Translate

sabato 7 maggio 2011

Lou Harrison




Henry Cowell fu il primo compositore classico ad istituire un corso di formazione a S. Francisco nel 1935, chiamato "Music of the peoples of the world", in cui dimostrava che qualsiasi tradizione musicale poneva l'accento essenzialmente sui fattori melodia e ritmo ed incoraggiava i suoi allievi ad allargare il raggio d'azione della sua ricerca per cercare nuovi connubi possibili oltre a quelli da lui già sperimentati. Tra gli allievi del suo corso colui che, forse, ne venne maggiormente influenzato fu Lou Harrison: nato con una predisposizione naturale per accogliere i suoni delle percussioni, cercò di donargli una nuova voce (assieme a John Cage), anche in rapporto al contesto orchestrale, e seppe mediare gli insegnamenti serialisti di matrice europea con quelli americani tipicamente d'avanguardia: in tal senso deporranno le sue sinfonie che mostreranno il suo originale stile: servendosi basicalmente della melodia romantica, ne costituì una sua accezione più moderna che inglobasse elementi di quella tipica "stranezza"riferita alla tecnica dodecafonica, implementando all' interno della composizione, anche tutte le sue influenze "orientalizzate"; così facendo riuscì allo stesso tempo ad applicare i principi di Cowell (ponendo l'accento sull'integrazione tra la melodia e la ritmicità) ed avere uno proprio status compositivo. Harrison diventò uno dei maggiori artefici dello sviluppo del "gamelan" dell'Isola di Java o del Bali, in questo coadiuvato nella ricerca dall'inseparabile compositore William Colvig e dalla sperimentazione effettuata qualche anno prima dal canadese Colin McPhee: il "gamelan" era un affascinante "complesso" di percussioni orientali che comprendeva tutta una serie di strumenti percussivi (metallofoni, xilofoni, tamburi, gong, etc., nonchè voci in tema) che grazie alla ricerca di Harrison venne importato in America ed in altre parti del mondo. La sua scoperta è rapporto di causa-effetto con l'utilizzo della microtonalità, che Harrison aveva già paventato nella sinfonia n. 3 di Ives, nonchè in una serie di lavori alle percussioni, ed aveva intuito che microtonalità e "gamelan" potevano essere oggetto di composizione musicale costruite in "simbiosi". E' a lui che si devono i primi esperimenti musicali di tack piano, ossia un piano modificato con l'inserimento di chiodini nei martelletti interni, ma è indubbio che al di là dell'uso di tecniche estensive degli strumenti, Harrison usasse proprio un'impostazione diversa nell'accordatura degli stessi suonando spesso in "just intonation". Comunque sia, Harrison è un punto fondamentale della musica classica del novecento per più motivi:
1) per l'elaborazione di uno stile che dopo anni di incontrastato dominio della serialità si riportava in àmbiti musicali che erano diretta conseguenza dell'era tardo-romantica (in tal senso mi riferisco soprattutto alle opere di Charles Ives, con cui collaborò anche fattivamente): la melodicità quasi "avantgarde" della sua composizione veniva spesso infettata dal quel rapporto di amore verso le percussioni ed in particolare quelle orientali del gamelan.
2) assieme a Hovhaness, Ezra Laderman, Ned Rorem, John Corigliano, E.T. Zwilich, etc., è stato uno splendido "continuatore" della tradizione sinfonica americana, ridando lustro ad un settore della musica classica che era in notevole difficoltà di contenuti: infatti negli anni ottanta-novanta la sinfonia sembra essere un fatto solo del nord Europa, mentre in America le vere novità vengono solo dal minimalismo di Adams e Glass.
3) così come molti altri compositori, Harrison ha personalizzato la sua musica, ed offerto spesso elementi di compromesso stilistico anche in territori meno affini come il jazz: il concerto per piano dedicato a Jarrett e da lui eseguito o le elucubrazioni di Al Jaurreau nella quarta sinfonia, sono la dimostrazione di quanto aperta e vasta fosse la sua preparazione.
Quando oggi si sente parlare di "wordl" music, specie se inserita in una composizione classica, è impensabile non riferirsi a Harrison, poichè nonostante possa essere inquadrato in un'ambito geografico ben definito, costituisce territorio in origine "vergine" su cui si sono incrociati teorie e tradizioni diverse, un punto di partenza da cui far partire nuove idee, con la constatazione di averle fatte funzionare bene in percorsi compositivi ben realizzati, con un livello di sperimentazione che se in apparenza sembra "leggero", in realtà è teso ad una più radiosa fruizione di quello che si ascolta.

