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sabato 12 febbraio 2011

Ron Sexsmith



Mentre da anni cantautori e gruppi pop cercano di portare il genere verso l'integrazione con altri lidi, magari anche distanti, esiste una serie di autori e gruppi che, invece, quasi irrispettosi della modernità, rifanno il passato: è una strada difficile, questa, poichè spesso può portare ad atterraggi sicuri in zone musicali già battute che non assicurano l'originalità della proposta; il canadese Ron Sexsmith è uno di essi: l'omonimo esordio discografico del 1995 venne al tempo considerato dalla critica come un riuscito tentativo di coniugare i cantautori folk americano/canadesi dei sessanta/settanta con una scrittura pop tipica inglese: in pratica si mettevano insieme Tim Hardin, Leonard Cohen e Ray Davies (Kinks). Tuttavia, nonostante il plauso della critica che diede credito anche al più intimista secondo sforzo dell'autore, Sexsmith era nettamente sopravvalutato artisticamente: il suo modo confidenziale e riflessivo di comporre non aveva particolari bagliori per affermarsi. Dopo una terza prova ancora riflessa in quel bagaglio musicale, cominciò ad imbastire qualcosa di diverso con "Blue Boy" nel 2002 che lo vedeva alle prese con un sound più scattante, che cercava di costruire una veste ideale alle sue canzoni che purtroppo mancavano di una produzione adeguata e soprattutto di arrangiamenti accattivanti per potersi imporre in maniera definitiva: questo tentativo fu purtroppo ancora troppo transizionale e i successivi, forse per paura anche di perdere un certo mercato, sembrano essere ancora riflessi in una scrittura non particolarmente sbilanciata dal punto di vista strumentale. Poi, quando ormai non lo si sperava più, nel 2006, Sexsmith tirò fuori il suo capolavoro "Time Being": in questo disco, oltre a presentare la parte migliore della sua vena compositiva (quella riferita a Ray Davies, adattata anche ai suoi umori), si materializzano quegli arrangiamenti giusti che erano necessari per potersi affermare come uno dei migliori ripropositori di musica pop in tempi recenti: le chitarre vibrano positivamente in "Hands of time", gli accenni jazz-blues di "Jazz at the bookstoore" colpiscono per la loro cinematicità, persino il più riflessivo "Reasons for our love" sembra acquistare una maturità diversa da analoghe songs di albums precedenti. "Time Being" trascurato ignobilmente dalla critica, fu bissato da "Exit strategy of the soul" in cui Sexsmith, riesce anche ad imbastire degli interventi pianistici di pregevole contenuto emotivo; l'album segna anche un miglioramento negli arrangiamenti fiatistici che ripropongono un certo sound alla Motown Records.
"Long play late bloomer" lavora di più sul sound chitarristico e le prime tre composizioni sembrano far presagire il meglio (perfetta "Reason why"), ma alla fine, vuoi per la ricerca di una melodicità più convenzionale, vuoi per una mancanza di varietà negli arrangiamenti, il prosieguo non libera completamente il suo potenziale inserendosi nella media delle sue produzioni: comunque, lo stesso dimostra ormai il cambiamento di rotta dell'artista, la maturità raggiunta in una scrittura pop più raggiante che adesso viene mediata con l'intimità degli esordi.

Discografia consigliata:
-Ron Sexsmith, Interscope, 1995
-Other songs, Interscope, 1997
-Blue boy, 2001
-Time being, Warner 2006
-Exit strategy of the Soul, Yep Roc, 2008

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