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lunedì 20 giugno 2011

Manchester school: cosa resta?



Dopo la seconda guerra mondiale, la composizione in Inghilterra è ancora una estrinsecazione delle teorie di Vaughn Williams, Delius, Walton, etc. dove però figure transizionali come Britten e Tippett già stanno compiendo un particolare percorso di accostamento alle nuove tecniche compositive che provengono dalla seconda scuola viennese. A Manchester alcuni "talentuosi" studenti formano una classe, quella del prof. Richard Hall, che rema nettamente al contrario: Peter Maxwell Davies, Harrison Birtwistle, Alexander Goehr, Alun Hoddinott, John Ogdon, rappresentano la serialità (in tutte le sue angolature) in Inghilterra. Oggi spesso si discute ancora della "grandezza" dell'opera di questi musicisti che nel corso della loro vita, con teorici aggiustamenti, sono stati portavoce non solo di quella tecnica compositiva nel loro paese, ma l'hanno contestualizzata in nuovo rapporto con le arti teatrali, introducendo evidenti caratteri di modernità, lontani da improbabili epopee liriche di stampo tradizionale, abbracciando in pieno quel rinnovamento che stava subendo il teatro musicale ormai giunto a livello di saturazione con il romanticismo. Quando in un'intervista a Birtwistle gli si chiese di esprimere cosa fosse per lui il serialismo, il compositore inglese rispose ".....ho pensato di essere di fronte ad un altro modo di scrivere musica, era il futuro, e tutti lo pensavano che lo fosse. Penso che siano state due, le cose importanti accadute nel secolo scorso nel campo delle arti: una è il cubismo, l'altra è il serialismo. Entrambe hanno cambiato il modo in cui si è guardato il mondo e il serialismo ha cambiato il modo in cui si era sempre ascoltata o pensata la musica....."
I compositori moderni britannici godono di un rispetto "fantastico" se rapportato alla cultura dei nostri luoghi, e nonostante le contestazioni sollevate dallo stesso mondo "classico" (che spesso si è posto in un atteggiamento di pressante protesta contro l'attività di questi compositori) hanno l'ingrato compito di incarnare la modernità musicale della musica classica; ma ne sarebbero anche i loro principali carnefici, poichè avrebbero allontanato il pubblico (anche quello più "edotto") ad allontanarsi dalla musica classica perchè incapace di assimilare veri stimoli emotivi nell'ascolto; tali considerazioni che provengono chiaramente dai compositori dell'altra sponda, non hanno peraltro mai impressionato più di tanto Birtwistle, Davis e Goehr che le hanno ritenute legittime, ma non tali da dover abbandonare la lezione che partita da Schoenberg e Webern era stata accolta da loro in quel modo. Difficile comprendere il significato delle loro affermazioni, specie se si cerca una separazione "giustificativa" tra quello che può considerarsi rigore intellettuale delle forme e quello che più si avvicina al concetto di "popolare" musicale.
In realtà, per tutta una serie di ragioni, se il serialismo è stata l'ampia base della partitura di questi carismatici inglesi, è anche vero che le influenze non si sono fermate a Vienna. E questo è un fatto acclarato anche da loro affermazioni. Birtwistle, ad esempio in molte sue opere, ricalca la possente orchestrazione di Stravinsky con i suoi ostinati, così come Maxwell Davies, nelle sue sei sinfonie ad alta percentuale di tonalità,, utilizza una sorta di Sibelius delle coste inglesi, o ancora Goehr che risente della lezione spirituale di Messiaen. La platea inglese è stata comunque quella più ricettiva nell'accettare qualsiasi forma d'arte e quindi se il problema della serialità veniva affrontato in sede critica, non altrettanto avveniva in sede musicale visto che ancora oggi le composizioni del primordiale gruppo di compositori di Manchester partecipano ancora ai proms e agli stessi compositori vengono affidate importanti commissioni. Il tutto meriterebbe il solito approfondimento perchè spesso la realtà non è poi tutta deteriorata come ad un primo approccio potrebbe sembrare. Anzi, con l'avanzare dell'età molti ritengono che gli stessi stiano attraversando un processo di "normalità" stilistica che li renderebbe più "popolari": a proposito di Maxwell Davies qualche critico non ha esitato ad attribuire caratteri di maggiore leggerezza agli ultimi venti anni di composizione di Davies, specie se si considera la produzione teatrale. Ciascuno al riguardo penso può trarre conclusioni differenti a seconda del suo grado di preparazione "musicale" e del metodo con cui giudica la musica stessa: per molti Maxwell Davies sembra oggi aver perso quei caratteri di modernità che lo contraddistinguevano nella prima parte della carriera, ma molte di quelle composizioni pur avendo un "coraggio" compositivo non in linea, nascondono una difficoltà strumentale e soprattutto "subliminale" difficile da conservare come valore nel tempo. Dice Davies "..... anche nei fallimenti ci può essere qualcosa di interessante...", questo è vero, ma è anche vero è che si è destinati a fallire quando il divario tra un'arte troppo intellettuale e le esigenze uditive del pubblico è troppo ampio. Nelle avanguardie molti compositori sono riusciti in quest'impresa creando capolavori "irrazionali" del presente storico (basta pensare al minimalismo americano o alle imprese di Cage), fornendo comunque dei punti subdoli di contatto, ma se guardiamo al serialismo inglese, siamo in grado di attribuire formalmente la veste di capolavoro a qualcosa che non è generalmente accettato neanche da una comunità di esperti? Possono bastare nuove tecniche matematiche di composizione, tagli e collage creativi della composizione o caratterizzazioni "drammatiche" delle partiture, per reggere la sfida del tempo (i concetti di "nuovo teatro", "nuova opera" e "musica moderna per orchestre") e dell'anima?
Discografia consigliata:
Maxwell Davies, Six Symphonies, BBC Philarmonics, Collins Classics/Ave Maris Stella; Image, Reflection, Shadow; Runes from a Holy Island - Fires of London, Unicorn
Birtwistle, Tragoedia/Secret Theatre, Boulez, Ensemble Intercontemporain, Deutsche G./The triumph of time, Elgar Howarth, London Sinfonietta, NMC
Goehr, Symmetry disorder reach, Wergo


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