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mercoledì 29 settembre 2010

Steve Reich: Double Sextet/2x5



Da molti definito come il miglior compositore classico vivente, Steve Reich fa parte di quella corrente dei “minimalisti” che ha inventato il genere negli anni sessanta*: noto per la sua tecnica di “phasing”, Reich ha avuto una carriera che gradualmente è passata dall’esecuzione di quella primordiale ed essenziale idea musicale ad un atterraggio in un più equilibrato minimalismo strumentale. Gli esordi di Reich possono paragonarsi per la "forza" psicologica della proposta musicale ad alcuni episodi di John Cage: come quest’ultimo inventò il silenzio scioccante di 4’33”, Reich presentò quella lunga versione di “It’s gonna rain” che proponeva un sorprendente reiterazione di una frase di prete negro colto in un nastro durante un sermone: il “phasing”, inteso come sfasamento temporale tra due strumenti o voci che poi gradatamente si riallineano e che possono avere come base uno o più combinazioni musicali uguali o anche diverse, è stato il suo biglietto da visita che lo ha accompagnato per molti anni della sua carriera: dall’episodio citato prima fino a "Music for 18 musicians", Reich aveva forgiato un suo stile, riconoscibile, che faceva delle evoluzioni della tecnica citata il suo marchio personale; gli esperimenti cominciarono con i nastri e le loro manipolazioni, poi proseguirono con gli strumenti e poi ancora con le voci e i clapping; si può affermare che questi anni lo impongono all’attenzione mondiale per la novità della proposta musicale e consacrano inderogabilmente il compositore nel periodo rivelatorio del minimalismo americano. Da "Music for 18 musicians", Reich cercò di fare un passo in avanti, dato che era necessario trovare una modifica ad una formula che di per sé poteva andare incontro ad obsolescenza, e quindi cominciò a comporre per larghi ensembles, con moltiplicazione degli strumenti, cercando nel contempo di piegare il “suo” pensiero musicale in un ambito più melodico e ritmico, sui quali ormai andavano concentrandosi i suoi studi: operazione altrettanta riuscita, sebbene forse il compositore americano non avesse più quella caratterizzazione del primo periodo, quella novità che veniva sbattuta in faccia alla musica contemporanea e si ponesse in un retaggio più consono alle prove musicali del genere, in primis Terry Riley.
Reich, così, acquisì un nuovo standard, sempre di alto livello, in cui poteva dar pienamente sfogo a prerogative compositive che non era possibile portare avanti solo con il “phasing”, anche evoluto (il compositore ebbe un ritorno di fiamma verso quella tecnica proprio con i contrappunti di "Vermont", "New York" e quello chitarristico, dove chiamò a collaborare Pat Metheny). Nella carriera di Reich fa specie l'episodio discografico di "The desert" che rappresenta probabilmente il miglior tentativo di esprimere la sua verve compositiva al di fuori dei soliti clichè usati, per l'uso realmente "evocativo" della coralità sinfonica e della strumentazione di supporto, segnanandolo come un magnifico e moderno esempio di espressione sul tema (la desertificazione conseguente ad un incidente nucleare).
Il musicista di quest’ultimo decennio lo ha visto tentare nuove personali “strade” nell’organizzazione vocale, in cui sicuramente ha dato un contributo inserendo elementi "medievali" e "orientali" nella struttura minimale, nel teatro multimediale con le operazioni di "The cave" e "Three Tales", perfettamente bilanciando quei spostamenti con i lavori più in linea con quel minimalismo “addolcito”, fatto di trame armoniche e melodiche che gli hanno permesso, tralatro, di vincere lo scorso anno il Pulitzer Price e che probabilmente costituiranno le coordinate di fondo della sua musica futura.
Double Sextet/2x5” contiene la composizione vincente del Pulitzer Price 2009, in cui un sestetto composto da flauto, clarinetto, violino, violoncello, vibrafono e piano si fronteggia con un'identica versione registrata a nastro, come già successe con le serie "Counterpoint" e con i lavori per violino "Violin Phase" e "Different trains"; mentre "2x5" suonata dai Bang on a Can, importante gruppo aperto addentrato nelle reinterpretazioni di brani di stile "minimalistico", impiega chitarre e bassi elettrici, batteria e piano e vira quindi in un più ampio e pericoloso raggio d'azione stilistica.

*vedi mio post del 8 marzo 2010


Discografia consigliata:
-Phase Patterns; Pendulum Music; Piano Phase; Four Organs, Wergo 1994 (registr. primo periodo)
-Drumming/Six Pianos/Music For Mallet Instruments, Deutsche Gramophone, 1974
-Music for 18 musicians, Ecm 1978
-Octet/Music for large ensemble, Violin Phase, Ecm 1980
-The desert music, Nonesuch 1985
-Different trains/Electric counterpoint, Ecm 1989
-The cave, Nonesuch 1996
-You are (variations), Nonesuch 2006

domenica 26 settembre 2010

Il nuovo minimalismo viene dal jazz?: Nik Bartsch's Ronin e Necks





La seconda ondata di minimalisti formata dai musicisti nati intorno agli anni sessanta, si è manifestata in forme diverse da quella dei progenitori: si è assistito ad un naturale riequilibrio tra generi, all'inserimento di nuovi elementi nelle forme più tradizionali, sono cominciati quegli incroci che hanno costituito naturale evoluzione di quello stile d'avanguardia; se nel continente americano i compositori hanno pensato ad irrobustirlo o a fonderlo con la musica ambientale, in Europa la tendenza è stata quella di miscelarlo nella tradizione classica; tuttavia le istanze progressiste non sono solo arrivate da compositori che operavano nella musica colta, ma anche da musicisti con preparazione jazzistica. E' il caso dei due gruppi che rappresentano probabilmente le più lungimiranti espressioni che il jazz abbia riscontrato in questi ultimi vent'anni assieme all'altrettanto valido movimento del nu-jazz, movimenti non perfettamente valutati dalla stampa, anche quella accreditata.
Il pianista svizzero Nik Bartsch e il suo ensemble Ronin costituiscono una delle frange più evolute del sound della ECM Records. Qualche tempo fa, leggendo una recensione di un suo disco, l’autore inglese lo definì come un musicista compendio di musica classica verso funk; la realtà invero è dibattuta perché Bartsch viene costantemente inserito nel settore jazz, pur avendo un background musicale molto più nutrito: il suo pianismo è minimale (nel senso della ripetizione di gruppi di note), è costruito in moduli (tutti i brani vengono presentati ed intitolati con la sigla Modul + numero) nel rispetto di una programmazione per gradi della costruzione sonora che potrebbe avere il dono della interscambiabilità; gran parte dell’affascinante e misterioso sound che ne fuoriesce è supportato da un basso ed una batteria realmente funk (nel suo ultimo cd vi è anche l’apporto di un sax che segue in maniera costante il programma musicale); sprazzi di queste combinazioni di suoni modulari risentono di controtempi jazzistici, ma in realtà l’improvvisazione (almeno quella canonica) è quasi totalmente assente o meglio è imbottigliata nei "moduli". Comunque sia, prima di lui, un altro gruppo giù utilizzava lo stesso metodo di composizione: sono gli australiani The Necks composti da Chris Abrahams (piano), Tony Buck (batteria), Lloyd Swanton (contrabbasso), che seppur con variabili musicali diverse, specie nella lunghezza dei brani e nelle interazioni con gli altri strumentisti (la batteria non è funk e il basso elettrico è sostituito da un contrabbasso), condividevano con i Ronin lo stesso risultato: molti critici ritengono che questo eclettico maquillage che attinge agli umori dei generi musicali principali prendendone alla fine solo la radice e che sostituisce al virtuosismo costruito sulla variabilità delle note del pentagramma, un virtuosismo basato sulla intensa ripetibilità di un patterns di note musicali, sia una delle strade future della musica e non si può negare che questo atteggiamento musicale sia anche “emotivamente” accattivante.
I Necks possono considerarsi un gruppo a se stante con una discografia già cospicua che può e deve essere letta globalmente: già l'esordio con "Sex" stabilisce le loro coordinate musicali: brani lunghissimi intorno all'ora di musica, un "ipnotico" senso della ripetizione, un chiaro spirito jazz dedito ad una improvvisazione di altro genere; difficile indicare quali siano le migliori prove di fronte a tanta omogeneità stilistica; direi che i Necks dei novanta si distinguevano per un influsso prevalente di jazz all'interno delle loro suites, e sono anche quelli più "normali"; quelli più progressivi hanno come portabandiera "Hanging Gardens", quelli più ambientali si trovano in "Aether", quelli più sperimentali si trovano in "See me through", quelli divisi tra tendenza classicista e umori etnici orientaleggianti in "Townswille": ognuno può scegliersi il suo disco di riferimento!
Bartsch quest’anno si è presentato ad Umbria Jazz nell’ambito di un nuovo spazio dedicato a Eicher e ai suoi musicisti, e sembra si sia fatto notare per avere un’opinione piuttosto lungimirante nel giudizio della musica contemporanea. “Llyria” (ECM 2010) prende il nome dalla recente scoperta di un essere marino sui fondali e vuol dare probabilmente proprio l’impressione di un caratteristico ascolto da “ricerca”; ormai l’artista è pienamente cosciente di aver creato un suo sound e in quest’episodio il tentativo è quello di approfondirne i contenuti.
Anche "Silverwater", ultimo lavoro dei Necks da annoverare tra i loro migliori, si arrichisce di ulteriori contributi strumentali come spiega Jon Lusk su BBC Review del 4/12/2009, ....ma "Silverwater" ha una maggiore varietà di suoni -molto belli e intriganti, altri più inquietanti - rispetto alla maggior parte delle loro creazioni. Ci sono gongs sontuosi, un organo vagante, nervosa elettronica suonata in low-fi, ondate di chitarre elettriche in stile ambientale, il tintinnio del suono dell'anklung (un sonaglio sintetico di bambù usato nella musica tradizionale indonesiana) e anche qualche fischio. (mia traduzione), con risultato quello di accrescere lo stato di "sospensione" della composizione così come descrive Scaruffi nella sua recensione: ...il loro metodo ipnotico rivela finalmente uno scopo metafisico, anche se il senso ultimo dei loro cerimoniali infiniti rimane ancora criptato.....(mia traduzione).
La mia sensazione è che siamo di fronte a quelle forme d'arte che non vengono adeguatamente comprese nel tempo in cui si realizzano ma che diventano le basi di partenza per i movimenti musicali del domani.
Discografie consigliate:
Premessa: è consigliabile un'ascolto globale delle discografie di questi artisti. Se questo non vi è possibile allora cercate di ascoltare almeno questi da me segnalati.
The Necks:
-Sex, Spiral Scratch, 1989 - ristampato su Fish of Milk 1995
-Hanging gardens, Fish of Milk, 1999
-Aether, Fish of Milk, 2001
-See through, Fish of Milk 2004
-Townswille, Fish of Milk 2007
Nik Bartsch's Ronin:
-Hyshiro, Piano solo, Tonus 2002
-Rea, Ronin 2004
-Stoa, Ecm 2006
-Holon, Ecm 2008

