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domenica 17 aprile 2011

Anthony Braxton





...Fondamentalmente, se avessi un trafiletto per spiegare mè stesso e il mio lavoro, dovrei dire che semplicemente spero che chiunque ascolti la mia musica o legga un mio articolo sia portato a riesaminare le cose e stabilire prospettive che non trova nei mezzi di comunicazione. Riesaminare per sè stessi è quello che deve accadere perchè ci sono molte cose meravigliose che succedono nella creatività musicale che sono state soffocate da definizioni aliene di gente le cui intenzioni sono lontane da quelle della musica e fanno male alla cultura. Braxton non è il soprannaturale o un mistero, io sono cresciuto nella cultura e ho sperimentato molte delle cose che tanti altri hanno fatto. Solo che il lavoro della mia vita riguarda la creatività ed io ho seguito un percorso che non è nei canoni. Ma questo non significa che quel percorso non è valido...........
Anthony Braxton

Quella creatività di cui parlava Braxton in maniera così semplice, è in realtà un concetto molto astratto e più ampio di una semplice spiegazione. Braxton è una icona nello sviluppo del jazz e soprattutto nelle sue deviazioni colte. Negli anni sessanta, anche grazie al suo intervento, il jazz, anche quello più radicale, cambiò prospettiva e si diresse verso una piena implementazione tra l'improvvisazione e la composizione. Braxton al riguardo può essere considerato un vero e proprio compositore visto dalla prospettiva di un jazzista, con un eredità musicale fatta di mille episodi importanti (anche incomprensibili talvolta), e con una mole di lavoro enorme a disposizione delle nuovi generazioni. Ha creato una personale e direi quasi enigmatica scrittura notazionale fatta invece che di parole di disegni riepilogativi ed è uno dei maggiori e più influenti suonatori di fiati in generale (con spirito Coltrane-iano), campo in cui ha cercato in ogni momento nuovi sviluppi rafforzando esperimenti sui timbri degli strumenti e sulle modalità del fraseggio.
Molti hanno detto che Braxton era cerebrale poichè fortemente influenzato da Cage e Stockhausen, ma la sua musica alla fine si rivelava molto più intima di tanta neuroticità conclamata.
A grandi linee, la carriera di Braxton (che si incrocia con quella degli altri capisaldi della "creative" music jazz degli anni sessanta a Chicago) può anche discograficamente riassumersi in quattro fasi principali. La prima, corrispondente ai suoi primi e fulgidi esempi di free jazz intelettualizzato (dall'esordio "Three compositions of new jazz" fino alle "Saxophone Improvisation Series F" del '72) con registrazioni fatte in casa presso la Delmark Records, la cui storicità è ormai cosa assodata. La seconda invece abbraccia tutto il periodo degli anni settanta/inizio ottanta presso la Arista Records, presentando un Braxton giovane che è in pieno fermento nello sperimentare nuove personali soluzioni (passando dal trio fino ai large ensembles) La terza, negli ottanta, che si dispiega a Milano con le registrazioni presso la Black Saint e che mostra un Braxton che comincia a tenere sotto controllo l'improvvisazione e a creare "pacchetti" preconfezionati da poter suonare in modulazione. La quarta, iniziata nel 1995, anno in cui Braxton, cambiando prospettiva, genera un sistema musicale chiamato "Ghost trance art" e fonda la sua etichetta discografica (la BraxtonHouse); la "Ghost trance art" si rivela uno dei suoi marchi di fabbrica più incisivi, poichè le strutture diventano ripetitive (quasi in un afflato minimalistico) e riconoscibili nella loro dinamica ritmo-tempo. E' una tecnica improvvisativa che può andare avanti per ore, ma che nel jazz colto porta dentro tutti i suoi studi sulla trance music. E' una delle sue fasi più controverse, perchè contestato nell'applicazione di un schema reiterato che non fa emergere la sua esplosività come improvvisatore. Il musicista americano comunque darà luogo (anche in concomitanza con i suoi lavori primari) a registrazioni estemporanee anche con altre case discografiche (sotto forma di live o di riepiloghi strutturali di composizione proprie e altrui, quest'ultime invero poche) in specie con la Leo Records che pubblicherà molti dischi con la sua presenza. L'ultimo decennio lo vede anche ritornare ad una forma di jazz più tradizionale, come se l'artista voglia rivivere i sogni indimenticabili della giovinezza e in tal senso produce una serie di collaborazioni, molto spesso in duetto, con vecchie glorie del jazz o con i suoi allievi. Invero non c'è più un effetto novità e da anni il professore Braxton sembra più impegnato a portare a termine la sua "lezione" che a riposizionarsi su nuovi orizzonti qualitativi; nonostante Braxton non abbia nemmeno trascurato le relazioni con il computer e le possibilità interattive che questo può generare, sembra che nutri troppo i processi compositivi o le idee, senza preoccuparsi delle ricadute musicali, restando altero rispetto agli sviluppi emotivi che le generazioni recenti stanno ponendo nei confronti dell'improvvisazione.


Discografia consigliata:

Periodo Delmark
-Three compositions of new Jazz, 1969
-For Alto, 1971
-Saxophone Improvisations Series F, America 1972

Periodo Arista:
-The complete Arista Recordings, un box che comprende "New York Fall 1974"/Five Pieces, 1975/The Montreaux-Berlin Concerts, 1975/Duets 1976 (con R.M.Abrams)/Creative Orchestra Music, 1976/For Trio, 1978/Four 4 orchestras, 1978/Alto saxophone improvisations 1979/For two pianos 1980

Periodo Black Saint:
Four Composition quartet 1983/Six Compositions Quartet 1984/Five Composition, 1986/Eugene 1989/Six composition quartet 1991, Antilles

Periodo Braxtonhouse GTM e affini:
-Four composition quartet 1995/Sextet, 1996/Ninetet, vol1, Leo R. 2002/Four Composition 2000, Delmark

Il miglior disco del decennio 2001-2010:
-Beyond Quantum, Tzadik 2008

Ho volutamente lasciato da parte (per esigenza di sinteticità) molte valide collaborazioni tra cui i suoi interventi nei dischi di Muhal Richard Abrams, Guenter Hampel, dei Circle di Corea, della Creative Construction Company, etc.

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