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sabato 5 marzo 2011

Nord e Sud Africa: la voglia di africanità di Randy Weston e Dollar Brand


Sebbene sembri paradossale, già i primi compositori jazz auspicavano un ritorno alle tradizioni ancestrali che si conservavano nella madre terra, l'Africa. Duke Ellington, accanto alla sua superba scrittura swing, non nascondeva quella virtù di flirtare con le nuove aperture musicali rinvenienti dal mondo e con le tradizioni dei suoi avi; l'esempio di "Fleurette Africaine" era esplicativo del modo con cui il compositore americano tendeva a conciliare le scoperte del jazz e l'impostazione "tribale" del popolo d'Africa. In particolare i pianisti jazz che si occupavano del tema sembravano avere anche una naturale predisposizione per il suo accorpamento in orchestra; la miscela fra jazz ed elementi africani sarà molto considerata anche nello sviluppo storico del genere, ma il be-bop in particolare mise in luce almeno due pianisti che riuscirono più degli altri ad avere una personale voce nel panorama internazionale, pieni testimoni della loro ricerca condotta sul versante dell'introduzione di specifici elementi tratti dallo studio di canti o musiche di alcune zone dell'Africa: Randy Weston e Abdullah Ibrahim aka Dollar Brand.
Randy Weston, che era stilisticamente molto vicino al pianismo di tipo compositivo di Ellington, si pose in luce con le suites di "Uhuru Afrika" del 1961 con un sound pianistico di base che incorpora a meraviglia l'africanità (vedi Uhuru Kwanza) sebbene emerga una visione più ampia che privilegia l'orchestrazione swing e il be-bop. Weston non sarà molto prolifico dal punto di vista compositivo, il periodo d'oro resta quello che va da Uhuru Afrika appunto fino a "Blue Moses" del 1972, che rimane la sua opera jazzistica maggiormente compiuta e che ritrae l'artista nel momento di grazia della fusion, tema a cui lo stesso aveva aderito in maniera abbastanza esplicita in quegli anni. In quell'album il tributo alla madre Africa è decisamente più forte e non divaga alla ricerca di altre forme di integrazione non imparentate con l'Africa. "Blue Moses" mette a frutto anche i suoi sforzi musicali intesi come studio delle tradizioni locali, tant'è che lo stesso vivrà per molti anni in Marocco aprendo un club e centri di ricerca; la sua volontà è quella comunque di un jazzista che rimane basicalmente ancorato alla sua scrittura originaria e che cerca di accogliere con parsimonia gli elementi di origine nordafricana. Con il passare dell'età, Weston in un incredibile processo di miglioramento artistico, sembra voler pian piano smussare la parte jazzistica per ampliare quella etnica: le registrazioni in spirito jazz sono molto centellinate seppur sempre di alto valore, mentre aumentano quelle in cui il pianista americano, inseguendo il miraggio di un maggior afflato spirituale, regala la scena a musicisti e gruppi con i quali collabora: importanti quelle con i musicisti Gnawa del Marocco in relazione al loro apporto culturale.
Se il pianismo intriso di spirito africano di Weston era poco spettacolare, l'"African Piano" del sudafricano di Capetown, Dollar Brand alias Abdullah Ibrahim (così chiamato dopo la conversione alla religione islamica) si caratterizza invece per la sua esplosività ed una ancora più diretta esposizione al tema. Il suo riconoscibile stile è una sintesi tra il jazz di Ellington e di Jerry Roll Morton, i tocchi spigolosi di Thelonius Monk, la timbrica rafforzata degli hard boppers, e la percussività che richiama velatamente canti e tradizioni sudafricane (l'elemento percussivo della mano sinistra era elemento comune anche a Weston). Dollar Brand farà un'operazione simile a quella del calypso di Sonny Rollins solo che qui sono le culture sudafricane ad essere oggetto dell'operazione. Il solo del 1969 è un album indispensabile nella storia del jazz, perchè fornisce il miglior esempio di come si potesse creare un sound "regionale" (l'aspetto riguardante le origini) rimanendo attaccati alla prospettiva jazzistica. Una lunga sequenza di albums pianistici con un espresso tributo alla sua Africa costella la prima parte della sua carriera musicale in concomitanza con la svolta religiosa con la quale acquisisce anche elementi di derivazione islamica, conferendo al suo pianismo una maggiore dimensione spirituale; le sue sono delle vere e proprie "cartoline" a colori della sua terra immerse in una sorta di impressionismo jazzistico. Finita quell'intensa esperienza, il musicista sudafricano allargò le sue usuali visioni artistiche utilizzando ensembles sempre più numerosi: si va dall'"African Space Program" che al suo interno annoverava star di primo piano come Hamiett Bluiett e Sonny Fortune ad un quintetto sudafricano fatto di leggende locali, fino ai nove elementi di "The journey" in cui sono presenti Bluiett, Don Cherry e Dyani: il sound si arrichisce di melodicità ed aspetti etnici precorrendo gli impasti popolari fatti da Paul Simon anni più tardi, in altri casi invece l'artista si presenta con alcuni notevoli esperimenti invece imperniati sul free e sulla sua integrazione con la ritualità islamica ("Cape Town Fringe" e "Banyana" rispettivamente per i due aspetti). Tuttavia la formula etnico-melodica tenderà a dominare per il resto della discografia con un jazz un tantino più semplice perchè al servizio dell'etnicità della proposta. La formula intrapresa dal suo gruppo nato nell'83 sotto il nome di Ekaya lo proietta in un dolcissimo vortice melodico così ben fatto da far gridare al miracolo molta critica, in realtà la formula di Abdullah mostrerà proprio in questi episodi i primi segnali di appagamento artistico: gli Ekaya subentrano nel periodo in cui il pianista aveva probabilmente già espresso quasi totalmente il suo potenziale ed aveva perso la sua primordiale esuberanza. L'unico tassello che mancava alla sua carriera era quello della composizione colta: venne soddisfatto, chiudendo il cerchio con la primordialità delle intenzioni mostrate dal suo mentore Ellington, con i due episodi di "African Suite" e "African Symphony" costruiti su reinterpretazioni annacquate di suoi classici.


Discografia consigliata:


Randy Weston

-Uhuru Afrika, Capitol, 1961
-African Cookbook, Atlantic, 1964
-Blue Moses, CTI, 1972
-Blues to Africa, Freedom Records, 1974
-The spirit of our ancestors, Verve 1991
-Khepara, Verve 1998
-Spirit! The power of music, Arkadia, 2003


Abdullah Ibrahim/Dollar Brand:

-African Piano, 1969
-Ancient Africa, Sackville, 1972
-African Space Program, 1973
-Good News from Africa, 1973
-Cape Town Fringe, Bellaphon Records, 1974
-Banyana, Enja, 1976
-Journey, Dowtown, 1977
-Echoes from Africa, Enja, 1979
-Ekaya, Ekapa Records 1983

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