sabato 25 settembre 2010

Karl Jenkins: Gloria/Te Deum



Molti artisti hanno sentito il bisogno ad un certo punto della carriera di voltare pagina ed abbracciare il difficile compito del compositore classico: Karl Jenkins è uno di questi. Partito come musicista jazz-rock si fece un nome con il famoso gruppo di Canterbury dei Soft Machine a cui si unì da “Six” suonando tastiere e sax; poi il gruppo si sciolse e Jenkins dovette col tempo riorganizzare la sua carriera e seguire la sua nuova ispirazione; da molti critici inserito nei compositori “corali” di scuola inglese, Jenkins ha parallelamente condotto l’esperienza Adiemus, un progetto che lo ha reso famoso con cifre di vendita da album di rock piuttosto che di classica: sensibile e aperto verso gli altri generi musicali, Jenkins ha cercato di creare un connubio tra la musica orchestrale arrangiata in modo classico e la modernità musicale di stampo new age: l’idea fu quella di armonizzare delle voci in un linguaggio senza senso, inteso solo in senso musicale, con l’introduzione di percussioni di stampo africano e strumenti di caratterizzazione asiatici e arabici; un’esperimento che si è dipanato attraverso cinque dischi e che sembra essere stato accantonato almeno per il momento. Ma se questo progetto alla fine si rivelava appannaggio più di stilemi “etnici” che classici, è solo con la produzione colta invece che Jenkins raggiunge una più importante maturità artistica: l’orchestrazione di riferimento londinese e i diversi cori usati sono la base portante, mentre gli accenti strumentali etnici sono uno degli ingredienti della composizione: partendo dalla tradizione romantica europea ed inglese dell’ottocento riordinata secondo canoni anche moderni, Jenkins aggiunge quei passaggi percussivi ed evocativi che gli conferiscono una identità nell’ambito del panorama corale inglese e allo stesso tempo forniscono una formula musicale che riesce ad avere anche un impatto “commerciale”. Siamo vicini ad una visione “gioiosa” della sacralità, direi lontana da quella voluta dalla tradizione che invece è impegnata e rispettosa del suo carattere liturgico; una nuova prospettiva quindi, simile a certe cose fatte anche da altri compositori anche in modo più ardito come Goljov che nella sua sorprendente “Passione secondo Marco” tratta allegramente, musicalmente parlando, il tema della passione di Cristo.
Inoltre bisogna ricordare che Karl è anche un fautore delle proprie origine anagrafiche (è nato in Galles) e che in più di un’occasione ha inserito elementi di questa sua appartenenza: è capitato ad esempio nel quarto capitolo della serie Adiemus dove regnano sovrani temi di chiara appartenza celtica, e più recentemente con il cd “This land of ours” dove vengono riproposte in chiave corale alcuni temi tradizionali.
Gloria/Te Deum” sono due rappresentazioni perfettamente in linea con la sua usuale tematica musicale e sebbene non offrino molte novità, si lasciano apprezzare comunque per l’attualità della proposta musicale.

Discografia consigliata:
-Adiemus: Songs of sanctuary, Sony 1995
-Adiemus II, Cantata mundi, Sony 1997
-Adiemus IV, The eternal knot, Virgin 2001
-The armed man: a mass for peace, Virgin 2001
-Requiem, EMI, 2005

venerdì 24 settembre 2010

Bruce Kaphan: Hybrid, Wiggling


Inserito da molti giornalisti musicali nelle recensioni musicali "new age" Bruce Kaphan, specialista della pedal steel guitar, chitarra di derivazione hawaiana, ascoltata nella country music dagli anni sessanta in poi, può invece entrare facilmente in simbiosi con altri generi musicali. "Hybrid" (secondo vero impegno discografico dopo l'esordio nel 2001 con "Slider -Ambient Excursions for pedal steel guitar, Hearts of space, 2001) è senza dubbio un'apertura a nuovi orizzonti per questo strumento direi "distrattamente" dimenticato; la pedal steel guitar, una eclettica chitarra a due manici stesi suonata con uno "slide" metallico e regolata da un pedale, è stata oggetto di scoperta non solo negli anni di sviluppo del country dai suoi musicisti e quelli del rock (Jerry Garcia, Nils Lofgren, ecc.) ma è stata usata anche da musicisti estranei a quel genere (penso all'uso "africano" che ne faceva King Sunny Ade nella sua Juju music). Negli ultimi tempi c'è stato anche un tentativo di organizzare un concerto con orchestra attorno allo strumento fatto dal compositore di telefilm americano Levine con lo strumentista Gary Morse (nella pianta della band di Dwight Yoakam), di cui si può ascoltare un movimento nel sito relativo. Ma sta di fatto, che Kaphan è ormai un decennio che si presta alle collaborazioni arrichendo con il suo strumento l'impianto sonoro degli artisti con cui viene a contatto: è intervenuto nei dischi di John Lee Hooker e Charlie Musselwhite, in quasi tutta la discografia del gruppo di alternative country American Music Club e dei dischi solisti di Mark Eitzel, negli album da "Amorica" in poi dei Black Crowes, in "Forever blue" di Chris Isaak, in "This river only brings poison" dei Dakota Suite, in "Schoolyard ghosts" dei No-man, etc.; quindi musicista che suona in àmbiti molto eterogenei. Ed in realtà è questo il suo punto di forza: "Hybrid" ce lo ripresenta come musicista di rango, non certamente pirotecnico, personaggio in grado però di affrontare qualsiasi stile, dal folk al jazz (echi di Fahey e Frisell), alla classica (sentire "Okanan Jubilee" scritta con quartetto d'archi), persine tessiture orientali (sentire "Country and eastern" sul disco precedente) e di gettare un ponte tra il "country" e tutte le culture musicali moderne che derivano dall'elettronica: musica ambientale, new age, wordl music, in un territorio poco battuto dagli artisti. Per questi motivi ritengo si distacchi un pò da certe consapevolezze new-age, ma a suo e nostro vantaggio.

