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domenica 27 febbraio 2011

Michel Van der Aa: Spaces of Blank




Wagner con la sua cavalcata della Valchiria aveva dimostrato come quanto potente fosse l'utilizzo estensivo dell'orchestra: tra la fine dell'ottocento e il novecento ci fu un vero e proprio ammodernamento delle metriche musicali orchestrali nonchè un aumento degli stessi strumenti all'interno di esse; se nelle sinfonie di Bruckner e Mahler l'estro veniva piegato a favore di un pronunciato tonalismo, coloro che invece si staccarono dall'ormai debordante sentimento musicale romantico fu la seconda scuola viennese con i suoi maggiori rappresentanti e Igor Fedorovic Stravinsky. La prima raggiunse i suoi scopi integrando le potenzialità dell'orchestra nel proprio stile seriale che conferiva un nuovo status "cerebrale" ed "emotivo" alla musica, creando le premesse di quella orchestrazione "misteriosa" fatta di spazi imprevedibili, talvolta dinamici, talvolta in "sospensione" che di fatto apre possibilità immense per i compositori degli anni a venire; il secondo fu il punto di svolta per l'uso senza barriere generazionali delle orchestre, con una mirabile sintesi di ripetuti "ostinati" (che poi formarono le ripetizioni dei minimalisti), di "silenzi" e di spunti melodici e tradizionali (a Stravinsky potremmo affiancare per importanza solo le orchestrazioni di Bartok).
Le costruzioni atonali che sono il leit-motiv di tutte le scuole di composizione europee hanno trovato un naturale ostacolo in una parte consistente dei conservatori di nazioni come l'Olanda, dove la libertà musicale era uno dei più seri rimedi per evitare l'avvitamento e la sclerotizzazione che la cultura di Schoenberg aveva provocato in Europa; in quel Paese, storicamente quasi sempre avaro di personalità ed invidualità specifiche nel campo classico, ci fu un isolato tentativo di ribaltare le concezioni normalmente conservatrici che provenivano dai maggiori paesi vicini come Francia e Germania a contenuto modernista, tentativo che fu espletato dal compositore Louis Andriessen. Se anch'egli partiva da una concezione seriale della composizione, ad un certo punto della sua carriera cominciò a mediare la sua formazione originaria con i nascenti movimenti minimalisti, di cui però ne diede una sua personale versione che non era quella tipicamente "americana", ma teneva conto anche degli elementi della cultura classica europea: i riferimenti musicali si estendevano dal barocco al periodo d'oro mozartiano, con una particolare enfasi sugli aspetti orchestrali che riproponevano (in una personale rivisitazione) proprio elementi della scuola di Schoenberg, Berg e Webern e soprattutto delle orchestrazioni alla Stravinsky. Inoltre un particolare sèguito viene riposto all'attività operistica e teatrale, con un crescente inserimento di "stranianti" vocalità inerenti ai temi trattati, di particolari motivi su alcuni strumenti e generi musicali e l'uso "di contorno" dell'elettronica. Uno degli allievi più affermati di Andriessen è Michel Van der Aa, il quale nel decennio scorso si è imposto all'attenzione della critica mondiale per aver dato vita ad una nuova simbiosi musicale fatta apposta per l'opera e il teatro: un prodotto "multimediale" in cui la scena viene condivisa a tre livelli contemporaneamente; nel primo c'è l'orchestra o comunque l'orchestrazione guidata dalla scrittura del compositore, nel secondo un soprano che scandisce i temi, e nel terzo una serie di continue immagini filmate montate e visualizzate su uno schermo che si inseriscono non casualmente con il canto degli attori principali. Certamente una novità nel campo operistico, di cui potreste rendervene conto con qualche video trailer su Internet, che comunque rispetta nella maggior parte dei casi i contenuti drammatici dell'opera. Van der Aa ha anche fondato una propria etichetta discografica, la Disquiet Records, con lo specifico compito di esternare il proprio lavoro e il proprio pensiero alla comunità musicale e lo ha fatto discograficamente con due albums dove vengono raccolte sue composizioni del decennio passato che però non hanno origine teatrale; in generale vengono presentati lavori orchestrali che possiedono stilisticamente quelle caratteristiche di cui si parlava prima: non ci sono tracce concrete di minimalismo ma udirete echi di Stravinsky, di un improbabile Bach trasformato nella contemporaneità, un alone di mistero creato da una partitura in bilico tra serialità e tiepidi effetti electronici. In questo senso Van der Aa si dimostra un valido esponente di una modernità che in Olanda solo in altri generi ha acquistato un maggior raggio d'azione: pur inseguendo una piena modernità nella composizione, l'attività non operistica si presenta più conservatrice di quella che gli sta dando notorietà nelle preferenze dei critici e del pubblico edotto, risultando decisamente di più gradita fruizione ed in linea con un certo rifiuto di mere tattiche conservatrici (basta ascoltare le song cycle di "Spaces of blank" per comprendere il diverso uso che il compositore olandese attribuisce ad esempio al canto mezzo-soprano).
Tuttavia pur non nutrendo personalmente una particolare attrazione per gli aspetti "lirici" della musica colta, penso però che complessivamente l'operato di Van der Aa si colloca tra le novità principali della classica contemporanea e certamente quell'idea di sviluppare l'opera teatrale così come ha fatto lo stesso nella sua trilogia ad essa dedicata è sicuramente un percorso che può risultare distintivo anche ai fini di un suo progressivo arrichimento.

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