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domenica 8 maggio 2011

John Surman




Tra i protagonisti del jazz inglese memori delle esperienze di Coleman e soprattutto Coltrane, ci fu sicuramente John Surman: il pluristrumentista di fiati ebbe la fortuna di essere nel plotone dei musicisti britannici che scoperchiavano il ruolo del free jazz in Europa, ma quella fortuna se la guadagnò anche con i suoi continui progressi stilistici. La carriera di Surman si può dividere in tre periodi principali: il primo, che va dagli esordi fino a "The tales of Algonquin" che lo vede come ottimo ripropositore delle istanze di matrice americana, con una impegnativa presenza al sax baritono; questo periodo coincide con molte collaborazioni fruttuose sia nell'approccio solistico a più strumenti, sia nell'imperante versante orchestrale (vedi mio post precedente sul jazz inglese); è un periodo particolarmente rappresentativo, sebbene l'improvvisazione fosse di alto livello ma dispiegata su "binari" già percorsi. La seconda fase della carriera che va da "Westering Home" a "Road to St.Ives" rappresenta lo fase di sviluppo del musicista, che grazie ad alcuni elementi diventa una vera proposta che si impone per l'intriseca bellezza artistica: Surman sviluppa un intrigante sensibilità che si compone oltre che della sua improvvisazione alla famiglia dei sassofoni e ad alcuni strumenti a fiato, anche di un leggero strato di elettronica da synth che spesso gli serve come base armonica per disegnare musicalmente le sue affascinanti trame di derivazione "coltrane-iana". E' probabilmente la fase più intensa artisticamente, che lo vede diventare un big della ECM in pianta stabile ed ottenere un riconoscimento più ampio. La comunità musicale si trova di fronte ad un musicista che, partendo da basi formative solide e consolidate, mette in evidenza un interessantissimo linguaggio strumentale frutto di un evidente arricchimento in territori "atmosferici": l'artista pubblicherà almeno 4 albums di elevatissimo livello in cui emerge una specie di Jules Verne adattabile anche alla musica: le trame di sax sono perfettamente dosate e uniscono un universo espressivo che talvolta è discorsivo, beatamente riflessivo, altre volte è veloce e lancinante ma in ogni caso il tutto è meravigliosamente calibrato: "Morning glory" è un incontaminato viaggio nell'improvvisazione con risvolti "nordici", con la coadiuvazione essenziale di Terje Rypdal e Malcom Griffiths; "Upon Reflection", incentrato sulle sovraincisioni, è il miglior abito musicale mai indossato dall'inglese in termini di valenza qualitativa; "Amazing adventures of Simon Simon" è il Ventimila leghe sotto il mare del ventesimo secolo trasferito in musica; "Witholding patterns" restituisce un Surman pienamente consapevole del suo jazz e delle sue radici bluesistiche. In tutti questi episodi un elemento che lega in comune queste prove è il suo strabiliante uso del "cantato" negli strumenti, e un forte senso di caratterizzazione musicale dovuto ad una costante ricerca di equilibrio nel folklore tradizionale. Molta critica sottolinea con maggior forza gli ultimi episodi discografici di questo secondo periodo, con una menzione particolare per il validissimo "Road to St. Ives" (invero importante perchè dà i primi segnali di approfondimento nella tematica della musica da chiesa inglese), tuttavia emerge anche un chiaro romanticismo che va a discapito dell'improvvisazione più pura e libera. Ma questa sarà la strada che Surman sceglierà da quel momento in poi (il terzo periodo) poichè con "Stranger than fiction" del 1993 (in cui imbastice un quartetto con John Taylor al piano) inizierà una vera e propria immersione nella composizione classica, in una dimensione quasi sempre cameratistica. Surman verrà accostato dalla critica a molta letteratura colta, ma la sua forma di "chamber jazz music" si avvarrà di un ricorrente multistilismo che lo vede a seconda del bisogno espressivo, utilizzare scampoli di violini barocchi o del classicismo, passando per un certo tenore pastorale dell'impressionismo inglese con tocchi e ripristini della modernità classica alla Britten. E' un percorso rischioso quello dell'inglese, che deve affrontare un vasto e nuovo settore della musica con la prospettiva di un jazzista, ma i risultati dimostreranno la sua intelligenza e bravura nell'evitare che gli episodi musicali si trasformino in una semplice ricerca di estetica sonora che possa risultare troppo incentrata sui suoni e rivelarsi autoindulgente e "pesante" per l'ascolto: invero, se alcuni decantati albums riescono nell'intento è merito soprattutto della sua profondità strutturale, nel saper creare un evidente legame tra lo spirito del jazz e la perscrutabilità della composizione. Sebbene sembrano esserci avvisaglie di un ritorno alla tradizionalità jazzistica, la maggior parte dei suoi ultimi lavori discografici dimostrano come Surman abbia ormai superato la primordiale dimensione jazzistica per intraprendere un cammino, egualmente emotivo, che parli con un linguaggio più semplice dal punto di vista delle evoluzioni strumentali, ma più consono ad un compositore classico attento alla tessitura e alle immagini da evocare.

Discografia consigliata: (escluso collaborazioni a nome altrui)

Periodo free:
-How Many Clouds Can You See?, Deram 1969
-Where fortune smiles, Dawn 1971
-S.O.S., JGO Records, 1975

Periodo ambient/ jazz:
-Morning glory, 1974
-Upon reflection, ECM 1979
-The Amazing adventures of Simon Simon, ECM 1981
-Withholding pattern, ECM 1984
-Private city, ECM 1987
-Road to St, Ives, ECM 1990

Periodo classica:
-Stranger than fiction, ECM 1993
-Coruscating, ECM 2000
-The space in between, ECM 2007
-Rain on the window, ECM 2008
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