giovedì 23 settembre 2010

Arvo Part: Symphony 4

In tutte le biografie di questo estone, uno dei rappresentanti più apprezzati della musica contemporanea, vengono di solito rimarcate per primo le caratteristiche tecniche (vi do link sotto per una biografia molto precisa ed essenziale fatta da Calvitti su All About jazz), poi quelle emotive (a proposito delle quali vi sono larghe testimonianze dei poteri "soprannaturali" forniti: si va dalla trascendenza spirituale alla capacità purificatorie, dalla subliminalità dei silenzi all'estensione dell'infinito e del creato), quasi mai ricalcate quelle che hanno a che vedere con la straordinaria “influenza” che Arvo Part (1935) ha avuto nel suo àmbito musicale e soprattutto in quello di altri generi non affini come il rock e l’ambient attuale: è indubbio che artisti come Richter, Hauschka, Johansson nel “modern classical”, oppure i Balmorhea, Rachel, Dakota Suite nel post-rock, o Eluvium e Basinski nell’ambient ad esempio, pagano un forte tributo a questo compositore. Part (per molti) ha riavvicinato il pubblico del rock e della buona musica in generale, alla musica colta dopo oltre 50 anni di incomprensione dovuta allo svilupparsi delle teorie seriali e matematiche con stravolgimento della tonalità che di fatto avevano allontanato il pubblico dei fruitori: una specie di ritorno alla semplicità come è successo per quasi tre secoli prima dell’avvento di Schoenberg. La semplicità presunta dall’artista si basò su una un impianto musicale scheletrico che si concentrava su poche note e strumenti (in modo da richiamare un minimalismo strumentale) e soprattutto sulla capacità di compenetrazione che anche poche combinazioni di suoni potevano avere per suscitare sentimenti e sensazioni. Part a questo punto potrebbe considerarsi come il compositore della rinascita della musica classica, sebbene sarebbe criticabile tale posizione per via del fatto che anche lui ha abbracciato le strade del serialismo e dell’atonalità prima che la crisi mistica forgiasse il suo stile definitivo (il cosidetto “tintinnabuli”); non solo Part è un prodotto della modernità: come tutti i minimalisti sono espressione delle avanguardie colte, Part è una espressione “semplice” e “denutrita” dell’avanguardia. Soprattutto, mi riesce difficile pensare che Part possa essere un compositore per le masse.
La grande capacità dell’artista sta in quello che suscita nell’ascoltatore: poche note lo fanno riconoscere, che saremmo in grado di suonarle anche noi con i nostri strumenti, e allora?? Gli studi effettuati sul canto gregoriano nel Medioevo e nel periodo Rinascimentale, la reinvenzione delle teorie di Bach ed in generale il potere ecumenico della musica “spirituale”, che è stata la culla della cultura classica europea, gli hanno fornito quella diversità di dimensione, quei dettagli artistici utili a non essere riproponibili dal musicista normale: oggi si può affermare che il suo cospicuo repertorio sarà la base su cui si dovranno confrontare le generazioni future di compositori specie nell’ambito del canto, della polifonia corale e nei rapporti tra queste e gli strumenti, settori in cui Part ha fornito già una serie di capolavori. La sua è una formazione comunque eterogenea: non c’è solo una rivisitazione intelligente e moderna del canto medievale, né ci si può fermare alle tecniche dodecafoniche degli esordi; Part aveva delle radici “emotive” fortissime nei compositori della sua madre geografica, ed in particolare aveva saputo integrare gli aspetti drammatici e dolorosi di Shostakovich (si potrebbe mettere in relazione molte composizioni di Part con il secondo movimento del piano concerto n. 2 dell’autore russo) e Prokofiev, con la sua personale prerogativa di trasporto subliminale dei suoni, trovando un pieno conforto nel carattere “religioso” della composizione.
La nuova sinfonia n. 4 segue un percorso diverso dalle altre, dovuto al fatto che era necessario trasporre in musica le tragiche vicissitudini di Khodorovsky, in carcere per motivi politici. A differenza delle prime due sinfonie (che rientrano nel periodo iniziale e che quindi hanno altra caratterizzazione) e della terza (una delle sue migliori composizioni nel suo stile famigerato (il tre è numero magico qui se pensiamo alla terza di Gorecki), in questa Part, trentasette anni dopo (la terza è stata composta nel 1971), usa un tono “misterioso” e “sospeso” di archi, una specie di “drone” che si infrange con maggior forza nel terzo ed ultimo movimento dove il compositore costruisce l’epilogo del suo racconto; una composizione che mi rammenta ancora gli aspetti drammaturgici di Shostakovich, ma che alla fine presenta una scarsa caratterizzazione, il che probabilmente non ne farà una delle composizioni da prima linea della sua carriera. Completa il cd un'altro brano che unisce frammenti di un suo capolavoro per choir a cappella, ossia Kanon Pokajanen che l'autore considera molto vicino stilisticamente a questa ultima sinfonia.

Discografia consigliata:
-Fratres, Kremer, Jarrett, etc./-Arbos, The Hilliard Ensemble, Kremer, etc./-De Profundis, The theatre of voices, etc,/-Passio, Hillier Ensemble/-Kanon Pokajanen, Estonian Philarmonic Chamber Choir/-Orient & Occident, Kalijuste/-Lamentate, Lyubimov/-Miserere, Hilliard Ensemble/-Te Deum, Kaljuste, Estonian Philarmonic C.C./-Alina, Spivakov
Tutti per la ECM Records
-Symphony n. 3, Jarvi, Bis Record

Link per biografia: http://italia.allaboutjazz.com/php/article.php?id=535

domenica 19 settembre 2010

Pianismo jazz francese


In occasione di parecchie uscite discografiche di pianisti jazz francesi, colgo l'occasione di riepilogare a grandi linee i migliori rappresentanti del genere in Francia, che, come leggerete hanno caratteristiche spesso comuni; inoltre vi segnalo per ogni pianista un disco in piano solo dove meglio possono essere apprezzate le doti e le qualità segnalate.


1) Martial Solal

Martial Solal può essere considerato il più grande pianista francese nel jazz e sicuramente uno delle più alte espressioni del jazz europeo pianistico: conosciuto ed apprezzato con una colonna sonora di un film di Godard (A bout de souffle), il suo talento venne fuori un po’ più tardi negli anni settanta periodo in cui comincia la sua produzione discografica in grande stile, con una serie di album in solo, e con grandi rielaborazioni di temi in trio soprattutto. Solal, che tuttora continua a sfornare album di pregevole fattura, è capace di unire Monk, il percussionismo blues degli esordi del jazz con le nuove istanze del jazz dei sessanta, bravissimo nell’elaborare con originalità le nuove frontiere del genere che si indirizzavano sempre più a forme mature di be bop e di moderni “minestroni”: non a caso il pianista classico Hamelin lo cita tra i suoi preferiti, essendo molto vicino a quegli incroci lirici tra jazz e classica che erano stati inaugurati da Gershwin e Stravinsky.
-Nothin but the piano, MPS 1976


2) Michel Petrucciani
Per descrivere le caratteristiche del musicista prendo in prestito il pensiero del critico Boddi che mi sembra abbia delineato a perfezione l'artista....d'altronde, per quanto iscrivibile a pieno titolo nell'ambito del pianismo jazz contemporaneo, il suo stile era alimentato da una profonda consapevolezza della tradizione che lo aveva preceduto. Non a caso, Petrucciani citava spesso Erroll Garner come suo principale ispiratore, il che giustificava pienamente il tocco percussivo, la concezione orchestrale e quel sentore di stride che si coglievano nel suo linguaggio. Al tempo stesso, si avvertiva fra le righe il retaggio della tradizione romantica europea ed in particolare della corrente impressionista, il cui influsso era stato introdotto in modo sottile e geniale da Bill Evans nella sintassi del jazz moderno.
Enzo Boddi, All about jazz Italia, Giugno 2004
Molti hanno criticato il pianismo di Petrucciani, indicandolo come non particolarmente innovativo dal punto di vista tecnico con patterns spesso ripetuti: si entra nella solita disquisizione su quali scopi abbia la musica, se essere goduta sotto forma di insegnamento oppure sotto forma di emozioni: Petrucciani, era in grado (negli episodi più ispirati) di concedere più sotto il secondo aspetto, fornendo una prospettiva “tutto cuore” del pianismo jazz afroamericano.
-100 hearts, Blue Note, 1983


3) Jacky Terrasson

Jacky Terrasson, artista nato in Germania ma di ascendenza francese e residente in Francia, è pianista eclettico, che fonde elementi del pianismo classico francese (un bellissimo omaggio a quella Francia della Belle Epoque ed in particolare a Poulenc è stato fatto nel album live “A Paris”) con il jazz spigoloso di Monk ed in generale dei musicisti be-bop. Non sempre ben calibrato nelle uscite discografiche, che spesso lo ripropongono in molti standards e con direzioni a volte troppo “facili”, il Terrasson degli esordi (quello di “Reach” tanto per intederci) vinse parecchi premi della critica internazionale aggiornando certi stilemi del passato.

