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mercoledì 25 maggio 2011

Bob Dylan

Bob Dylan In Concert: Brandeis University, 1963



Ebbi la possibilità di vedere Dylan in concerto nel 1986, e mi accorsi che lo stesso non avrebbe mai potuto essere un'artista da valutare in palcoscenico: mettendo da parte la band (ma il discorso è estensibile a tutti i gruppi imbastiti dall'americano), la dimensione live soffocava l'alto contenuto letterario di molti suoi brani. Dylan ha sempre avuto due anime conviventi: la prima, dedita allo spirito folk di Woody Guthry, (il suo mentore musicale dopo la lettura del suo libro "Bound for glory") che accentuava il carattere di protesta, nonchè ne esaltava le caratteristiche vegetative (attaccamento alla terra d'origine, utilizzo della sola chitarra monocorde, tipizzazione del canto, etc.); la seconda, invece, era pienamente immersa nel movimento letterario della "Beat Generation" degli anni cinquanta; riguardo a questo secondo aspetto, Dylan può considerarsi senza tema di smentita il primo vero "poeta" musicale della storia del rock (quest'ultimo inteso come aggregazione dei generi musicali americani), rappresentando uno dei veicoli principali attraverso il quale tutta la musica di quegli anni fornirà nuovi spunti. Fino ad allora, nessuno era stato in grado di mettere in parole e musica quel senso di volontà profetica, di rivoluzione silenziosa latente. Con un stile "economico", da menestrello della musica di strada, con uno slang nasale tutto personale fatto di evidenti caratterizzazioni tese ad avvalorare le trame portanti, Dylan ha costituito per le nuove generazioni un ideale di pensiero, di giustizia, un predicatore e un saggio commentatore della profondità dei sentimenti umani allo stesso tempo. Con lui è cambiato l'approccio all'ascolto della musica rock, poichè diventò indispensabile unire idealmente i testi delle sue canzoni con i fattori musicali (che a ben vedere risultano tutto sommato poveri e risaputi), ma la sua forza sta proprio in quella carica "difficile" del brano, in quelle rime che si stampano nella mente dell'ascoltatore grazie a quella semplice costruzione musicale fatta di pochi accordi. In tal senso, mi permetterei di rivalutare maggiormente l'aspetto folkish dell'autore rispetto al "talking blues" che da sempre è stato uno dei suoi "status" musicali più apprezzati.

Il Dylan più continuo e forse innarivabile degli anni sessanta sembrava non avere niente di speciale ed invece aveva tutto, e al di là dell'influenza direi "mostruosa" che il musicista ha prodotto nelle nuove generazioni di musicisti (che è presente ancora oggi nonostante le evidenti difficoltà di rinnovamento), resta un episodio unico nella storia della musica in generale, in grado di incarnare gli istinti cristiani di un novello Whitman: il mondo trovò negli anni sessanta un modello "buono" che potesse esprimere le reali istanze del cattolicesimo, di quei cattolici non bigotti, fatto di normalissime paure, transiti, dubbi, rimorsi, etc.

E' superfluo sottolineare che la sua produzione discografica degli anni sessanta è da incorniciare: in questo peraltro esistono miriadi di biografie, libri, articoli che la scandagliano in lungo e largo. Una menzione, fatta solo per ricordare la grandezza artistica di alcuni episodi, va fatta per l'album "The times they are a-changing" che costituisce il Dylan più intimo e puro di sempre e rappresenta l'album folk di riferimento per la storia del genere, per "Tambourine Man" che sancisce la nascita del folk-rock, per "Desolation Row" che istituisce per la prima volta la forma in suite folk di stampo poetico, per "Blonde on blonde" che costituisce (forse anche al di là della musicalità espressa), il tentativo di rappresentare l'arte nel rock, una serie di canzoni che scoprono quel mondo sommerso dei sentimenti "nobili" che solo attraverso la poesia ed una vera compenetrazione simbolica è possibile far emergere.

Mentre evidenti alti e bassi hanno caratterizzato il proseguio della carriera: tra gli alti sicuramente uno dei suoi capolavori "Blood on the tracks" scritto sulla falsariga emotiva di "Blonde on blonde" ma forse con una valenza di suono migliore dovuta anche al miglioramento delle tecniche di registrazione su vinile; quest'album inaugura la trilogia completata con "Desire" e "Street Legal" che affiancano alla scrittura tipica di Dylan alcuni azzeccati elementi musicali di matrice messicana; la produzione di Mark Knopfler dei Dire Straits, nonostante potesse essere considerata ambigua per la musicalità di Dylan, dà comunque degli ottimi risultati sia nell'album che precede la conversione mistica in "Slow Train Coming" sia in "Infidels" che sfodera accenti musicali anche abbastanza aggressivi.

Direi che i bassi della carriera cominciano a prevalere quasi costantemente da "Empire Burlesque" in poi, con le eccezioni di "Oh Mercy" e "Time out of mind", in cui gran parte della rivalutazione letterario-musicale dell'artista era sostenuta dalla moderna produzione di Daniel Lanois, comunque mantenendo, in ogni pubblicazione, una dignità artistica che vale di più di centinaia di nuove produzioni emergenti nello stesso settore.



Discografia consigliata:

-Freewheeling, 1963
-Times they are a-changing, 1964
-Another side, 1964
-Bringing it all back home, 1965
-Highway 61 revisited, 1965
-Blonde on blonde, 1966
-Basement Tapes, 1975 (registrazione con il suo miglior gruppo, la Band)
-John Wesley Harding, 1967
-Blood on the tracks, 1975
-Desire, 1976
-Street Legal, 1978
-Slow train coming, 1979
-Infidels, 1983
-Empire burlesque, 1985
-Oh Mercy, 1989
-Time out of mind, 1997

Tutti per la Columbia Records.

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