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martedì 14 giugno 2011

Sofferenza e "deep listening" nel free jazz: l'esperienza di Joe McPhee



I sassofonisti tenori che sviluppano le teorie "libere" della musica jazz negli anni sessanta introducono un rilievo fondamentale nel coacervo dei loro sistemi musicali: non si tratta solo di dare esecuzione a nuove modalità di espressione rinvenienti da innovativi approcci allo strumento, ma anche di distillare un'anima dentro lo stesso: alcuni sentimenti dell'uomo (che completavano la gamma di quelli introdotti dai sassofonisti del passato) grazie all'opera di Coltrane, Ayler, Rivers, Mitchell, etc. vengono estremizzati così come si porta alla luce una scoperta di un oggetto che fino ad allora era presente sottoterra ma non visibile (nel nostro caso udibile). Questi musicisti nati per rispondere anche ad un'esigenza sociale, trovarono il modo ideale per esprimere l'interiore delle loro anime. I modi espressivi saranno molteplici e copriranno una gamma elevata di sentimenti umani: serenità, difficoltà, rabbia, sofferenza, pianto, ecc. verranno amplificati in maniera adeguata per costituire una subdola teoria dell' espressione in cerca di luoghi di comunicazione. Il primo free jazz in questione è ancora un free istintivo, onirico, slegato da incursioni nei territori "colti" della musica ed esaurirà ben presto tutte le novità riscontrabili nella cultura dei sassofoni; al riguardo, sono in molti a pensare che dopo Coltrane, Ayler e tutti i sassofonisti aderenti a quella filosofia, in grado di svilupparne i contenuti, ci sia stata una vera e propria stasi temporale di creatività nelle originali evoluzioni del sassofono in generale e (quindi anche in quello tenore); un pò quello che succede per decenni dopo che è stata creata l'opera somma. Discorso vero, ma non completo.
Il sassofonista Joe McPhee si presenta sulla scena newyorchese alla fine dei sessanta come un'altra fantastica rimodulazione di Coltrane e Ayler: se del primo ha le basi ideologiche (specie nei momenti di tranquillità musicale) del secondo possiede le stesse capacità di comunicare a meraviglia "sofferenza" e "rabbia": anzi, mentre Ayler costruisce il suo suono prendendo in considerazione elementi di altra natura (la melodia folk alla Rollins, le fanfare jazz, etc.) McPhee si caratterizza per un approccio allo strumento che estremizza proprio quello stato di insofferenza che è tipico dei neri americani di quegli anni pervasi da un forte senso di riaffermazione dei loro valori: McPhee, nei suoi primi lavori, dà vita ad alcuni dei migliori episodi del free jazz statunitense di tutti i tempi, con un sguardo voluto e più profondo sul timbro, che ne riesce ora calmo e riflessivo, ora in difficoltà e quasi fanciullescamente "piangente". "Underground Railroad" e "Black Magic Man" vengono incisi in presa diretta come quadri espressionisti in cerca di una rappresentazione (anche i disegni sulle copertine dei dischi di quel periodo sembrano confermare una dimensione artistica-letteraria del musicista), e corollari musicali per effettuare una celebrazione "vera" e "sentita" dei personaggi afro-americani oscuri che la storia sembra aver accantonato: "Nation time" fu poi una sorpresa in relazione ai ritmi funk e blues che vennero utilizzati e che dimostravano una unità di intenti che andava oltre i confini dei generi di matrice africana: l'improvvisazione free (con le caratteristiche prima citate) non si scompone nemmeno di fronte a filiazioni pseudo-ritmiche che somigliano a versioni evolute di James Brown o John Mayall. Tuttavia, McPhee, dopo queste pietre miliari, sentì il bisogno di espandere la gamma degli esperimenti e cominciò ad interessarsi dei rapporti del suo jazz con l'elettronica e con la possibilità di arrivare ad un suono (totalmente votato alla produzione di nuovi timbri) che potesse pervadere in altra modalità le capacità sensorie dell'individuo: riguardo al primo caso, è frequente l'utilizzo di linee di elettronica che possano far risaltare (in un ambiente spiritato di suoni) gli assoli del musicista americano ed in tal senso i migliori episodi saranno confinati in "Pieces of light", "Concert in Willisau", "Graphics" e ancora, sul primo vero "solo" allo strumento "Tenor and fallen angels": se è vero che l'artista è in crescita dal punto di vista della forma, qualcosa tuttavia si è perso nella sostanza; questo periodo può anche essere visto di transizione, poichè McPhee sacrificava in maniera considerevole quella primordiale ed originale urgenza espressiva per cavalcarne un'altra con caratteri più intelettuali. Riguardo al secondo aspetto, "Topology" del 1981 è la prima e totale adesione del sassofonista americano alle teorie di Pauline Oliveros sull'ascolto "profondo" (vedi mio post sul minimalismo): il suo free jazz ormai si sta integrando con i "progetti" del sentire che in tal senso si circonda anche di musicisti affermati ed aderenti al giro della Oliveros (tra tutti Stuart Dempster): questa futuristica teoria della profondità della musica che ha come scopo la riscoperta psicologica della comprensione umana, si ritroverà in tutti i suoi lavori futuri, marcando considerevolmente quelli di "Oleo" e "Linear B" (dischi sui quali si consolida il concetto della sua "Po Music", ossia ..."the methodology for sounding out new “positive, possible, poetic” ways of approaching his instruments and creating sounds...") e quelli del quartetto di "Common Threads" e Unquenchable fire" (che approfondiscono il linguaggio della Oliveros nei meandri della risonanza acustica e della meditazione sonica). Poi, dal 1996, Joe tornerà al jazz delle origini, seppure attraverso una marea di collaborazioni (specie in duetto) che comunque rimane segnata dalle diverse esperienze stilistiche ricevute negli anni : il suo jazz (sempre rispettabile) risulterà diviso tra episodi più convenzionali (anche in ensemble con la parte più radicale del free jazz di Chicago) ed altri in linea con le sue tendenze "timbriche", dimostrando la coerenza artistica del personaggio: in particolare, dal punto di vista stilistico, quello che sembra emergere rispetto al passato è una maggiore attenzione al tema melodico, sul quale imposta anche le sue due formazioni più importanti: i Bluette Quartet (Giardullo, Bisio e Duval) e il Trio X (con Duval e Rosen).

Discografia consigliata:

-Underground Railroad, 1969
-Black Magic man, 1970
-Nation time, Unheard Music, 1971
-Pieces of light, Unheard M/Atavatistic, 1974
-The Willisau Concert, Hat Hut 1975
-Tenor, Hat Hut Records, 1976
-Graphics, Hat Hut R. 1977
-Topology, Hat Art, 1981
-Oleo/A future retrospective, Hat Hut 1982/1987
-Linear B, Hat Hut, 199o
-Common Threads: Live at the Tractor Tavern, Seattle, Deep Listening 1995


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