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mercoledì 20 luglio 2011

Le Jam Sessions e l'H.o.r.d.e.


I grandi gruppi americani nati negli anni sessanta avevano il pregio di avere un grosso contatto con i loro estimatori, e, nella dimensione live, esprimere il massimo delle loro capacità artistiche: i Greateful Dead, ad esempio, nel loro live “Live Dead”, composero la miglior versione in assoluto di “Dark Star” della loro discografia (anche quella non ufficiale), riuscendo ad arrichire l’idea di una moderna incarnazione delle radici musicali americane soprattutto nel respiro dell’improvvisazione fatta durante i concerti. Un concetto, tralatro, molto caro al jazz, che questa virtù l’aveva fatta propria e l’aveva inventata. La “Jam session” che era nata per soddisfare l’afterhour dei concerti pubblici, veniva inglobata nell’orario di esibizione, ma con un numero di partecipanti “fedeli” notevolmente più alto. Il tratto caratteristico di questa sessione improvvisata tra i musicisti di un gruppo risiedeva soprattutto nella lunga durata dei brani, la cui dilatazione serviva per mettere a punto uno stile, un fraseggio, un discorso musicale d’insieme. Il rock-blues degli anni sessanta con l'esplosione di tanti famosi chitarristi fu sicuramente un avvenimento importante (Hendrix, Duane Allmann, Clapton, Santana, etc.) tutti ormai facevano uso di questa dilatazione sonora temporale. La registrazione live, che veniva poi incisa su disco, acquisiva spesso connotazioni più profonde di una semplice riproposizione live di brani musicali: costituiva il veicolo adatto per aprire con la musica spazi musicali non soggetti a regole, qui il concetto di creazione veniva portato a compimento e condiviso con la comunità interessata. Alla fine degli anni ottanta, alcuni gruppi come i Phish, i Blues Traveler, Widespread Panic, Spin Doctor, etc., recuperarono a loro modo quella antica dimensione, facendo attenzione comunque a non reinventare una semplice sequela di accordi ed assoli ben calibrati nella lunghezza, ma proponendo suites dove accanto agli elementi di base del puzzle americano si introducevano elementi personali tratti da loro bagaglio di ascolti: i Phish, che ebbi la fortuna di vedere in un loro concerto di svariati anni fa, si caratterizzavano per il fatto che in maniera variabile, con continui cambi di ritmo, riuscivano a mantenersi nell'american music con infiltrazioni di elementi tratti da altre influenze (il blues di Hendrix, i vocali corali nonsense alla Zappa, gli slanci jazzistici, i ritmi funk, etc.), rimanendo quindi sempre nei territori d’origine; il tutto veniva portato in migliaia di concerti in giro per l’America: il movimento Horde, che sta per "Horizons of Rock Developing Everywhere", con i suoi veri e propri festivals estivi, aveva ottenuto un seguito tale che tanti gruppi e musicisti aderirono a quel progetto, ma tra questi, quelli che più incarnarono lo spirito da “jam session” dei gruppi come Grateful Dead, Allman Brothers, Quicksilver Messengers Service, etc., furono solo quelli che ho citato prima. Per chi considera la discografia dal vivo come parte integrante di quella in studio, con l’Horde ebbe motivo di soddisfazione, poiché questi gruppi diedero alle stampe dei concerti dal vivo che non avevano niente da invidiare alla migliore storiografia live del rock; a questi, si potrà sempre obiettare che comunque trattasi di opere registrate in una precedente fase di studio, e quindi, si potrà porre l’accento sull’aspetto “creazione” e meno su quello “realizzazione”. Ognuno può scegliere di aderire all’una o all’altra idea e conseguentemente ascoltare le prove in studio o solo quelle dal vivo: quello che preme ricordare è che, soprattutto gruppi come i Phish o i Widespread Panic vanno considerati nel loro insieme come tra le migliori espressioni che il rock abbia attraversato nella decade dei novanta, in un momento in cui già serpeggiava tra gli operatori musicali, area di crisi nel genere. Il concetto di “jam session” sembra ancora essere uno di quegli appigli a cui musicisti più completi facenti parte dell’universo rock, si aggrappano per poter proporre nuovi infusi nel campo della tonalità rock. Quella decade vide molti musicisti americani allargare i confini delle proprie conoscenze verso territori omnicomprensivi (vedi le tracce ambient dei Phish di "A Picture of Nectar" o il progressive espresso in “Rift” e simili) in una maniera comunque diversa (ancora in cerca di una impronta tradizionale), da quella del nascente fenomento del post-rock americano. Vale la pena di ricordare come nel decennio 2000-2010, il movimento si sia notevolmente smorzato, specie dopo gli scioglimenti a singhiozzo dei Phish e che le tracce di questo tipo di improvvisazione andassero ritrovate altrove nel panorama del rock giovanile americano. Solo gruppi come i Gov't Mule (una sorta di Allman Brothers rivestiti a nuovo) o i Railroad Earth (che si facevano portavoci di un rinnovato connubio tra rock americano di stampo country-blues alla Marshall Tucker Band e lavoro in sessione jam dal vivo), meritano ancora lodi per aver saputo mantenere vivo in maniera intelligente l'interesse di una modalità di espressione artistica, impegnandosi sul versante musicale piuttosto che su quello revival-istico.
Discografia consigliata:
Per chi preferisce l'album in studio:
Phish, Lawn boy, 1990/Picture of nectar, 1991/Rift, 1993/Hoist, 1994/Round Room, 2004
Blues Traveler, Blues Traveler, A&M, 1990
Spin Doctors, Pocket full of kriptonite, Epic 1991
Widespread Panic, Space Wrangler, 1988
Gov't Mule, Dose, Volcano 1998
Railroad Earth, Bird in a house, Sugar Hill 2002

Per chi preferisce l'attività live:
-Phish, A live One, Elektra, 1995
-Blues Traveler, Live from the fall, A&M, 1996
-Widespread Panic, Light fuse, get away, 1998
-Spin Doctors, Homebelly groove... live, Epic 1992
-Gov't Mule, Live...from a little help from our friends, Volcano 1999
-Railroad Earth, Elko, Sugar Hill, 2006

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