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venerdì 17 giugno 2011

Wadada Leo Smith: Heart's reflections





Leo Smith, trombettista sperimentale, nasce nel clamore della proposta free avanguardistica di Chicago dei sessanta: tuttavia, come molta critica ha sempre affermato, se ne distacca immediatamente per il rapporto che condivide con i suoni. Rispetto agli altri giganti come Braxton, Mitchell, Jenkins, etc., Smith si caratterizza per una diversità intrinseca, che sebbene rimanga sempre in un alveolo di aurea sperimentazione e creazione, viene fatta confluire nell'originale modo di suonare la tromba. Smith cerca di raggiungere un "benessere" spirituale attraverso lunghe composizioni dove il suo strumento è un tramite che emette combinazioni di suoni tra i più disparati possibili, ora con passaggi veloci e atonali, altre volte con suoni prolungati di disarmante semplicità uditiva, e rispetto a tutti i trombettisti transitati fino a quel momento nell'area del jazz, raccoglie in un certo senso tutti quegli "scarti" sonori che i suoi predecessori consideravano aspetti secondari, per creare una nuova formula musicale che assume connotati solo a lui riconducibili: sembra di assistere ad un percorso musicale "senza tempo" in cui tutto viene cristalizzato in una estemporanea dimensione: note isolate oppure avvolte in veloci passaggi, con lunghe pause in cui Smith cerca un dialogo con percussioni e suoni, costruiscono un jazz dalle risonanze organiche, e la sua tromba, così definita in una nuova partitura ad hoc costituita (la "akreanvention"), non mostra assolutamente quell'aggressività tipica delle produzioni dei rappresentanti dell'AACM, ma diventa comunque di un'influenza mostruosa. Come scrive Luca Canini "..il marchio di fabbrica di Smith è un lirismo nel quale non contano le note giuste, ma la tensione, la luce, gli abbagli...." Anche Miles Davis aveva il potere di suonare evocando stati estatici, ma se per Davis si trattava di spazi fisici, quelli di Smith sono spazi dell'anima. Per ascoltare questo primo scorcio della carriera di Smith fino a poco tempo fa si poteva fare affidamento solo su copie in vinile dell'epoca, poi grazie alla ristampa della Tzadik, Smith ha ottenuto una registrazione ufficiale su cd che ha permesso di estendere a tutti la ricostruzione parziale della prima parte della sua discografia, che invero è ancora incompleta. Questa forma di jazz trascendentale accompagnerà Leo Smith ancora per molti anni che nel frattempo approfondisce i rapporti tra il suo jazz e le culture etniche (dai rapporti con gli strumenti giapponesi agli istinti blues in stile protesta, fino alla filosofia reggae) spesso mettendo in secondo piano lo strumento in omaggio ad una espressività che punta più ad incoraggiare la lotta per i diritti civili della sua gente, ed è in questo periodo (siamo nel 1983) che abbraccia la convenzione dei Rastafari affiancando al suo nome quello di Wadada. La sua tromba ormai conosce l'arte di continue sfumature che sanno produrre un viaggio temporale spezzettato che va da Armstrong a Gillespie, da Morgan a Miles Davis, in cui Smith inserisce il suo elegante uso dello strumento a corollario dello "spazio" acustico realizzato per fare da collante, ma più in generale l'ottica di Wadada si indirizza anche verso un completo controllo di strumenti che possano ricreare la filosofia della sua musica come dimostra il raffinato e panetnico "Kulture Jazz" che chiude probabilmente il ciclo sull'espansione culturale del linguaggio free. Con "Tao Njia" e l'ingresso di Smith nella Tzadik Records, si avverte una forte dimensione "compositiva" nella sua musica che in parecchi episodi fa intendere che l'originario flusso musicale sia stato convogliato verso asprezze tipiche della musica colta e lo si percepisce anche dall'ampliamento degli strumenti secondari alla tromba(flauto, karimba, viola, etc.) che rendono molto "contemporanea" la proposta ma un tantino più fredda l'espressione musicale. Invero, dopo la formazione del Golden quartet, dove si ritrova con il pianista Anthony Davis e condivide l'esperienza con il batterista Malachi Favors, l'attività di Smith si dipana su più direttive: da una parte l'esperienza del Golden Quartet cerca di riportarlo indietro nel tempo, ma stranamente il trombettista non sembra aver una forma giusta per affrontare la novità, e con un substrato "creativo" nettamente più morbido, deve evitare che si possa confondere con Davis, al quale si rivolge espressamente in alcune registrazioni come quella con Henry Kaiser; invero le raccolte musicali presentano un jazz di qualità con brani che forse avrebbero dovuto essere più creativi per somigliare ai capolavori del passato di Smith; questa situazione viene procrastinata anche nelle nuove formazioni a quattro o cinque strumentisti del Golden ensemble. Il suo ultimo "Heart's reflections" si inserisce tra i tributi senza infamia e senza lode dedicati a Miles Davis. Smith non restituisce pienamente quello che gli appassionati di jazz (non suoi fans) vorrebbero in termini musicali.
D'altra parte Wadada si impegna contemporaneamente in nuove esperienze "creative" in solitudine utilizzando solo la sua tromba o le percussioni, ma avvalendosi delle nuove possibilità offerte dall'elettronica dal vivo (vedi "Red sulphur sky" o "Luminous axis"): tale soluzione che lo rende più stimolante ed in linea con la sua originalità, però sembra essere al momento piuttosto contenuta.

Discografia consigliata:

-The Kabell years 1971-1979, Tzadik (raccoglie i primi tre albums del musicista, più un'altro dell'81 e materiale non pubblicato ufficialmente) ossia:
-Creative Music - 1, 1972
-Reflectativy, 1974
-Song of Humanity, 1976
-Akhreanvention, 1981
poi:
-Divine Love, Ecm 1978
-Mass on the world, Moers 1978
-Spirit catcher, Nessa 1980
-Procession of the great ancestry, Nessa 1983
-Kulture Jazz, Ecm 1995
-Golden quartet, Tzadik 2000
-Red sulphur sky, Tzadik 2001
-The year of elephant, Pi 2002
-Luminous Axis, Tzadik 2002
-America, Tzadik 2009

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