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giovedì 28 luglio 2011

Qualcuno ricorda i New Tonalists?




Accanto ai minimalisti americani ed europei, e a tutti i compositori inglobatori di elementi stilistici di varia natura, una generazione di compositori sempre americani nati quasi tutti negli anni cinquanta e per la maggior parte con una formazione classica "moderna", scelse alla fine dei settanta di inquadrare la propria opera nel passato: l'America colta si divideva in compositori aderenti a diverse dottrine: se, come detto, i vari Glass, Reich, Adams conducevano gli ascoltatori in un nuovo esaltante mondo musicale fatto di reiterazioni, di invenzioni "tecniche" figlie comunque dell'avanguardia di Cage, ve ne erano altri che si imponevano per un multistilismo pronunciato che attingeva a varie forme (dalla classica al rock), ma nessuno aveva mai pensato di fare un salto a pie pari nel passato: i revival "romantici" furono appannaggio di nuovi giovani compositori come Lowell Liebermann, A.J. Kernis, Paul Moravec, Richard Danielpour, George Tsontakis, Daniel Asia, etc. con un raggio di influenza che investì anche compositori più vecchi d'età e blasonati come Ned Rorem o John Corigliano che in molte loro opere aderirono a questo percorso a ritroso nella storia. Il padre putativo di questo movimento fu David Del Tredici, ma è indubbio che personaggi riconosciuti a livello internazionale fanno ancora pieno uso di un certo tipo di tonalità convenzionale (si pensi a Jennifer Higdon). La novità stava nel fatto che essi si fecero apprezzare allo stesso modo in cui si facevano apprezzare i compositori minimalisti o multistilisti: così si creò un gruppo che non aveva bisogno di grandi commenti critici poichè i riferimenti erano chiaramente indirizzati all'epoca della tonalità: il movimento venne chiamato da alcuni critici dei "New Tonalists", e, come risalta dal New utilizzato, la novità stava nel fatto che venivano comunque usate tecniche ed impostazioni moderne nel suonare, ma tutto era inquadrato in un pieno spirito di tonalità allargata temporalmente.

La forza di Wagner e Debussy (quella che a mò d'esempio vive nei preludi di Danielpour) rientrò ancora una volta nella finestra di un istituzione che faceva fatica a dimenticare il passato e soprattutto non dava un adeguato valore al "contemporaneo": personalmente non penso che fosse un'idea tanto radicale quella di sorprendere il pubblico in questo modo, tuttavia ho sempre pensato che bisogna trovare del buono in qualsiasi opera (se realmente esiste) e questo va fatto anche quando si ripete il passato; se è vero che l'espressione classica ha quasi sempre avuto un riflesso nelle altre arti (letteratura, pittura, etc.) che è andata di pari passo con i tempi, è anche vero che compositori che cercano di aggiornare un catalogo di opere anche a distanza di secoli, se hanno una caratterizzazione originale e concetti interiori che possono trasmettere buone sensazioni, devono essere graditi. Certo, è difficile trovare originalità in opere del genere in virtù del totale esaurimento della ricerca in tal senso, ma quando questa è espressione di qualcosa di diverso è necessario prenderla in considerazione. D'altronde, è certo che l'unico modo per poter giudicare come originale un qualsiasi lavoro è quello di "ascoltarlo" e riconoscere quei particolari che lo rendono unico. Nel caso dei "New Tonalists" o anche "New Romantics" spesso la differenza tra presente e passato è determinata da una tecnica o dall'inquadramento in suoni che richiamano alla memoria una sorta di ponte stilistico che va da Brahms, passa per tutto il movimento americano degli anni trenta sia quello con caratteri prossimi al jazz, sia quello popolar-sinfonico (quindi Barber, Hanson, etc.) e arriva a lambire la modernità solo per le tecniche "studiate". 

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