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sabato 16 aprile 2011

Steve Earle: I'll never get out of this world alive

I'll Never Get Out of This World Alive




Il Texas è sicuramente uno dei luoghi sacri del country americano: da lì sono nati i migliori musicisti del genere (Townes Van Zandt, Guy Clark, Terry Allen, Joe Ely, etc.) oscurando molto spesso la patria Nashville. Steve Earle non fa eccezione. Nonostante una vita direi alquanto turbolenta (sette matrimoni, una fiaccante permanenza in carcere ed un'attività musicale in continuo scontro coi discografici), Earle seppe nella metà degli anni ottanta fornire al genere un nuovo rinnovamento aggiungendoci la sua forza di interpretazione, che, per passionalità e musicalità, era molto vicina a quella di Bruce Springsteen. Il suo primo disco "Guitar town" già lo vedeva alle prese con un country un pò più eterogeneo, ancora poco indurito a dispetto della sua personalità, con evidenti escursioni nel rockabilly, nel blues e nella ballata "americana". Con i successivi "Exit O" e "Copperhead Road" e "The Hard Way", Steve Earle raggiungerà già una prima maturità con brani dirompenti, ben costruiti, con chitarre "arrocate" in primo piano (quasi rollingston-iane) ed uno script lucido che non ha nulla da invidiare ai mostri sacri del country. Il punto di forza di Earle è anche il sound, la produzione che spessa si basa su un'idea di arrangiamento talmente valida da sorreggere qualitativamente tutto il brano. Con "I feel alright" la vena "rock" di Earle si placa un pò per dar posto ad una scrittura che ha molti punti di contatto con un pop più convenzionale ("I feel alright" o "El Corazon"), e spesso è vicina al folk della tradizione (il bluegrass puro di "Mountain" o quello travestito di "Trascendental Blues"): tuttavia in ciascuno di questi, non mancano episodi per dimostrare il suo talento e per aggiungere nuovi e personali classici alla sua produzione. "Jerusalem" del 2002, periodo in cui Earle aveva preso una posizione ambigua contro i terroristi afghani, si impone invece per un sound che si indurisce a dismisura e si accompagna ad effetti elettronici pur rimanendo su una base compositiva country. E' probabilmente il suo capolavoro: le sue meditazioni sulle "storture" del pensiero americano gli conferiscono un originale e glabra impronta musicale. Dopo questa prova Earle pubblicherà alcuni cds con impatto notevolmente inferiore, palesando una possibile stasi creativa; ma è certo che il suo contributo al "country" in questi ultimi vent'anni è stato realmente importante. "I'll never get out of this world alive" mostra un'artista in bilico tra reminiscenze senza mordente del passato (che occupano tutta la prima parte) e nuovi episodi più in linea con uno standard di canzone adeguato al suo curriculum.


Discografia consigliata:

-Exit 0, Mca 1987

-Copperhead Road, Mca 1988

-The hard way, Mca 1990

-El Corazon, Warner, 1997

-Trascendental blues, Artemis, 2000

-Jerusalem, Artemis 2002

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