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mercoledì 22 giugno 2011

Il madrigale e la sua sostenibilità





Il lungo periodo medievale (che inizia dal 1000-1100 fino alla fine del 1500), vede il primato assoluto del canto su qualsiasi tipo di strumento (questi ultimi invero ancora rudimentali), e il madrigale occupa nell'ambito del canto un posto particolare. Non solo era ritenuto una parte fondamentale della musica di quei tempi in cui era imperante la composizione devota alla triade che io chiamo delle tre M (messe, mottetti e madrigali), ma soprattutto quello cinquecentesco rappresentava sommessamente orgoglio culturale di quel compositore e di quella comunità musicale che li accoglieva (di regola le corti italiane): è in quel periodo che si pone il problema della lingua in Italia come veicolo espressivo del madrigale e indirettamente si accettava lo status letterario del Petrarca e delle sue filiazioni (quindi Dante, Tasso, etc.). E' in assoluto il primo caso di accostamento culturale tra arti diverse e la raffinatezza cromatica del madrigale costituisce uno dei momenti "letteralmente" più compiuti della musica di quei tempi. Lungi da me la voglia di fare una storia del madrigale (che potreste tranquillamente leggere su tante fonti) mi permetto di sottolineare alcune considerazioni che riguardano in particolare il confronto con la generale tematica del canto dopo la graduale scomparsa del madrigale e la sua modernità in rapporto alla contemporaneità della musica. Il primo aspetto ci porta inevitabilmente a considerare il passaggio epocale, che cominciò ad essere affrontato nel periodo barocco, dai motivi madrigalisti (in qualsiasi forma, anche spirituale) fino alla creazione della cantata e dell'opera: il punto di svolta sta nell'operato di Claudio Monteverdi: oltre ad essere uno dei più completi compositori dell'epoca (avendo scritto in quasi tutte le forme stilistiche più importanti conosciute) Monteverdi creò la prima favola in musica "L'orfeo" (1607) che contraddistingue in maniera seminale la nascita dell'opera classica ed introdurrà una nuova disciplina al canto: con questa opera, nascerà l'esigenza di dover mettere in parallelo due intere epopee storiche, direi quasi inavvicinabili. La polifonia di altissimo livello raggiunta da Monteverdi, Marenzio e Gesualdo, che ne darànno le loro ultime grandi rappresentazioni, non era strofica, lasciava una piena libertà di movimento alle armonie e ai contrappunti vocali, e al di là della classificazione in madrigali profani o spirituali, si caratterizzava per essere stata portavoce di una società che formalmente cercava di nutrirsi di valori come rifugio alle asperità e alla incoerenza della vita relazionale; Gesualdo, ad esempio, si macchiò di un crimine feroce, ma poi cercò continuamente il perdono della società. Il madrigale, pur con tutti i manierismi di sorta intervenuti nei vari periodi storici, era una creazione interiore degli uomini ed era una sorta di guida "in tempo reale" delle vicissitudini degli stessi.

Nell'opera invece, si modificherà questo rapporto, poichè quello che si comincierà a rappresentare è una falsificazione della realtà, un modo di riportare in vita attraverso la musica l'aspetto scenico degli eventi. Ma è il canto stesso che acquisirà pian piano, una dinamica diversa: con Monteverdi assistiamo già dal libro quinto ad una inversione di tendenza, una sorta di turning point che lo vede usare una voce monodica con accompagnamento di basso continuo, con largo uso del recitativo. Nel barocco più avanzato, l'opera cantata approfondirà quegli scampoli di creatività di Monteverdi, e il canto organizzato fa da questo momento in poi un primo balzo in avanti fino a raggiungere con le opere vocalmente evolute di Bach, Handel etc, che utilizzano i soprani, tenori, e le altre figure di canto in una nuova veste particolarmente riuscita sul versante religioso: ma nascondendo già una profonda modificazione delle abitudini degli uomini ed una loro maggiore apertura in termini sociali: se il madrigale dava sensazioni estatiche, di benessere "collettivo", la coralità barocca punta sulle individualità e sulla loro successiva integrazione mettendo più in evidenza quel senso di "dramma" primordiale di "Orfeo". I sucessivi movimenti classici e soprattutto quelli romantici accentuarono questi caratteri anche negli aspetti musicali, dato che ormai gli strumenti avevano acquisito il comando sulla vocalità, purtroppo spesso dando l'impressione che si volesse raggiungere solo un climax tecnico ma non interpretativo; gli stessi Lied tedeschi si piegarono a questo principio, dimenticando di essere una derivazione dei madrigali del cinquecento. Sul tema del madrigale, poi molti compositori anche moderni si sono astenuti da possibili "riprese" che potessero in qualche modo recare disturbo ad un canto "antico" a cui bisogna mostrare solo rispetto; solo Ligeti nella musica classica ha cercato di impostare alla "sua" maniera nonsense, un madrigale del passato con una veste odierna e seriale dando vita alla più coraggiosa riproposizione del tema in questione; altri compositori hanno cercato di rivitalizzarlo in forme moderne senza però dargli nessuna caratterizzazione, anzi ne hanno copiato rigorosamente le strutture (vedi il primo libro di madrigali pubblicati nel 2008 da Gavin Bryars), ma è indubbio che nei tempi moderni il madrigale fosse comunque un ricordo "edulcorato" della musica (si pensi nel rock al brano "progressive" degli Yes o ai Genesis di "Firth of fifth" o ancora al madrigale di Patti Smith).



Discografia consigliata:

-English and Italian Renaissance Madrigals, Vari Autori, Hilliard Ensemble, Emi Classics
-Orlando di Lasso: Lagrime San Pietro, Herreweghe, Harmonia Mundi
-Monteverdi: Madrigals, Rooley, The Consort of Musicke, Oiseau Lyre
-Gesualdo: Quarto libro dei madrigali, La Venexiana, Glossa
-Marenzio: Madrigali, Alessandrini, Opus 111
-Ligeti, Vocal Works, Edition , King's Singers, Sony



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