-Mirror, Blue Note 2007


4) Francois Couturier

Francois Couturier è pianista più introverso, direi di “confine” tra il jazz e la musica classica, di quelli che preferiscono sottolineare gli agrodolci degli aspetti della vita: con una formazione classica molto imponente che spazia dai grandi del barocco alla musica contemporanea, ma che non disdegna riferimenti al jazz e in specie al pianismo di Tristano, Couturier ha registrato poco e ha soprattutto impreziosito le vicende discografiche di altri artisti con medesime caratteristiche come Anouer Brahem o Dominique Pifarely. Il suo stile può dirsi però finalmente compiuto nel suo ultimo album solo “Un jour si blanc” (pieno di riferimenti culturali), dove si concentra su un pianismo obliquo e di atmosfera, con immediate influenze neoclassiche (Satie e Poulenc) ed espressioniste (Messiaen) dove si alternano effetti di chiaroscuro, leggiadre movimentazioni paesaggistiche a misteriosi e torbidi passaggi musicali. D’altronde, è emblematico il fatto che l’ECM gli abbia dato la possibilità di registrare un piano solo, cosa che è stata riservata di solito solo ai migliori esponenti dello strumento.
-Un jour si blanc, ECM 2010

5) Jean Michel Pilc

Il pianista è balzato agli onori della cronaca jazzistica in occasione dell’album “Cardinal Points” che rientrò nei primi posti delle classifiche di gradimento di molte riviste specializzate: musicista e compositore dotato, particolarmente bravo nell’interscambiabilità delle funzioni della mani al pianoforte, ha sviluppato un suo stile che ha nel jazz “romantico” di Evans le sue credenziali di base dove però Pilc non apporta le solite variazioni armoniche, ma le costruisce egli stesso con elementi della melodia classica francese e “americanismi” degli anni trenta, che conferiscono un particolare sapore al suo modo di suonare. Il suo ultimo lavoro “True Story” conferma la validità del percorso intrapreso, con una serie di originali che arrichiscono il suo personale vocabolario musicale.
-Follow me, Dreyfus, 2004


venerdì 17 settembre 2010

Una veloce panoramica sulla musica classica e jazz di Israele






Uno dei paesi più effervescenti dal punto di vista musicale degli ultimi anni è Israele: da sempre popolo contrastato, con migrazioni ricorrenti, ha subito l’influsso delle popolazioni provenienti da altri paesi rinnovando per certi versi le tradizioni popolari; l’esempio della klezmer music, musica rinvenente dagli spostamenti di flussi di popolazione dai Balcani, ha attratto non solo i residenti ma anche l’estero e soprattutto gli americani, ove purtroppo la cultura ebraica era arrivata per via delle deportazioni: Giora Feidman, quando decise di rimpatriare dall’Argentina, ne fu un fervido divulgatore (senza dimenticare altri come Bat Chaim, Andre Hajdu, ecc.) ma è innegabile che un personaggio come John Zorn, attento ed appassionato di quella tradizione, abbia dato una notevole spinta dopo gli anni settanta alla conoscenza delle origini musicali ebraiche e le sue “serie” sull’argomento sono ormai cosa nota (vedi mio post del 13 marzo)
L’Israele comunque è solo a cavallo delle due guerre mondiali che intraprende un percorso serio nella musica classica e comincia ad accogliere i primi rappresentanti dell’occidentalizzazione: i primi compositori Paul Ben Haim (1897-1984), Mordechai Seter (1916-1994), Noam Sharif (1935), mettono in atto quel processo di ammodernamento della musica ebraica evidenziando anche i primi ibridi della storia del paese: nel rispetto e nella scelta dello stile europeo (romantico, impressionista, espressionista, ecc.) questi autori cercano di comporre tenendo presente le loro vere radici (per ragioni politiche vivevano tutti fuori da Israele). Da quel momento è iniziato un graduale processo di affiliazione musicale con i continenti forti attraverso la creazione ed il miglioramento di importanti orchestre e istituzioni musicali, in questo incoraggiato anche dall’opera di musicisti che godendo della loro notorietà oltre confine avevano maggior voce in capitolo, vedi Barenboim, e con una schiera di compositori che nel tempo ha seguito le evoluzioni dell’occidente musicale nonché del mondo americano che ancora oggi costituisce il trait de union tra lo studio e la divulgazione per tutti i musicisti israeliani. Tantissimi i nomi e spesso molto scarse o inesistenti le registrazioni: Tsippi Fleischer (1946), Betty Olivero (1954), Eitan Stemberg (1955)e poi in tempi recenti Benjamin Yusupov (1962), Israel Sharon (1966), Lior Navok (1971), Avner Dorman a cui ho dedicato già un post il 27 giugno.
Arnie Lawrence, sassofonista ed educatore jazz americano, è stato il grande trascinatore del rinnovamento jazz israeliano: il fatto di suonare imperterrito in qualsiasi locale ha stimolato molto gli estimatori e il pubblico in generale creando quell’interesse che recentemente ha reso fiorente la scena jazzistica soprattutto a Tel Aviv e a Gerusalemme; il pianista compositore Yitzhak Yedid (1931) si propone al confine della musica colta con una serie di registrazioni ad elevato valore “integrativo”, dove Scelsi e Berio si uniscono al suono della oud; ma è crescente un movimento di nuovi musicisti che partendo dai modelli classici e da quelli che si ispirano ai grandi musicisti jazz statunitensi (Davis, Evans, Jarrett, Coltrane, ecc.), propongono talvolta una nuova identità attraverso l’inserimento di elementi etnici, mediorientali e africani: i contrabbassisti Avishai Cohen e Omer Avital, i pianisti Omer Klein e Anat Fort, il chitarrista Amos Hoffman (specializzato nello oud), la vocalist Julia Feldman, il trombettista Avishai Cohen (da non confondere con il contrabbassista), la clarinettista pluripremiata dai sondaggi giornalistici Anat Cohen, il sassofonista Daniel Zamir che incide per la Tzadik Records, e molti altri.




Discografia minima:

Kletzmer:
Giora Feidman, Feidma in Jerusalem, Shallow, Bmg
John Zorn, vedi kletzmer post prec.

Classica:
Seter & Ben Haim, Athenaeum Quartet Mannheim
Ben Haim, Piano & Chamber works, Centaur
Sherif/Ben Haim/Zehavi, Israel Violin Concertos, Asv
Pioneers and exiles: Violin music from Israel, Hannsler
Olivero, Steimberg: Neharot, Kashkashian, ECM
Fleischer, Israel at 50, Opus one
Navok, Meditations over shore, NLP
Dorman, vedi post prec.
Yedid, Myth of the cave, Between the lines, 2003 /Oud bass piano trio, Between the lines 2008

