), scrittura pop, beat’n’drums. Il risultato è di ottimo spessore e l’idea di rappresentare attraverso delle songs cycle i sette vizi capitali è frutto anche del prezioso intervento di molte star canore (Dawn Upshaw, Joy Askew, Jane Siberry, Suzanne Vega), sebbene forse balena l’impressione che risulti vittima di quel crogiuolo di stili così diversi. Se “Will Power” era la prova di un compositore “classico”, quella di “Heaven and Hell” è quella di un compositore “moderno”. A dispetto del titolo, “Symphony n.1”, due anni dopo, è una sinfonia che fa parte più del jazz che del mondo classico.
Jackson, comunque, non abbandona mai la prospettiva rock, registrando albums poliedrici, con le solite molte influenze, che in molti casi risultano maturi e più accattivanti dei primordiali episodi degli esordi. La sua attività live, poi, si infittisce in maniera abnorme (poiché questa costituisce la parte rilevante delle sue registrazioni dal 2000 in poi). Da quella data in poi, Jackson ha registrato solo due albums di materiale nuovo, ossia il secondo volume di Night and Day, (un tentativo non pienamente riuscito di far convivere le tendenze attuali della musica newyorchese), e “Rain” nel 2008 (una buona prova in linea con il suo standard d’autore, ma tale forse da non poterla inserirla tra le migliori in assoluto dell’artista inglese).
Discografia consigliata:
-Beat Crazy, A&M, 1980
-Night and day, A&M 1982
-Body and soul, A&M, 1984
-Big wordl, A&M, 1986
-Will Power, A&M, 1987
-Blaze of glory, Universal, 1989
-Night music, Virgin, 1994
-Heaven and Hell, Sony, 1997
-Symphony no. 1, Sony, 1999


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