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martedì 1 febbraio 2011

The Decemberists: The king is dead


Nati dai movimenti indie di Portland, i Decemberists hanno acquisito un posto di valore nell’ambito dei pensieri di molta critica, nonché in una vasta fetta di pubblico dedito al rock tradizionale: muniti di una personale capacità descrittiva molto vicina ai racconti letterari, dal punto di vista musicale i loro esordi sono una chiara ripetizione di canovacci già ascoltati (si va da gran parte del folk-rock americano in quella trasversale che conduce dai Byrds ai Rem), un folk che risente molto delle esperienze sixties; la voce del leader Colin Meloy potrebbe essere una moderna versione di quella non dimenticabile di Sal Valentino dei Beau Brummels, e richiama un certo tipo di canto che è Costello nei lati pop della loro musica o è Barrett in quelli più acidi, con accenti pop che pagano musicalmente un debito immediato agli Smiths. Il gruppo si inserisce in quel revival del folk-rock che è ormai una costante da anni nel mondo del rock, quello che colpisce dei Decemberists è la loro maturità (invero inusuale per un gruppo agli esordi) nello scrivere canzoni che potrebbero finire nel migliore repertorio dei Rem, di Robin Hitchock o di Costello. “Her majesty” con una propensione maggiore alla costruzione del brano costituisce l’episodio (a livello di albums) forse migliore di quei momenti di espressione, (anche per l’inserimento di brani con fisarmonica e steel guitar che conferiscono spessore ai loro racconti “antichi”), seguito, in un ordine temporale, dalle prime tre canzoni del successivo “Picaresque”. I tre albums pubblicati in questa direzione si affrancano dalla svolta effettuata a favore di sonorità progressive: se “The crane wife” non era risolutivo per il livello di canzoni presentate, l’opera rock alla “Tommy” degli Who di “The hazards of love” mostra un maggiora ricerca sonora, sebbene sfrutti temi che non si impongono per una reale originalità e soprattutto non reggono il confronto con l’intensità dell’opera degli inglesi. Tuttavia, “The hazards of love” era probabilmente la cosa più personale fatta dal gruppo.
Con “The king is dead” si abbandona questa ultima strada e si ritorna nel suono “americano” dei primi tre albums, con molte canzoni che ripropongono uno stanco “clichè” memore delle loro influenze musicali, anzi, ad un certo punto sembra essere di fronte ad una edulcorata clonazione di temi alla Dylan o Rem, che fa pensare ad una più forte e naturale inclinazione al rimescolamento delle radici folk e pop, piuttosto che ad una dimensione progressiva anche hard. Perciò alla fine, rimane molto mestiere (eclatante la lista degli ospiti) e poche cose veramente da ricordare. Personalmente, non capisco perché non sia voluto approfondire quell’istanza progressiva che stava venendo fuori da “The hazards of love” alla quale il gruppo poteva magari conferire maggiore spessore con una più organizzata formula sonora.
Discografia consigliata:
-Castaway and cutouts, Hush 2002
- Her Majesty, Kill Rock Stars 2003
-Picaresque, Kill Rock Stars 2005
-The Hazards of love, Capitol 2009

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