Jazz:
Omer Avital: Think with your heart, Fresh sound new talents 2001
Omer Klein: Introducing, Smells R. 2007
Avishai Cohen, Continuo Sunnyside 2006
Anat Fort: A long story 2007/And if 2010, ECM
Avishai Cohen (tromba), Flood, Anzic 2008
Anat Cohen, Notes from the village, Anzic 2008
Daniel Zamir, Children of Israel 2002/I believe 2008, Tzadik

mercoledì 15 settembre 2010

Country: Ryan Bingham - Junky Star


Conferma definitiva per il cantautore americano del New Mexico, Ryan Bingham con questo terzo suo album “Junky star”: nonostante siano note le difficoltà di trovare oggi dei reali ed originali continuatori del country non Nashvilliano, e nonostante il continuo ed inaspettato rinnovamento che il genere ha subito negli ultimi trent’anni, dando vita a più ondate di revival di ottimi musicisti, negli ultimi tempi si deve ammettere un certo ristagno musicale: Bingham giunge quindi inaspettato, ma non si propone all’interno di un movimento così come è stato ad esempio per il country-rock o l’alternative-country, è semplicemente sé stesso: un chitarrista di impatto, con una voce “al catrame” (decisamente personale, sebbene quel tipo di vocalità non costituisca una novità), che senza ombra di dubbio è capace di dare una dimensione, un’impronta particolare alle storie raccontate; il country è spesso servito per descrivere storie di prigioni, di lavoro, di depressioni e di incomunicabilità (vedi ad esempio il Johnny Cash del “Folsom prisom”) e anche Bingham cerca una sua profondità testuale con mezzi moderni, ma ha un incedere tutto suo, che si nutre della sua voce e di una caratterizzazione all’esposizione che va al di fuori delle note: è come viaggiare in una di quelle strade polverose americane del sud e vivere con le sue canzoni ogni attimo di strada battuta. Sarà per la dimensione dell’artista, per la serietà della proposta musicale (un personale misto tra Cash, Terry Allen e lo Springsteen di “Nebraska”) ma ritengo che Bingham abbia ormai tutte le carte in regola per potersi paragonare ai migliori rappresentanti del genere country, e “Junky Star” che in vero risente di un minor arricchimento musicale rispetto ai primi due album, penso restituisca in pieno il pensiero artistico e personale dell’artista.
Discografia consigliata:
-Mescalito, Lost Highway 2007
-Roadhouse sun, Lost Highway 2009

martedì 14 settembre 2010

Jason Moran: Ten



Compito non certamente facile quello di dover giustificare l’importanza attribuitagli dalle riviste specializzate e non, ad ogni uscita discografica: Jason Moran, pianista jazz di elevato livello, musicista spigliato e moderno bopster, è uno di quei musicisti che rientra a pieno titolo nell’ambito di quella categoria multistilistica del jazz odierno; nel suo background musicale convivono la sua preparazione classica ed elementi propriamente jazzistici; in particolare spiccano: 1) la componente "colta" individuata da una sensibilità anche dichiarata al periodo romantico-impressionista e per questo basti pensare alle personali brevi riletture di Brahms o Schumann o a quelle estratte dal repertorio di Ravel e Prokofiev; 2) la componente blues, orgogliosamente rispettosa della radice jazzistica che inevitabilmente lo porta ad esprimersi con modalità che si rifanno temporalmente agli inizi del jazz, dai primi pianisti di New Orleans a Scott Joplin, fino ad Art Tatum di cui condivide spesso il suo panismo veloce e scalato: “Same mother” l’album del 2006 presenta diversi episodi eccentricamente rivolti a questa componente; 3) la componente jazz, talvolta free, talvolta be-bop con disserzioni funk che si ripresentano in tutti i suoi albums attraverso i “Gangsterisms” collante fondamentale delle sue opere e reale marchio di fabbrica in cui si evidenzia tutta la pienezza del suo solismo allo strumento.
Moran ha fornito il suo capolavoro con il piano solo “Modernistic” in cui venivano fuori tutte le sue virtù musicali in modo distinto capitalizzando una serie di lavori in quartetto che mettevano in luce le sue idee fino ad allora condivise con comprimari illustri ospitati nei suoi dischi: vedi Greg Osby sull’album d’esordio o il meraviglioso Sam Rivers che in “Black Stars” divide la scena.
Ten” conferma tutto quello che si è detto sulle sue caratteristiche e si pone tra i suoi lavori forse più delicati e sensitivi della produzione discografica ponendosi in leggero contrasto con il precedente “Artist in Residence” che invece si addentrava in un progetto sperimentale (richiesto anche dalla natura dell’opera commissionata da una fondazione di arte) in cui erano presenti elementi hip-hop, campionamenti in loop, vocalità liriche.
Discografia consigliata:
-Soundtrack to human notion, Blue Note 1999
-Black stars, Blue Note, 2001
-Modernistic, Blue Note, 2002

Vijay Iyer



I musicisti jazz dell’ultimo decennio hanno probabilmente un fattore in comune: esprimere in musica l’incertezza e la complessità dei tempi attraverso uno stile che attinga a tutto il repertorio del passato e che possa fungere da elemento descrittivo e catalizzatore dei temi musicali trattati. Una delle migliori espressioni di questo sentimento multiforme è il pianista di origini indiane (ma cresciuto e pienamente accentrato a New York) Vijay Iyer, che da anni ormai gode della considerazione altissima della critica mondiale, oltre ad aver vinto diversi referendum come miglior pianista o miglior disco dell’anno in molte blasonate riviste musicali; musicista non particolarmente esplosivo alla tastiera, ha saputo forgiare un personale stile jazzistico che ingloba la storia del genere afro-americano, costruendo un insieme di frammenti sonori che attingono a diverse fonti: il “Caravan” di Duke Ellington, l’obbliquità dei pianisti be-bop con un riferimento particolare a Thelonius Monk su cui spesso centra le sue evoluzioni, scampoli di free-jazz alla Cecil Taylor, tracce di modalità e di pianismo "creativo", una basica presenza di elementi ritmici che richiama Steve Coleman e e le tematiche funk dell’M-Base; tutto ciò contribuisce a creare uno stile “discorsivo” che si nutre di continue evoluzioni allo strumento atte a formare increspature, che conferiscono al suono una certa cerebralità propria della musica contemporanea colta. La sua particolarità sta nell’uso di note o accordi ripetuti (che fanno pensare con le dovute distanze al minimalismo jazz di pianisti come Nik Bartsch) che riflettono un andamento immerso nell’attualità e sembrano voler riproporre in alcuni momenti suoni vicini al mondo dei computer e dell’elettronica (“Microchips and Bullock Carts” né un buon esempio).
Se con “Architextures” Iyer metteva già in mostra le sue doti e le sue influenze, è con l’album “Blood Sutra” che l’artista compie il salto qualitativo e raggiunge la maturità artistica, in virtù dell’energia e compatezza sprigionata dal suo quartetto in cui figura il suo fido sassofonista alto Rudresh Mahantappa, che conferisce lo spessore ideale per le composizioni di Iyer: gli album successivi “Reimagining”, “Tragicomic” e “Historicity” non fanno altro che accrescere la sensazione di trovarci di fronte ad un nuovo e complesso personaggio della musica jazz: Iyer si inserisce in quella stretta cerchia di pianisti avventurosi che sta tentando di dare un futuro al genere, cercando nel contempo una sufficiente originalità e profondità musicale: sebbene, allo stato attuale, la musica del pianista americano per molti non possa considerarsi ancora a livello dei suoi padri putativi, l’artista merita un grande rispetto per il contenuto tecnico apportato già al genere, espressione di una metodologia di approccio al jazz nettamente diverso dalla generalità dei pianisti attuali e passati: la collaborazione nel gruppo dei Fieldwork, (che forse domani chiameremo supergruppo per via della partecipazione di valenti attori del presente come Steve Lehman e Tyshawn Sorey) nata per approfondire certi aspetti della concettualità jazz del passato in una sorta di passaggio generazionale definitivo tra Coltrane e il presente artistico, dimostra come da musicisti/compositori come Iyer ci sia solo da imparare.

