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giovedì 16 giugno 2011

Dakota Suite: The hearts of empty



Oggi la fruizione musicale è spesso dettata da logiche di "velocità" d'ascolto, una sorta di frugale pranzo che bisogna consumare in fretta per passare a qualcos'altro, perdendo spesso la capacità di capire chi abbiamo di fronte nel lettore; nettamente sottovalutati da critica e pubblico tanto che ad un certo punto sembrava che il gruppo volesse chiudere la partita, i Dakota suite, nelle persone di Chris Hooson e Danny Buxton, inglesi di provenienza, sono invece una delle più compiute e moderne espressioni che il rock alternativo abbia conosciuto: una originale via di mezzo tra lo slow-core dei Red House Painters, i respiri "alternative country" di Mark Eitzel, gli arrangiamenti semplici e irrimediabilmente di ispirazione "minimalista" composti da un piano suonato alla Satie ed archi leggerissimi di violini. La principale critica che viene mossa nei loro riguardi spesso è condizionata dal fatto che si presentano in una veste malinconica (anzi direi forse la più malinconica possibile) per via dei temi trattati e che si riversa nelle note a meraviglia: tuttavia, un'ascolto più approfondito mostra che quella tristezza è solo una base di partenza: nel loro sound ci sono più elementi di quanto si possa pensare: oltre a quelli citati, si avvertono echi di folk acustico, distillato alla Jackson Browne o John Martyn, quadretti pianistici con strumentazione minimale costruiti in "bianco e nero" (come tutte le loro copertine) che sono più che semplici riproposizioni delle teorie di Satie, affiancandosi al lavoro di un compositore classico; d'altronde persino un musicista preparato come il violoncellista David Darling ha voluto unirsi a loro per la registrazione di un album a dimostrazione che i Dakota Suite costituiscono una delle espressioni più raffinate esistenti nell'odierno, affollato e confuso panorama della musica rock alternativa. Hooson, poi, è un poeta disilluso dei nostri giorni (consiglio di leggervi i testi dei brani, nonchè il film documentario a loro dedicato nel 2005), che se nel canto non ha (e non vuole avere) la forza di imporsi ad una platea generalizzata, ha nell'espressione musicale la potenza di "solcare" la nostra sensibilità con brani che hanno realmente quasi tutto per essere ricordate.
"The hearts of empty" mostra a caratteri cubitali le influenze anche jazz di Hooson, che armandosi di semplici spazzole ritmiche, cerca di dare una dimensione musicale possibile alla sua solitudine.

Discografia consigliata:
-Songs for a barbed wire fence, Glitterhouse 1998
-Signal Hill, Badman 2000
-This river only brings poison, Glitterhouse 2002
-Waiting for the dawn to crawl through, Glitterhouse 2007
-The end of trying, con David Darling, Karaoke Kalk 2008 (esiste anche una versione remixata in chiave elettronica/ambientale con il nome di "The night just keeps coming in" sempre Karaoke K.

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