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sabato 21 maggio 2011

Alcune considerazioni sul free jazz californiano

Panorama di Fort Worth


Vale la pena fare qualche considerazione sul jazz californiano soprattutto quello che si sviluppò dopo quella famosa corrente di rinnovamento che fu intrapresa nel periodo "cool" da giganti come Gerry Mulligan, Chet Baker ed altri, ai fini di un maggiore considerazione che quel jazz ha avuto a discapito di quello che si pensa: in quegli anni era imperante la moda hippy e i sogni lisergici della cultura acida dei Greateful Dead e Jefferson Airplane che offuscavano gli aspetti jazzistici, ma in realtà se ne nutrivano anche. Il rinnovamento della scena di Los Angeles alla fine dei sessanta passa attraverso la visita in città di Ornette Coleman e dei musicisti a lui vicini; alcuni di essi come Charles Brackeen, James Clay rimasero affascinati al punto da volerci rimanere, ma era indubbio che anche altri musicisti tendevano a trasferirsi a Los Angeles per ragioni di affinità artistica e geografica. In tal senso è necessaria fare una considerazione di tipo territoriale, poichè Los Angeles attirava a sè tutti i musicisti che suonavano a nord e sud della sua collocazione; a nord, San Francisco era il posto prediletto da molti valenti jazzisti tra cui Charles Moffett, Prince Lasha e Dewey Redman (musicisti oggi quasi dimenticati, ma di valore assoluto) e successivamente Frank Lowe, Sonny Simmons, Charles Tyler e per qualche tempo Pharoah Sanders. A sud, invece il richiamo veniva dal Texas e in particolare da Fort Worth che diede i natali a parecchi jazzisti di rango: John Carter, Horace Tapscott, Arthur Blythe, nonchè allo stesso Coleman. Il texano di Dallas, Bobby Bradford si era invece già trasferito in quegli anni.
Quindi il jazz viene inondato dalle nuove teorie di Ornette che trovano terreno fertile in una pletora di estimatori che contribuisce in maniera significativa allo sviluppo del free: quindi, il jazz californiano post anni cinquanta è una estrinsecazione dei movimenti free nati con "Something Else! The music of Ornette Coleman" del 1959. Il free jazz assumeva connotazioni diverse da quello newyorchese o di Chicago, era un free jazz che incorporava una matrice bluesistica molto forte, molto più pressante di quella che avvertivano i musicisti di New York impegnati in un grado di astrazione sonora e libertà improvvisativa che tendeva a fuoriuscire nettamente dai canoni (vedi Ayler, l'ultimo Coltrane, Dixon, etc.) o quelli presenti a Chicago che, nelle loro improvvisazioni, risultavano emotivamente coinvolti anche dalla cultura classica europea.
Nei settanta, poi, la scena losangelina trovò un nuovo punto di incrocio con la presenza artistica del sassofonista David Murray che, grazie anche al suo apporto, creò nuovi riferimenti con quella sudista emergente di St. Louis dando vita a particolari progetti di integrazione jazzistica con rinnovati accenti bluesistici. Le caratteristiche del jazz californiano costituirono a livello stilistico l'alternativa alla scuola di St. Louis e a quella di Chicago: mentre a metà degli anni sessanta l'avanguardia di Chicago grazie alla fondazione dell'Aacm si concentrava sui timbri e sulla ricerca dei suoni, ponendo l'accento sulle possibilità strumentali in analogia con quanto avveniva nella musica colta, i movimenti californiani si concentravano più sulla libertà improvvisativa ma rimanendo sempre in un'ambito di valori strettamente jazzistico, un percorso ancora più puro di quello che intrapresero i musicisti a St. Louis che vennero invece pervasi dal senso delle radici del jazz: in tal senso Julius Hemphill, Oliver Lake, Baikida Carroll, Hamiet Bluiett, nonchè la stessa cerniera David Murray, furono i rappresentanti di questo approccio più condivisibile che attraverso le forme del blues e delle nuove ritmiche provenienti dagli accostamenti al rock di Miles Davis, tendeva ad una riproposizione del jazz in chiave moderna.

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