Discografia consigliata:
-Architexture, Asian Improv. R., 1998
-Blood Sutra, Artist House, 2003
-Reimagining, Savoy Jazz 2005
-Tragicomic, Sunnyside R. 2008
-Historicity, Act 2009
-Door, con i Fieldworks, Pi-Recordings, 2008

lunedì 13 settembre 2010

Bill Frisell




Tra i chitarristi più originali dell’ultimo ventennio senza dubbio Bill Frisell, classe 1951, americano di Baltimora, riveste una posizione importante nella musica jazz e contemporanea; colgo l’occasione di fare un suo breve profilo dopo aver ascoltato il live (piuttosto estemporaneo) uscito qualche settimana fa per la Savoy Jazz, primo dell’artista per quell’etichetta discografica. Frisell può considerarsi uno dei questi musicisti che senza voler dare l’impressione di voler essere avanguardista a tutti i costi, è riuscito ad esserlo comunque grazie alla sua formula musicale: partito musicalmente da una segnalazione di Metheny alla ECM Records fatta per sostituire un altro chitarrista, Frisell ha da subito impressionato per la qualità e soprattutto l’originalità della proposta avanzata. Facendo uso di una chitarra con un collo flessibile scoprì che poteva dare alle note ed agli accordi una lunghezza ed un timbro diverso che regalava una sensazione di leggera dissonanza, a cui poi l’artista aggiunse particolari effetti di riverbero. Bill, in questo modo, creò un suono “riconoscibilissimo” che aveva del jazz lo spirito e la tecnica di utilizzo dello strumento (Jim Hall soprattutto) e del rock la ritmica imponente, ed era il modo con cui tendeva ad esprimere le situazioni musicali indagate: in tutta la sua carriera Frisell, che è stato sempre circondato dalla crema degli artisti jazz, ha condensato nello stesso ambito le istanze di base della sua musica (una “fusion” di classe) con il patrimonio musicale primordiale della sua terra d’America, facendo attenzione a scavare nel passato e a non riproporre situazioni probabilmente abusate da altri musicisti, cogliendo attraverso la sua musica l’aspetto “cinematografico” degli eventi: sia che si trattasse dei film “muti”, o che si trattasse delle radici country e blues del suo paese, o che si trattasse di marcette o rag degli inizi di secolo passato, Frisell è quasi sempre riuscito a fornire un’immagine positiva, quasi onirica delle tematiche affrontate, evitando il pericolo di un possibile “congelamento” emotivo che poteva scaturire da un’osservazione tranquilla e distaccata degli eventi.
La sua musica è stata spesso oggetto di discussione critica: molti critici sono sempre stati scettici sull’importanza delle sonorità fornite dall’artista, in quanto in definitiva Frisell non avrebbe inventato nulla, anzi avrebbe aperto la strada ad una specie di non-jazz, perché se era vero che lo spirito dei Charlie Parker o John Coltrane era presente, era anche vero che la musica proposta aveva proprio poco da spartire con il jazz almeno formalmente (tant’è vero che soprattutto nel decennio iniziale della sua carriera venne paragonato ad un Ry Cooder più riflessivo): penso che queste tesi siano da rivedere anche alla luce di quello che l’artista americano ha lasciato ai posteri, e non solo per i tanti nuovi artisti che in maniera evidente spesso si rifanno al suo caratteristico suono, ma anche per la voglia del musicista di cercare di creare un punto di contatto con gli altri strumenti d’appoggio (vedi il lavoro di ricerca dell'"unisono"svolto sul violino o sul sassofono) e con altri generi (vedi tra le altre, le combinazioni con la wordl music nel recente “History Mystery”): lo scopo è sempre quello di creare un meraviglioso sound di assieme per ricreare una dimensione narrativa delle vicende musicali. In questo senso sarà più importante lui che tanti sperimentatori che alla fine si sono dimostrati evanescenti e non hanno saputo creare quell’idea vincente di Bill.

Discografia consigliata:
-In line, ECM 1982
-Rambler, ECM 1984
-Lookout for hope, ECM 1987
-Before we were born, Elektra 1988
-Is that you?, Elektra 1989
-Where in the world?, Elektra 1991
-This land, Elektra 1992
-Go west: Music for the films of Buster Keaton, Elektra 1995
-Nashville, Elektra 1995
-Gone just like train, Nonesuch 1998
-Good dog happy man, Nonesuch 1999
-Ghost town, Nonesuch 2000
-Blues dream, Elektra 2001
-Hystory Mistery, Nonesuch 2008
-Disfarmer, Nonesuch 2009

venerdì 10 settembre 2010

La musica classica nel Far East Asiatico. Compositori e pubblicazioni.



Come è ben saputo, tutti i paesi del sud est asiatico e non solo, sono stati per secoli chiusi nelle loro tradizioni, senza subire nessun processo di ammodernamento culturale derivante dalle dinamiche occidentali di quasi trecento anni: rivendicavano da sempre la loro “classical” music, cioè la musica (anche religiosa) che faceva parte delle loro tradizioni locali o che derivava dagli usi imperiali. E’ solo dopo la seconda guerra mondiale che questo “sepolcro” si schiude e dà vita ad una serie di importanti relazioni con l’occidente musicale colto: la maggior parte dei primi compositori asiatici nasce a cavallo tra le due guerre mondiali (dal 1920 al 1945) che provano subito a recuperare il tempo perduto con viaggi e studi di approfondimento in Europa. Alcuni sposano completamente gli idiomi e le tecniche occidentali, altri invece preferiscono un mix che possa affermare anche l’orgoglio e la valenza delle proprie tradizioni. I modelli di riferimento sono di ampia portata e vanno dal romanticismo all’impressionismo, dall’espressionismo alle nascenti culture che pescavano nella modernità, con risultati spesso eccellenti specie in quegli episodi in cui era fervido l’elemento nazionalistico (creando di fatto delle scuole nazionali simili a quelle viste in occidente).
L’operazione di abbattimento delle barriere culturali fatta nelle nazioni più grandi dell’Asia è stata seguita anche dai paesi limitrofi seppur in alcuni casi rimaneva una certa resistenza alle nuove istanze che gli obbligava a mantenere il loro patrimonio “classico” tradizionale:
Taiwan ha prodotto un numero di compositori che tendono a confluire tra elementi occidentali ed elementi musicali locali, di cui però a fatica si reperiscono registrazioni. Hsu Tsang-hui (1929-2001) fu un importante pioniere che era attivo sia come compositore alla ricerca di tecniche estensive sulla musica tradizionale di Taiwan, che allievo musicale. Fu il fondatore di parecchi circoli musicali quali il Music Creative Group nel 1960, che doveva stimolare la composizione nel suo paese e l’Asian Composers’ League nel 1973. Altri compositori conosciuti all’interno di Taiwan e anche fuori all’estero, furono: Lu Chuan Shen (1916), Hsiao Tyzen (1938) che si identificava come taiwanese-americano; Ma Shui Long (1939) riscoperto recentemente dalle nuove generazioni, Li Tai-hsiang (1941), Pan Huang Lung (1945) e Chin Hsi-wen (1957).
In Corea notevole l’apporto di Isang Yun (1917-1995) che costruì un patrimonio musicale (soprattutto sinfonico-concertistico) cercando di sottoporre la tematica tradizionale coreana alle teorie moderne della scuola di Darmstadt.
In Vietnam, i compositori Tien Ton-that (1933) di cui non ho notizia di registrazioni, e Dao Nguyen-Thien (1940) ascoltabile in un oratorio "Les enfants d'Izieu" pubblicato dalla MFA/Harmonia Mundi e non più in produzione, sono state le personalità interculturali di quel paese, così come in Cambogia, l’occidentalizzata Chinary Ung (1942) si è comunque districata nel tentativo di abbinare la tradizione cambogiana con quella europea.
In Cina è impossibile dimenticare il lavoro di Chou Wen-chung (1923), compositore stabilitosi in America sposando la causa di Edgar Varese, che si distinse anch’egli per il lavoro di filiazione tra la vasta tradizione cinese e quella particolarissima del compositore francese. Ancora oggi è omaggiato dalle nuove generazioni. Molti sono i compositori di quel periodo a venire, alcuni dei quali possono essere ascoltati in alcuni lavori reinterpretati nella collana Naxos dalla pianista Chien Jie. Spiccano i due lavori del violinista Ma Sicong (1912-1987) molto meno occidentalizzati dei suoi coetanei.
La Naxos Records ha dedicato tre collane alla musica del far-east: “chinese classics”, invero ancora con pochi titoli ma supportato da un’ampia raccolta alternativa di classica cinese della controllata Marco Polo che costituisce la collana della “chinese music” e i “japanese classics”, collana che ci permette di ascoltare una abbondante produzione musicale con compositori impegnati su ogni fronte (dal concerto alla sinfonia, dal quartetto all’opera); qui troviamo il lavoro di molti dei pionieri e più validi esponenti della musica contemporanea asiatica: Ryunosuke Akutagawa (1892-1927), Saburo Moroi (1903-1977), Qunihico Hashimoto (1904-1949), Hisato Ohzawa (1909-1953), Akira Ifukube (1914-2006), Akio Yashiro (1929), Toshiro Mayuzumi (1929), Tore Takemitsu (1930), in assoluto il più creativo compositore d’Oriente di tutti i tempi, Shinichiro Ikebe (1943), ecc., ciascuno distinguendosi per un approccio personale derivato dai modelli di studio intrapresi.
Qual’ è la situazione oggi?
In Cina i due compositori più quotati e riconosciuti internazionalmente sono Tan Dun (1957), eccellente esponente della cultura sciamanica e Bright Sheng (1955) pianista tradizionale, che fissano nelle loro opere migliori un vero e proprio standard qualitativo. Da ricordare inoltre la fortissima schiera di musicisti che non compone, e si dedica alla riproposizione del patrimonio artistico occidentale, con talenti di reale valore proprio in Cina.
Sviluppatissima è oggi l’avanguardia asiatica che si perde in mille diramazioni anche fuori dai confini tradizionali della musica classica: molti artisti giapponesi costituiscono nuove frangie dell’oltranzismo musicale, basti pensare ad esempio all’ EAI (organizzazione particolarissima che si dipana nelle grandi metropoli mondiali con musicisti impegnati ad improvvisare su strumenti “preparati”, in cui vengono inseriti numerosi oggetti). Per quello che concerne comunque la “classica” per definizione, tra i compositori più apprezzati troviamo Somei Satoh (1947), che nei suoi momenti migliori mette assieme minimalismo e filosofie buddiste,Toshio Hosokawa (1955), con una ricerca approfondita nei riferimenti antichi della musica tradizionale del suo paese ben applicata alle caratterizzazioni moderne del suono, Misato Mochizuki (1969) spettralista che per il momento è udibile solo in alcuni lavori su Kairos R. Tra i compositori al confine con altri generi troviamo Takashi Yoshimatsu (1953), compositore eclettico e multi stilista, che spazia dal modernismo classico alla musica di “consumo”, alcune opere di Ryuichi Sakamoto (1952) che si avvicinano al gusto neoclassico che sembra essere ritornato di moda in Europa.
La Tzadik Records da sempre interessata alle istanze orientali di tutti i tipi, ha permesso a molti compositori asiatici (presenti e passati) di poter effettuare registrazioni di opere che altrimenti sarebbero rimaste sulla carta: in particolare si distinguono i lavori dei giapponesi Teiji Ito (1935-1982), immersi nel teatro d’avanguardia e nella sperimentazione incrociata su una pluralità di strumenti tipici, e Mamoru Fujieda (1955), compositore rientrante nel giro del minimalismo americano, direi secondo minimalismo, con apporto di elementi di storia e tradizioni giapponesi, senza dimenticare le contribuzioni onnicomprensive della famiglia Takahashi (Yuji e Aki) attivi nella riproposizione e nello studio di molti modelli classici occidentali moderni; la compositrice minimalista cinese Bun Ching Lam (1954) che ha lavorato con la crema dei musicisti d’avanguardia americani ; la cellista coreana del sud Ha-Yang Kim di Seoul, e l’avanguardista taiwanese Chien-Yin Chen.

