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venerdì 10 giugno 2011

David Sylvian: Died in the Wool


Talvolta una delle capacità migliori di un musicista è quella di sapersi circondare da musicisti giusti; quelle esperienze sono sicuramente produttive e qualche volta conducono anche ad ambiziose opere di valore: il londinese David Sylvian è uno di quelli che ha saputo cogliere questa istanza e, nonostante tante critiche negative ricevute nell’arco della carriera per le presunte erogazioni di musica altrui, le sue vicissitudini hanno dimostrato che è sempre utile un più approfondito esame critico dell’operato di un artista. Partito come musicista glam nell’era dei Roxy Music, Bowie, Reed, etc, Sylvian aveva una naturale predisposizione per i suoni orientali, in particolare giapponesi. Il suo gruppo, i Japan, con gli episodi di “Gentlemen take polairods” e “Tin Drum”, fu portavoce di un originale accostamento musicale che metteva assieme punk , aspetti glam, elettronica leggera tendente alla dance (ma ben congegnata), afflati new wave e accenti giapponesi: in questa prima parte della carriera Sylvian strinse una profonda alleanza con R. Sakamoto che interveniva sulle sonorità dando già evidenza di un primo plagio. Ma la verità era che Sylvian era in possesso di una “monotona” ed “fastidiosa” vocalità che si stendeva però alla perfezione in quel crogiuolo di elementi rock di varia natura. Quando l’esperienza con i Japan era ormai giunta a maturazione, Sylvian cominciò ad avventurarsi nelle proprie proposte sonore, migliorando ancora le sonorità e la vocalità, avvalendosi stavolta della collaborazione fattiva di stelle artistiche rispondenti ai nomi di Jon Hassell, Kenny Wheeler, Holger Czukay, Mark Isham e Mark Thompson. Sylvian aveva cominciato con “Brillant Trees” ad affrontare le moderne correnti dell’ambient e della world music di stampo elettronico, ma era riuscito nello stesso tempo a dargli una sua connotazione: quella caratteristica “orientale” unita alla sua vocalità "dark" si ritagliava una nicchia nell’ambito delle migliori produzioni moderne di musica. (in quel periodo, ebbi anche modo di partecipare ad un suo concerto completamente autogestito in un teatro appositamente sonorizzato per l'occasione). E’ in quel momento che Sylvian divenne ambizioso, cercando il sound perfetto, colossale, da consegnare ai posteri: si dedica alla musica ambient costruendo lunghe suites dronistiche (vedi “Plight and Premonition” o “Flux+Mutability” e più in là “Approching Silence”), che pur essendo valide alternative al suo rock avanguardistico, non rientrano certo nelle più esaltanti registrazioni del genere; tuttavia gli esperimenti sono utili per affrontare il connubio con la musica rock; “Gone to earth” (con un contributo ancora poco invadente di Robert Fripp), aumenta la melodicità di fondo dell’artista, proponendo anche un secondo disco (incluso nella confezione) interamente votato all’ambient, con forti richiami alle sonorità di stampo orientale. Con Fripp seguirà una collaborazione su un nuovo disco e un live, che però si risolve in un accostamento della sua tematica (e della sua vocalità) su una base tipicamente progressiva se non in alcuni casi psichedelica (Fripp, più immerso nel progetto, trascina Sylvian nei suoi territori musicali, snaturando parzialmente l’esito dell’esperimento).
Poi arriverà il suo capolavoro: Sylvian ha ormai acquisito abbastanza mestiere per tirar fuori un disco cantato, ma senza fronzoli, semplice, e questa semplicità alla fine costituisce il miglior modo per imporsi musicalmente. Nel momento in cui l’artista inglese mette da parte la sua ansia da prestazione e si rifugia nella sua vera intimità si costruiscono senza dubbio i momenti più stimolanti della sua carriera: “The secrets of the beehive” è una confessione notturna in musica, un raffinato e stimolante approccio alla forma canzone, che grazie ai contributi impeccabili di Sakamoto ,David Torn , Phil Palmer, Mark Isham diventerà una specie di pietra angolare di riferimento per tutti i cantautori folk intrisi nell’oscurità e per le nuove generazioni musicali che utilizzeranno il melodioso melodramma di Sylvian in chiave depressiva.
Dopo “Secrets of the Beehive” l’artista ha continuato la sua ricerca al capolavoro musicale presunto, modificando anche leggermente lo stile (che comincia ad essere quasi totalmente senza punti melodici), ma anellando probabilmente solo una serie di insignificanti tentativi di approdare ad una formula “intellettuale” di rock fuori dai canoni (Manafon ad esempio è suonato assieme a Christian Fennesz, Keith Rowe, John Tilbury ed Evan Parker, ma alla fine il risultato finale lascia parecchi interrogativi sulla sostenibilità nel tempo di tali esperimenti; così come sono alquanto complesse le evoluzioni concrete di “When loud weather buffeted Naoshima” con Clive Bell, Fennesz e Arve Henriksen tra i musicisti. Nell’ottica di queste registrazioni si inserisce “Died in the wool” che stavolta lo inquadra in una sorta di “empasse” cameratistica grazie all’aiuto del compositore giapponese Dai Fujikura. (al disco partecipano anche Jan Bang e Fennesz)

Discografia consigliata:

con i Japan:
-Gentleman take polaroids, Virgin
-Tin Drum, Virgin
-Rain tree crow, Virgin 1991

Solista:

-Brillant trees, Virgin, 1984
-Gone to earth, Virgin 1986
-Secrets of the beehive, Virgin 1987
-Plight and premonition, Venture 1988
-Approching silence, Shakti, 2000

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