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domenica 10 luglio 2011

La nuova realtà dell'indo-jazz




L'India mostrò una riluttanza alla perdita della purezza delle sue tradizioni musicali fino almeno agli anni cinquanta del secolo passato: a differenza di altre culture orientali (si pensi al Giappone ad esempio) dove immediata fu la corsa a possibili integrazioni musicali tra mondi diversi, in India, forse per ragioni storiche, fu difficile accettare il punto di vista degli occidentali. D'altronde, gli Inglesi che l'hanno colonizzata per anni, non dimostravano nemmeno agli inizi del novecento, un grande interesse per quelle realtà che venivano considerate rozze, primitive: tuttavia, autori come Elgar se ne servivano per musicare aspetti di vita collegati (The crown of India), ma sempre in uno stile nazionalistico/imperiale. Fu Cowell che, quando cominciò seriamente ad interessarsi delle culture orientali grazie a viaggi specifici, la musica indiana ricevette un primo vero impulso all'integrazione: Cowell fu il primo ad inserire la tabla in un concerto per così dire "occidentale" (per percussioni) e risolse i suoi studi sull'argomento con composizioni che pagavano un alto tributo a quelle sonorità (Hommage to Iran). John Coltrane, inoltre, cominciò ad esplorare le possibilità del raga nell'ambito del free jazz: in un clima innovativo, le possibilità di scambio interculturale permise agli indiani colti e lungimiranti che risiedavano nel paese più aperto per eccellenza, gli Stati Uniti, come Shankar di instaurare negli anni sessanta un vero e proprio clima di collaborazione innovativa che coinvolgeva tutti i musicisti di qualsiasi genere: con il violinista Menhuin, Shankar diede vita ad un illustre antesignano in materia, così come Joe Marriott istituì con Mayer l'indo-jazz, la prima miscela di be-bop e arte indiana, i Beatles e tanti gruppi rock ne ripresero a loro modo la strumentazione e soprattutto il clima di fondo (un lento raga con accenti vocali più o meno pronunciati a seconda della provenienza dell'autore). Ma se nella musica classica l'integrazione risultava più difficile, nel jazz del decennio successivo ci fu un'esplosione di creatività che coinvolse alcuni tra i migliori musicisti del momento: Ralph Towner in alcuni momenti della sua esperienza con gli Oregon, l'intriso di indianità Colin Walcott, senza dimenticare il superbo lavoro di creazione di uno zen musicale di risulta tentato dal chitarrista fusion John McLaughlin, non solo; continuò la migrazione dei musicisti indiani verso le sonorità occidentali che venivano fagocitate nell'espressività di un nuovo linguaggio musicale (gli esperimenti trasversali del percussionista Trilok Gurtu). Sta di fatto, che in molti casi la presunta incompatibilità tra i suoni indiani e quelli occidentali fu vinta e fu dimostrato che era possibile arrivare a qualcosa che fosse diverso sia dialetticamente che culturalmente. I musicisti portavano dentro quella mistura la loro esperienza musicale ed umana per esprimere un nuovo suono, che aveva al suo interno tutto quello che le due società offrivano: spiritualità, ascetismo, energia vitale, consuetudini occidentali si univano per la prima volta in una sorta di nuovo atto creativo. I nuovi, giovanissimi talenti statunitensi, di origine indiana, oggi si trovano di fronte ad un'altra realtà, molto più complessa, ma il modo con cui viene affrontata, dimostra un'unitarietà di intenti rispetto al lavoro svolto dai loro predecessori, solo che diverse sono le armi con cui viene affrontata la modernità dei tempi: si cerca di dare un contributo a quell'arte di integrazione, tenendo ben presente la preparazione personale e l'attualità compositiva: a prescindere dalle loro giuste considerazioni dalle quali emerge che gli stessi non se la sentono di attribuire alla loro musica un'etichetta di nuovo jazz indiano, artisti come il pianista Vijay Iyer o il sassofonista Rudresh Mahantappa, o i chitarristi Rez Abbasi o Prasanna, dimostrano che è possibile fornire un diverso livello di compenetrazione ai rapporti tra India ed Occidente, semplicemente considerando la loro formazione musicale "indo" come uno dei tanti elementi della loro preparazione complessiva. E' un flusso musicale che contiene al suo interno il jazz di Coltrane, le basi "classiche", gli umori della musica popolare e gli accenti di quella indiana; è in questa nuova sfumatura che si può apprezzare il lavoro di decostruzione e ricostruzione che costituisce il leit-motiv delle generazioni musicali odierne.


Dischi consigliati:

Prasanna, Be the change, Susila 2003
Rez Abbasi, Bazaar, Zoho Music, 2006
Rudresh Mahanthappa's Indo-Pak Coalition, Apti 2008
Vijay Iyer, Tirtha, Act 2011

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