Discografia consigliata. (per etichetta discografica)

Naxos Records: (con link diretto al sito)
AKUTAGAWA: Ellora Symphony / Trinita Sinfonica / Rhapsody
HASHIMOTO: Symphony No. 1 / Symphonic Suite
HAYASAKA: Piano Concerto / Ancient Dances on the Left and on the Right
IFUKUBE: Sinfonia Tapkaara / Ritmica Ostinata / Symphonic Fantasia No.1
Japanese Orchestral Favourites
MATSUDAIRA: Bugaku Dance Suite / Theme and Variations for Piano and Orchestra
MAYUZUMI: Bugaku / Mandala Symphony / Rumba Rhapsody
MOROI: Symphony No. 3, Op. 25 / Sinfonietta, Op. 24 / Two Symphonic Movements, Op. 22
OHGURI: Violin Concerto / Phantasy on Osaka Folk Tunes / Legend
OHKI: Japanese Rhapsody / Symphony No. 5, 'Hiroshima'
OHZAWA: Piano Concerto No. 2 / Symphony No. 2
SUGATA: Symphonic Overture / Peaceful Dance of 2 Dragons / The Rhythm of Life
TAKEMITSU: Orchestral Works
TAKEMITSU: Piano Music
TAKEMITSU: Toward the Sea / Rain Tree / Rain Spell / Bryce
YAMADA, K.: Nagauta Symphony / Meiji Symphony / Maria Magdalena
YASHIRO: Piano Concerto / Symphony
CHEN, Jie: Chinese Piano Favourites
MA, Sicong: Music for Violin and Piano, Vol. 1 (Hsiao-Mei Ku, Ning Lu)
MA, Sicong: Music for Violin and Piano, Vol. 2 (Hsiao-Mei Ku, Ning Lu)
CHU / LIU / SHENG / SHI / XU / YIN: Yellow River Piano Concerto (The) (Kong Xiangdong)
HE / DING / HUANG: Chinese Orchestral Works
HSU / KUO / MA: A Sketch of the Rainy Harbour
ZHU, J.: Symphonic Fantasia / Symphony No. 4

Tzadik Records:
Chien-Yin Chen : Purr, 2003
Mamoru Fujieda : Patterns of plants 1997, 2008
Teiji Ito : Watermill, 2008
Ha-Yang Kim : Ama, 2007
Bun-Ching Lam : …like Water, 1997
Yuji Takahashi , Finger light, 1995

Altre:
Chinary Ung, Seven Mirrors, New Wordl Records, 2005
Dao nguyen then, Les enfants d’Izieu, MFA/Harmonia Mundi, 1999
Chou Wen- chug, Pien for piano, Composers recordings, 1995
Tan Dun, Water passion after Saint Matthew, Sony 2002
Bright Sheng, Never Far Away: Music of Bright Sheng, Telarc 2009/China Dreams; Flute Moon; Postcards, Bis 2000
Somei Satoh, Towards the night, New Albion Records, 2009
Toshio Hosokawa, Voiceless Voice in Hiroshima, Col legno, 2001
Misato Mochizuki, Si bleu, si calme, Kairos 2003
Takashi Yoshimatsu, Symphony 5, etc., Chandos, 2003
Isang Yun, Symphonies 2 & 4, Camerata 1996
Toshi Ichyanagi, Life music, Orchestral spaces, Varese Sarabande, 1978
Asia Piano Avantgarde: Japan vol 1, by Kazuo Fukushima, Toshio Hosokawa, Toshi Ichiyanagi, Maki Ishii, and Jo Kondo, DG 2006
Ruyichi Sakamoto, Back to the basics, Sony 2001

P.S. Grazie ad alcune segnalazioni, devo rettificare quanto detto a proposito del compositore Ton-That Thiet sulla mancanza di registrazioni: effettivamente sono disponibili (penso comunque con difficoltà di reperimento) alcune sue opere tra le quali la più famosa ed importante è "Les Jardins d'autre monde" che viene eseguita dall'Ensemble Les Temps Modernes su etichetta Hortus (2006) assieme ad altre due composizioni dello stesso.

