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venerdì 24 giugno 2011

Bon Iver: ipotesi di falsetto


Nel rock il falsetto vocale è stato da sempre ampiamente utilizzato: negli anni sessanta ne fecero ampio uso Robert Plant dei Led Zeppelin, Tim Buckley in molte sue composizioni, i Beatles di Mc Cartney e Lennon per elaborare le nuove sfumature del pop, Neil Young che lo possedeva incorporato nella sua voce (quelli che in questo momento ricordo, ma la lista degli utilizzatori è lunghissima), nei settanta cominciò a farsi strada anche nella dance music (vedi quello dei fratelli Bee Gees, di Michael Jackson o qualche anno più tardi il potente falsetto di Jimi Somerville (Bronski Beat), Philip Bailey (anche qui lista lunghissima) per poi ripresentarsi ancora nelle nuove generazioni di cantautori guidate da Jeff Buckley. Quello che è cambiato negli anni è l'umore: sferzante e positivo quello dei sessanta, penetrante e dolce quello dei settanta, disperato e convulso quello odierno. Nel decennio scorso il pop ha espresso diverse realtà con legami piuttosto evidenti con la vocalità in questione, ed in analogia con il progresso ampliarsi di una dimensione cameratistica dell'indie-pop mondiale, si è proposto forse di costituirne una nuova forma essenziale molto legata alle caratteristiche della musica: tra i più interessanti ed originali tentativi di canto pop in falsetto cito quelli venuti dal cantautore inglese stabilitosi in Usa, Antony Hegarty (con una proposta divisa tra un'utilizzo "colto" (per via del suo vibrato di baritono) e uno più "leggero" discendente dai vocalizzi di marca inglese alla Kate Bush), da Scott Matthew (diviso tra quello di Costello e una sua personale ed intima filiazione) e soprattutto quello dell'americano Bon Iver, un cantautore "misconosciuto" che grazie ad una personale storia umana ed artistica ebbe con il suo primo lavoro "For Emma, Forever ago" un inaspettato successo: in quell'album Iver, non solo dimostrava di essere in sintonia con un più moderno uso di quel tipo di canto, ma anche di essere di un eccellente scrittori di canzoni. Se "For Emma" è stato una forte dichiarazione di presenza, il neonato "Bon Iver" è la sua consacrazione: la scrittura è ancora molto matura, ma stavolta viene messa da parte l'arrangiamento folkish spartano del precedente album, a favore di arrangiamenti che vengono incastonati nella struttura della canzone, che pescano dalla modernità del pop odierno, combinando piccoli sprazzi di elettronica concreta e spezzoni di musica rimodulata sugli strumenti, ma lo fanno con intelligenza e con emotività. La scrittura di Iver sembra essere molto imparentata con il pop progressivo di Peter Gabriel (con cui ha anche collaborato) e mi ha riportato alla memoria, sia pure con le dovute distanze, il primo Gabriel dei Genesis ("The revelation" tanto per intederci) nonchè alcune cose della sua carriera solista (vedi "The washing of the water" su "Us"). Sul tema, direi che Iver sia arrivato ad impostare un falsetto che costituisce una versione esasperata di Gabriel. Ed è una formula melodica che funziona.

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