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sabato 25 giugno 2011

American Roots: Joe Ely e Dave Alvin



Il sud americano ha sempre fornito una sua visione della musica, molto conservatrice ed attaccata ai valori originali: la musica country, ad esempio, ha avuto in quella vasta regione la sua patria e i suoi migliori rappresentanti. Negli anni ottanta, molti musicisti che avevano un'impronta stilistica più generale, riproposero un nuovo "revival" dei generi americani (blues, country, soul, etc.) cercando di attualizzare la proposta con un più pregnante uso degli strumenti tipici: si trattò di quel movimento chiamato "New traditionalists" che vedeva nelle sue fila gruppi come i Los Lobos (vedi mio post precedente), T-Bone Burnett, i Blasters dei fratelli Alvin, i Green On Red, etc. Quel filone accolse al suo interno anche artisti che già naturalmente si trovavano in possesso di quelle qualità di stile come Cougar Mellecamp, vari membri della Band di Robertson, Helm, etc. L'arrichimento musicale consisteva in una scintillante versione di chitarre, tastiere, fisarmoniche ed altri strumenti tradizionali che rifiutavano qualsiasi avanguardia, confluendo in un sound cosiddetto "roots" perchè pienamente immerso nelle radici; probabilmente fu l'ultimo revival di sostanza dell'American music, se contemporaneamente escludiamo il movimento dell'Alternative Country che in verità era un pò più accentrato sul country.
Nel Gennaio del 1987 una delle riviste più organizzate per l'esame della musica americana di quel tipo "L'ultimo Buscadero" presentò in un articolo molti di questi artisti, ampliando la rosa anche a musicisti facenti parte dell'area jazz come Lester Bowie, Adbullah Ibrahim, Sun Ra, spiegando il significato di "nuovi tradizionalisti"....."una chiave di lettura (non l'unica, per carità) è basata sul rifiuto di una musica omogeneizzata e spersonalizzata, sulla reazione alla "springsteezzazione" del rock, sulla voglia di ripristinare l'autorità dell'armonia, della melodia e dello swing nei confronti degli sperimentalismi più beceri e dell'avanguardia fine a sè stessa, sul desiderio di un suono "acustico", senza batterie elettroniche, synthezer ed aggeggi di quel tipo, sulla riscoperta dei valori etnici e delle differenze culturali....."Tra i più gettonati del lotto, i Blasters costituirono una di quelle raffigurazioni fatte di Chuck Berry, Hank Williams, blues & R&B, jump music, etc., che nel tempo si perfezionarono sempre di più: probabilmente non c'è un album della loro discografia che possa prevalere sull'altro sebbene molti indichino in "Hard line" il loro sforzo più compiuto, ma io direi anche più "costruito"; Phil in un isolato episodio solista "Unsung stories", si è indirizzato verso il jazz e il blues d'annata, mentre Dave, con una carriera solistica costellata da pochi errori, ha continuato a diffondere il messaggio delle radici. "Eleven Eleven" rientra ancora in quelle prove da cui sai cosa ti aspetti, ma quello che trovi è perfettamente in linea con le velleità musicali dell'artista, che grazie all'uso profondo della tonalità vocale, il quasi talking utilizzato è diventato uno story-teller che come molti altri suoi predecessori che rimarcavano l'importanza dell'esperienza di vita del "viaggio" (poeti beat e Dylan), l'ha adattato al suo linguaggio più rurale e diretto.
Tra gli artisti americani che hanno accolto il senso dell'avventura nelle loro storie un texano particolare è Joe Ely: precursore effettivo di quel melting-pot all'americana costruito in canzoni stile blues, rock'n'roll e sottogeneri, ballate e cavalcate country, e da molta critica considerato come colui che ha introdotto il fraseggio aspro nella canzone country, Ely dopo una prima parte della carriera in cui i meriti musicali segnalati dalla critica erano inversamente alla qualità della musica effettuata, da "Lord of the highways" in poi, sfruttando proprio quel rinnovamento "roots" di cui si parlava prima, cominciò ad indurire i suoni e ad introdurre in maniera intelligente elementi sempre più forti di musica texana raccontata: Ely nel 1995 fece "Letter to laredo" un vero e proprio capolavoro country in cui, oltre ad una scrittura eccellente affiancava un chitarrista flamenco, Teye che conferiva al suo sound gli elementi di cui aveva bisogno per aprirsi a visioni cavalleresche di vita texana. Ebbi la fortuna di vederlo in un festival a Pistoia, parecchi anni fa, ma il suo concerto è rimasto nella mia memoria per tanti motivi: il pubblico che all'inizio era distratto e titubante per via del personaggio poco conosciuto, dopo aver ascoltato tre o quattro brani, si lasciò letteralmente trascinare dalla forza delle chitarre di Ely e dei suoi comprimari, soprattutto di Teye, che io ho definito una coinvolgente esperienza musicale. "Satisfied at last" purtroppo sembra ritornare al passato di Ely e mostra spesso un lato "morbido" che non gli riconosce quei passi stilistici di originalità conquistati nel tempo.


Discografia consigliata:


Dave Alvin:

-Interstate city, Hightone 1996
-Blackjack David, Hightone 1998
-Ashgrove, Yep Roc, 2004
-West of the west, Yep Roc, 2006


Joe Ely

-Lord of the highway, Hightone 1987
-Dig all night, Hightone 1988
-Love and danger, MCA 1993
-Letter to Laredo, MCA 1995
-Twistin' in the wind, MCA 1998





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