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sabato 12 febbraio 2011

Lazy sounds e Vocal jazz


Quello che oggi comunemente chiamiamo "slow-core" ha avuto una embrionale radice nella musica del gruppo Cowboy Junkies dei fratelli Timmins; il loro album d'esordio "Trinity Sessions" è generalmente considerato l'anticamera del sussurato o del sospirato nel canto rock. In verità l'eterea voce della bellissima Margo veniva usata come dimostrazione delle nuove tendenze del country specie quello alternativo e forse gli stessi non si aspettavano quelle evoluzioni; sta di fatto che l'album registrato in presa diretta in una chiesa di Toronto forniva un nuovo spettro di soluzioni per quel genere che andava nella direzione di una maggiore confidenzialità dei concetti da esprimere (lirici e musicali). Quell'intimità i Cowboy Junkies la mantennero anche quando dovettero incrementare il livello strumentale per soddisfare le velleità chitarristiche di Michael che aumentarono conseguentemente la reputazione del gruppo a più livelli. Ma in quegli anni il "canto lazy" sta diventando una moda e si afferma come si affermò un certo tipo di canto nel jazz negli anni settanta; sempre nell'ambito delle cantautrici alternative country emerge il talento di Lucinda Williams che si impone per una capacità descrittiva forse anche maggiore di quelli dei Timmins: l'episodio più "pigro" a livello discografico è quello di "Essence", lavoro rallentato ad arte e leggermente più acustico, ma è nelle coordinate dell'artista quel modo di proporsi anche vocalmente. I concerti dei Cowboy Junkies sono preceduti dalle introduzioni di un'altro gruppo a conduzione familiare (nel senso che i due vertici del gruppo sono marito e moglie) ossia gli Over the Rhine che pur ritenendosi molto vicini al suono dei Cowboy Junkies tuttavia se ne differenziano per una maggiore espressività della voce della sua cantante Karin Bergquist, intesa come più "normale" rispetto a quella di Margo, ma con un altro raggio d'azione: Karin Bergquist e suo marito Linford Detweiler si indirizzavano anche verso il folk d'autore americano, quello però di seconda generazione che vedeva nella scuola losangelina i suoi principali rappresentanti, in specie Joni Mitchell e quindi irrimediabilmente sorvolava anche percorsi jazzistici in cui pregnante era la misura del canto. La carriera degli Over the Rhine, iniziata nel 1991, rispecchierà il compromesso stilistico, ma la verità è che il gruppo non trovava quel guizzo compositivo che poteva farli emergere come gruppo da prima linea e tale situazione si trascina con albums validi a metà, con modalità spesso troppo vaghe sebbene dotate di una non comune eleganza, almeno fino a "Ohio" del 2003 dove il gruppo compie un notevole sforzo compositivo al quale sembra potergli attribuire il valore di fine "corsa" (e in questa considerazione viene anche ribadita dagli insipidi albums natalizi). Oggi, invece, mentre assistiamo ad un evidente appanamento dei Cowboy Junkies, la sorpresa è costituita dalle novità provenienti dagli Over the Rhine, il cui nuovo album appena pubblicato "The long surrender" è, senza mezzi termini, il loro capolavoro, nonchè il disco migliore che ho ascoltato in quest'inizio di 2011: ritengo che la produzione di Joe Henry (che ha scritto anche due canzoni appositamente) abbia qui fatto miracoli, con suoni ed arrangiamenti messi mirabilmente al posto giusto così come Henry fece in quel capolavoro di melodicità d'altri tempi che era "Shuffletown", entrando anche ambiti che forse non aveva preso in considerazione nella sua carriera, ma anche la collaborazione canora con Lucinda Williams, nonchè le proprie composizioni vivono di una particolare luce propria. "The long surrender" è una sintesi compiuta delle registrazioni dei Cowboy Junkies, degli episodi migliori di Lucinda Williams, dei lavori moderni di Joni Mitchell (quella vicina al jazz) e Joe Henry, con una strepitosa Karin Bergquist alla voce, mai così incisiva al canto.

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