domenica 5 settembre 2010

John Cougar Mellecamp: No better than this



Sebbene John Cougar Mellecamp venga di fatto annoverato tra i cantautori rock statunitensi nati negli anni settanta (in quel movimento che costituiva di fatto le nuove generazioni americane di cantautori che avrebbero avuto il compito di creare sollevazione delle masse e in cui figuravano mostri sacri come Bruce Springsteen, Bob Seger, Tom Petty, ecc.) personalmente ritengo che faccia parte di quel movimento in maniera più marginale; John ha avuto una carriera piena di evoluzioni e partendo da un background musicale povero ha saputo pian piano riscattarsi fino ad arrivare in alcuni momenti a vertici musicali di assoluto rilievo. Gli inizi della sua carriera, difficili anche dal punto di vista umano, lo vedono come figura musicale operante nel campo dell’”adult rock’n’roll songs”, situazione che evidentemente non gli giova finchè con caparbietà arriva il suo primo successo discografico “Jack & Diane” che lo lancia nel firmamento dei cantanti che contano commercialmente, contenuto nell’album “American Fool” del 1982. La sua formula musicale si affina, non è solo più musica "popolare" e diventa un ibrido che pesca non solo nel bagaglio musicale consueto dell’american music (il rock’n’roll di Berry, il folk più leggero di Dylan) c’è qualcosa di più che viene apportato dal musicista americano: il senso delle radici e un sapore di "agreste" favorito dalla sua personalissima voce. Se con “Uh-huh” (molto roccato e ancora sbilanciato per certi versi sul versante pop) l’artista comincia ad essere considerato anche dalla critica musicale, è con “Scarecrow” che Mellecamp trova probabilmente il suo primo e totalmente riuscito lavoro: i temi riguardano “le campagne americane” trattate con serietà e buon gusto musicale, le piccole opportunità dei centri di provincia, le considerazioni e gli interrogativi sulle generazioni giovanili successive, i problemi della politica americana, uniti anche a temi meno universali, che costituiscono ancora una scia del passato. (è da rimarcare la sequenza notevole dei primi tre brani). Ma “Scarecrow” non basta per affermare l’uomo, era necessario affermare anche il musicista: “The lonesome jubilee” ci restituisce un autore realmente maturo che ormai sa coniugare il suo script con una strumentazione finalmente “raffinata”: l’album, che ripropone ancora temi politici e interrogativi sul modo di vivere della società americana, viene arrichito musicalmente dall’introduzione di violino (nasce la stella di Lisa Germano) e di banjo, mandolini, fisarmoniche e dobro, che conferiscono al sound un quid in più di personalità artistica e contrastano splendidamente con il sound potente della batteria: questa operazione può dunque ritenersi unica nell’allora panorama rock musicale e si rivelerà decisiva ed influente per molti musicisti che si presenteranno sulla scena nei decenni successivi come gruppi di “roots-rock” (in quegli anni similari negli scopi ma diverse nei risultati erano le proposte dei gruppi di Dave Alvin o dei Los Lobos).
“Big Daddy” del 1989, “Human Wheels” e “Dance Naked” rappresentano una ulteriore continuazione del discorso intrapreso con “The Lonesome jubilee”, il primo con meno invadenza musicale, gli altri stringendo l’occhio anche al R&B e alla musica nera, con John che continua a migliorare dal punto di vista vocale; mentre “Whanever we wanted” si presenta molto più ordinario. Poi da questo punto in poi la carriera di Mellecamp comincia ad andare a corrente alternata: da una parte l’artista ripropone la sua personale miscela di rock in validi album come “Mr. Happy go lucky”, parzialmente “Cuttin’ Heads”, dall’altra vira decisamente indietro nel tempo facendosi ennesimo portavoce del folk delle origini (vedi “Trouble no more”) che costituiscono purtroppo un’involuzione musicale. “Life, death, love and freedom” del 2008 sorprendentemente costituì la sua rinascita artistica: Mellecamp aveva realmente ancora qualcosa da dire sebbene lo facesse con una strumentazione nettamente più elettrica, in questo favorito dalla produzione di T-Bone Burnette.
“No better than this” si colloca nel filone degli album che si rifanno alle radici folk dell’artista, entrando purtroppo in quell’area musicale che lascia scivolare tutto senza far ricordare niente.

Discografia consigliata:

-American Fool, Riva 1982
-Scarecrow, Riva 1985
-The lonesome jubilee, Mercury 1987
-Big daddy, Mercury 1989
-Human wheels, Mercury 1993
-Mr. Happy go lucky, Mercury 1996
-Life, death, love and freedom, Hear Music 2008

sabato 4 settembre 2010

Glinka viaggiò in Spagna: collegamenti temporali tra il primo romanticismo russo e spagnolo


Nel post dedicato alla musica classica nordica, evidenziavo come Grieg avesse avuto un riferimento nell’allora nascente scuola russa ed in particolare facevo notare che uno dei riferimenti stilistici che si potevano accostare al musicista norvegese e più in generale alla corrente nordica fosse Rubinstein e Tchaicovski per il fatto di aromatizzare le composizioni con il foklore popolare. Ma questi illustri contemporanei di Grieg erano parte di uno schieramento opposto ai nazionalisti che rivendicavano anch’essi (anzi palesemente) l’inserimento dei valori culturali tradizionali nella musica: la famosa scuola dei cinque composta da Balakirev, Borodin, Rimsky-Korsakov, Mussorgsky e Cui esprimeva una propria tematica musicale basandosi su un’integrazione degli stilemi occidentali con elementi musicali originali presi dai canti e dalle danze tradizionali russe (talvolta con riferimenti al vicino Oriente che nel passato aveva costituito motivo di influenza) che accompagnavano composizioni immerse nello spirito dei zar, nelle leggende di guerra, nella descrizione del mito e del fantastico. Tuttavia anche Tchaicovski, uno dei creatori di quella scuola parallela che invece si riaffiancava all’asse franco-tedesco, aveva profuso comunque elementi che provenivano dalle tradizioni popolari sebbene tali elementi non vennero espressi nell’ambito della produzione sinfonica o concertistica ma soprattutto nel balletto, in cui l’artista russo può considerarsi a pieno titolo come un precursore del genere. E’ in quella dolcezza di trasposizione, in quella sorta di “fiabesco” musicale che si possono incontrare Grieg e Tchaicovski, creare un filo diretto tra le Norwegian Dances di Grieg e le Dances of the cygnes di Tchaicovski che pur appartengono a mondi culturali differenti (tralatro sembra che i due compositori si stimassero moltissimo).
Resta da dire che le generazioni successive nate nell’impressionismo furono influenzate da queste due correnti russe: probabilmente senza di loro non sarebbero esistiti Scriabin e Rachmaninov e più in là Stravinsky, Shostakovich e Prokofiev.
Uno dei precursori di tutto il romanticismo russo fu sicuramente Glinka, compositore con una produzione musicale non elevata, ma sempre ben ricordato per i suoi continui rapporti con le istituzioni musicali del tempo e per le ricche frequentazioni con il mondo musicale europeo: la Spagna in particolare fu uno dei paesi più graditi dal compositore di Novospasskoe, che cercò di somatizzare le melodie spagnole per sue composizioni che comunque erano sempre ancorate al romanticismo musicale tedesco; ma quella fu la porta di accesso che venne aperta ai compositori russi per garantirgli una maggiore autonomia, costituendo anche un primo embrionale processo di scambio delle proprie identità culturali: quasi tutte le generazioni future di musicisti da quel momento in poi utilizzeranno spesso nelle proprie composizioni idiomi spagnoli e non solo.
La Spagna, che aveva una forte eterogeneità folkloristica all’interno del suo territorio, fornisce nel periodo romantico/impressionista probabilmente uno dei migliori esempi di connubio tra qualità artistiche (nasce una scuola di pianisti di valore elevatissimo) e romanticismo nazionalista (con forti elementi propri delle terre del flamenco, dell’Andalusia, del nord dell’Asturia, ecc.): Albeniz, Turina, Granados, de Falla, Mompou e Rodrigo elargiscono un passionale contributo alla musica colta che ancora oggi interessa pubblico, appassionati e case discografiche (la Naxos gli ha dedicato una serie). Si chiude un cerchio storico: il flamenco che era genere formato tra l’incrocio delle influenze arabiche provenienti dall’Africa settentrionale e la cultura popolare, ritornava in Russia con una sorta di “ponte” geografico che riuniva musicalmente i poli opposti dell’Europa.


DISCOGRAFIA CONSIGLIATA:

Glinka, Orchestral gems from the operas, Gorkovenko Hdc Recordings
Tchaikovsky, Swan Lake, Dutoit, Montreal / Nutcracker, Gergiev, Philips/The Sleeping Beauty, Previn, Emi
Balakirev, Symphony 1 & 2, Russia, Tamara, ecc, The philarmonia Y.Svetlanov, Hyperion/ Islamey Oriental Fantasy, Cziffra, Emi
Rimsky-Korsakov, Scheherazade, Capriccio Espanol, Stokowsky, London/
Borodin, Polovtsian Dances, Stokowsky, London/ String quartets 1 & 2,Borodin String quartets, Emi/Symphony 2, Kleiber, Hanssler
Mussorgsky, Pictures an exhibition (piano version), Ashkenazy, Decca/Night on the bald mountain, Ormandy, Sony
Albeniz, Espana, Barenboim, Telderc/Obras para piano, De Larrocha, Emi/Iberia Suite, Suite Espanoles, Gonzales, Naxos/Piano Sonata 3, 4, 5- Guinovart, Musique d’Abord
Turina, Obras para piano, Musique d’abord, Guinovart
Granados, Goyescas, De Larrocha, RCA/ Piano works I & II, De Larrocha, Decca/ 12 Spanish dances, Rosa Torres Parda, Naxos
Rodrigo, Concerto de Aranjuez, Narciso Yapes, Deutsche Grammophone
Mompou, Play Mompou, 5 volumi, Ensayo
Falla, El sombrero de tres picos, El amor brujo, Noches en los jardines de espana, Emi
Albeniz/Turina/Montsalvatge/Surinach: Concertos from Spain, De Larrocha, Decca