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domenica 29 maggio 2011

Variazioni tayloriane: Angelica Sanchez



L'originalità di uno stile musicale non è un accadimento che si sviluppa dall'oggi al domani: entrando nello specifico del jazz, per molti è sembrato più semplice seguire uno schema già preordinato, piuttosto che svilupparne uno personale. Parecchi musicisti jazz, è vero, hanno avuto la fortuna di essere al posto giusto al momento giusto, ma altri hanno bandito questo aspetto temporale, poichè in possesso di una tale creatività interiore che non aveva bisogno di manifestarsi nei meandri di un processo di sviluppo musicale. Pensate a Thelonious Monk oppure a Cecil Taylor, due compositori di jazz che hanno forgiato uno stile così personale che i posteri hanno dovuto ammettere l'impossibilità dell'atto della non imitazione: ad artisti come loro si può appiccicare l'idea che essi abbiano suonato da sempre allo stesso modo. Taylor, in particolare, è stato il fondatore dell'estetica free al piano; i suoi studi classici che vertevano soprattutto sulla parte moderna della storia contemporanea, ne fanno un precursore immortale, perchè continuamente inserito nelle viscere di tutto il jazz. Taylor mutuò concetti che derivavano dall'applicazione di alcune tecniche pianistiche che erano state rivelate agli inizi del novecento musicale da compositori come Cowell o Ives, che partendo da concetti come la dissonanza, la tecnica dei clusters e la costruzione di scale impostate in un rigore post-tonale, arrivavano a costituire il patrimonio indispensabile per un loro efficace trasporto nella musica afromericana. Ne derivò così che il piano potesse essere utilizzato anche nel jazz per un nuovo tipo di espressività, basata su un senso della timbrica improntato alla percussività del piano. Quest'ultimo verrà così aggredito dai musicisti, che ne cercheranno nuove modalità interpretative, alla ricerca di forme di "tensione" strumentale che sono esplicazione di una diversa applicazione del jazz rispetto a quelle tradizionali.
Tutti i pianisti si confronteranno con questo nuovo registro di musicalità adottato da Taylor, con alcuni ne seppero anche migliorare la formula sia dal punto di vista tecnico che emotivo: tra le ultime generazioni di pianisti spicca l'umano free jazz pianistico di Angelica Sanchez, cresciuta nelle formazioni del valente sassofonista Tony Malaby: con "A little house" giunge al terzo disco a proprio nome, dopo l'esordio canonico di "Mirror me", (che in verità lasciava troppo spazio a Malaby), e dopo l'ottima esperienza di "Life between", in congrega con un quintetto in cui svettava la personalità del chitarrista Marc Ducret in parallelo artistico con Malaby. In quella bellissima prova di jazz al confine tra post-bop contemporaneo e free, la Sanchez suonava un Wurlitzer (una tastiera molto usata da Hancock) conferendo meno spessore al suo substrato di pianista, ma migliorando la resa di gruppo, che alla fine costituiva l'elemento fondamentale di quel lavoro. "A little house" è invece un disco perfettamente in solitudine al piano, dove è possibile apprezzare le doti della Sanchez, che si divide tra un austero Taylor (con venature classiche) e le sue dolci ed introspettive visualizzazioni pianistiche che tendono a introdurre un livello di confidenzialità nella struttura libera. Ed è proprio quest'aspetto riflessivo che colpisce in positivo, che nasconde un dialogo diretto tra l'artista newyorchese e il suo strumento.
Discografia consigliata:
-Life between, Clean Feed 2008

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