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lunedì 11 aprile 2011

Voglia di toni bassi: la New History Warfare di Colin Stetson


Le tonalità basse del sassofono sembrano aver trovato nuova linfa negli ultimi anni. Nel jazz l'americano Colin Stetson utilizza un sassofono basso, strumento direi quasi raramente esplorato nel jazz o nella musica contemporanea; Stetson prende le mosse in tal senso dalle teorie d'improvvisazione di Anthony Braxton, che cominciò a scandagliare le possibilità dei toni bassi (sassofono contrabasso e baritono) cercando in quelle particolarità una reale personalità dei suoni. Molto si basa sulla respirazione circolare: questa tecnica, che in Oriente è stata sempre attuata, può dare nuovi sviluppi alla capacità di espressione dei suoni, perchè riesce a limitare le prese di fiato e a dare allo stesso un'amalgama che, qualora lo strumentista applichi bene la tecnica stessa e riesca a non interrompere il flusso d'aria che si crea nella bocca, ha del prodigioso: fermo restando che comunque è una tecnica dispendiosa (grandi polistrumentisti dei fiati come Roland Kirk ad esempio, la usavano con molta parsimonia), il Braxton dell'età giovanile, quello del periodo Arista per intederci, ben coadiuvato nei suoi esperimenti anche dall'altra star dei sassofoni Roscoe Mitchell, fu il primo che attraverso queste tecniche mutuate dalla sua evidente preparazione classica, diede delle nuovi connotazioni sonore a quel tipo di composizione che faceva uso dei toni bassi: il baritono o il basso potevano diventare dei perfetti veicoli lirici e in molti casi potevano acquistare una potenza espressiva basata anche su un uso quasi percussivo dello strumento: una specie di stantuffo di note che sprigiona momenti di tensione che possono arrivano anche ad un parossismo strumentale. Con quei musicisti "free", si era passati da un lirismo di tipo tradizionale ad una selvaggia esplorazione dello strumento, in un ponte stilistico che univa l'uso "colto" degli strumenti in questione con quello in linea con la tradizione jazz dei primi grandi baritonisti (Gerry Mulligan e Pepper Adams) passando per le novità espresse dal free jazz statunitense ed europeo (Hamiett Bluiett e John Surman).
Tra i tenoristi, ultimamente non posso fare a meno di non menzionare lo svedese Mats Gustaffson (anche nel progetto Jazz Pa Svenska), che, memore delle lezioni del suo conterraneo Lars Gullin e di quelle europee sul tema di Evan Parker e Jon Raskin (Rova Saxophone Quartet), si è focalizzato sullo strumento riuscendo a dargli una propria "voce", una carica di fisicità e di aggressività senza precedenti. Allo stesso modo Colin Stetson con il basso, va anche più giù nella scala della tonalità, ma tendenzialmente cerca nuove strade espressive in un patchwork di minimalismo sonoro (con evidenti arrotondamenti di suono nello stile massimale di Glenn Branca), intermezzi vocali (Laurie Anderson e Shara Worden) che hanno il compito di destabilizzare l'ascolto programmatico e con 24 microfoni che cercano di catturare tutte le sfumature del basso.


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