Discografia consigliata:

Percussions Side:
-La Koro Sutra, American Gamelan Chorus, John Bergamo, American Gamelan and Berkeley Chorus, New Albion Records
-Chamber and Gamelan Works, New Wordl Records
-Lou Harrison: Scenes from Cavafy - Music for Gamelan

Simphonic Side:
-Symphony on G, Royal Philarmonic O., Gerard Samuel, Composers Recordings
-Symphony No. 2, Elegiac,Dennis Russell Davies, American Composers Orchestra and Keith Jarrett, Nimbus R.
-Third Symphony, Dennis Russell Davies, Music Masters J.
-Symphony no. 4, California Symphony, Phoenix Usa (in cui trovate anche "Double Music" con Cage)



Concert Side:

-Lou Harrison: Concerto for Violin and Percussion Orchestra; Concerto for Organ with Percussion Orchestra, William Kraft, Los Angeles Percussion Ensemble and David Craighead, Crystal R.
-Harrison, Piano Concerto/Suite for Violin, Piano and Small Orchestra, Naoto Otomo, Robert G. Hughes, New Japan Philharmonic Orchestra and Aleck Kari, New World Records

3 commenti:

  1. Pur considerando Harrison un buon compositore (e ottimo artigiano), ciò che non condivido del commento biografico (perché ritengo male espresso) è il paragone con l'avanguardia del compositore americano contrapposta alla "conservatrice" europa di stampo dodecafonico-strutturalista: insomma si può scrivere ancora seguendo la scia tardo romantica, ma nel frattempo è crollato il vecchio mondo e ci stiamo inoltrando verso una nuova dimensione umana (Nietzsche dixit): forse chi osa di più non sono proprio "questi" americani ... occorre educarsi al nuovo ascolto per apprezzare e godere del nuovo linguaggio musicale.
    federicus johannes mariah von bankerij

    RispondiElimina
  2. Ti ringrazio per aver letto il mio articolo.
    Riguardo alla tua nobile critica, quando ti riferisci all'educazione necessaria per godere dei nuovi linguaggi musicali, penso (?) tu lo faccia riferendoti alle avanguardie post-Cage ed in generale quelle che hanno puntato sul fattore "timbrico" della musica. In questa biografia critica ho solo cercato di evidenziare gli aspetti caratteristici dell'autore in rapporto alla storia e il mio giudizio non può che essere personale. E' vero che esiste oggi un'altra dimensione, a dire il vero molto criticata, ma non penso che sia utile scartare compositori che non sono troppo "moderni": non penso si debba dimenticare il passato musicale, e ritengo forse più opportuno privilegiare quei compositori (pochi invero) che, in qualche modo, riescono ancora a dare "emozioni" tramite la musica, a prescindere da fattori tecnici o dalla credibilità "storica" della proposta. Quelli che in sintesi, riescono ad afferrare un difficile equilibrio tra ragione e cuore.

    RispondiElimina
  3. Condivido pienamente quello che dici quando ti riferisci a "compositori non troppo moderni"; per quanto riguarda il difficile equilibrio tra ragione cuore, basta ascoltare come esempio la musica di Bruno Maderna, autore definito da certa critica tedesca e italiana (particolarmente Massimo Mila) il Mozart del novecento: non tanto per equiparare il genio indiscusso austriaco con il nostro compositore, quanto per l'incredibile equilibrio del timbro, del colore dell'armonia (per quanto riguarda il viennese; per il nostro forse si dovrebbe parlare di massa, alea, aulodia, ecc.) che vi si riscontra in entrambi i compositori.
    Il fatto è, per dirla tutta, che hai toccato un mio nervo scoperto: oggi sempre più incompetenti (naturalmente non mi riferisco a te ed al tuo interessante blog) liquidano in modo sprezzante la musica del nostro tempo con tale volgarità ed arroganza che mi sento in dovere di difendere autori oramai storici come Nono, Scelsi, Boulez, Stockhausen, Posseur, Xenaxis, e molti altri (Darmastadt e post): oggi non siamo più in grado di apprezzare e comprendere la nostra musica, quella appunto del nostro tempo forgiata da eccellenti artisti (niente a che fare con gli Allevi di turno!).
    Lou Harrison, pur mostrando una certa nostalgia per il passato, mostra una chiara e totale accettazione del nuovo linguaggio e, come scrissi nel primo post, la sua musica risulta di notevole spessore.
    Complimenti ancora per il tuo blog, è sempre raro incontrare siti interessanti, e quando uno di questi tratta della musica colta del novecento in modo serio e preciso come il tuo, allora l'interesse si trasforma in immenso piacere.
    federicus johannes mariah von bankerij

    RispondiElimina