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sabato 28 agosto 2010

Musica classica: la tradizione britannica



Uno degli aspetti più meritevoli del carattere inglese è quello della “conservazione” delle tradizioni storiche: si può discutere sulla presunta “freddezza” di un popolo che è stato per secoli dominato da regni, contee e reali, ma certamente il patrimonio artistico è sempre stato un motivo di orgoglio a cui non si poteva rinunciare. Questo spirito dell’antico li rinnova continuamente e ancora oggi è vitale nelle nuove generazioni musicali classiche: la musica corale (oratori, messe, requiem), la musica orchestrale (nelle sue varianti sinfoniche e concertistiche) sono ancora personali e “coltivati” punti di forza del presente.
Ma quali sono i compositori/musicisti sui cui si basa la tradizione brittanica? Le tre maggiori influenze personalmente le vedo in Purcell, Handel e Geminiani: Purcell (1659-1695), noto compositore inglese fiorito in pieno periodo barocco, seppe coniugare con una particolare vena regale, le finali istanze del rinascimento con quelle del barocco, creando un connubio tra musica cantata (espressione di tutte le scoperte fatte nel Medioevo sul canto e sui cori) e nuova espressione musicale basata sugli strumenti e sulle loro forme di manifestazione (concerto, musica sacra, ecc.). La seconda grande influenza fu Handel (1685-1759), che pur essendo tedesco, si fece naturalizzare inglese dopo averci vissuto abbastanza per poter essere considerato membro di quel paese: è con lui che nascono ufficialmente i generi “spirituali” degli oratori e dei lavori in coro e di supporto nascono i primi concerti per “keyboards” che al tempo erano concerti per organo: non esisteva ancora il pianoforte e solo nel tardo barocco (intorno al 1720) conquistò dignità la scrittura per clavicembalo, per cui la musica importante era quella suonata nelle chiese con gli organi che erano la delizia degli ascoltatori: questa influenza è decisiva comunque per la nascita di una vera e propria scuola di “organisti” inglesi: Roseingrave (1688-1766), Nares (1715-1783), Hook (1746-1827) ecc, che venne offuscata nel primato solo nel Romanticismo dalla scuola francese. Le fondamentali opere sacre di Handel caratterizzarono lo stile di tutti i compositori britannici del futuro. La terza influenza è quella italiana e riguarda gli strumenti ad arco: gran parte dei migliori compositori inglesi del barocco si formò nelle lezioni di Geminiani confermando la validità anche oltre confine della scuola violinistica italiana: l’equivalente di Corelli dei concerti grossi si chiama Avison (1709-1770), nella sonata si distingue Arne (1710-1778), Boyce (1711-1779) si segnala con un corpo valente di sinfonie.
Poi all’incirca nel 1750, anno in cui muore la filosofia barocca per intraprendere quella classicista, la cultura classica britannica non riesce più ad esprimere talenti e soprattutto si accontenta di accoglierne altri nati fuori dai suoi confini; basti pensare al tedesco Haydn che rimase famoso per la sua permanenza a Londra e per i suoi graditissimi concerti londinesi. E’ solo nel primo romanticismo che si creano nuovi modelli e mi riferisco a Field (1782-1837) che inventa il genere del “notturno”, pietra angolare di tutti i pianisti virtuosi romantici; in realtà sono molti i compositori di quel periodo che nascono in Inghilterra (Bache, Sterndale Bennett, Stainer, ecc.) che forniscono elementi derivativi del classicismo e romanticismo tedesco (benché molti critici mettono in discussione l'affermazione di trovarsi di fronte a compositori "minori"); in particolare però si distingue l’opera di Litolff (1818-1891), che oltre ad essere un creativo pianista e compositore cercava (a differenza degli altri) di recuperare in maniera originale nella composizione quello “spirito” inglese del passato attraverso l’inserzione di elementi barocchi e classici.
L’asse portante del Romanticismo inglese nacque nel periodo decadentista: la triade Parry (1848-1918), Stanford (1848-1918) e Elgar (1857-1934). Tutti prendono come base della loro musica l’esperienza tedesca, ma il loro lavoro costituisce la “bibbia” della cultura musicale romantica e in generale della musica moderna inglese. Parry subì le influenze di Brahms, ma è indubbio che tutta la produzione sinfonica del compositore inglese recuperava quello spirito di “regalità” di cui si parlava prima; l’irlandese Stanford era più attratto dalla diretta melodicità di Schumann e dalle campagne irlandesi; Elgar era invece più vicino a Wagner di cui condivideva spesso quegli accenti orchestrali più innovativi.
Se questi artisti avevano finalmente ridato fiato alla musica colta inglese, fu però l’Impressionismo a creare la vera “rinascita” musicale del paese: sebbene il movimento fosse nato in Francia grazie a Debussy, in Gran Bretagna venne accolto così bene da creare una pletora di compositori (con caratteri diversi e personali) formando nel contempo un'espressione musicale e culturale di forza considerevole: grazie alla rinnovata scoperta dei valori tradizionali britannici (le folk songs) l'Inghilterra ebbe grandi compositori come Vaughan Williams (1872-1958) con una completa esposizione nel genere (dalla sinfonia al corale), Delius (1862-1934) che era invece molto vicino al modello francese e Holst (1874-1934) che nel suo capolavoro “The planets” comincia ad inserire elementi “etnici” (inflessioni indiane): tutti personaggi di alto profilo tecnico che traducono in musica il loro bagaglio culturale. Si diffonde inoltre la concezione “pastorale” della musica inglese che rappresenta il suo idioma distintivo. La Gran Bretagna avrà in questo periodo i suoi migliori pianisti (Ireland (1879-1962), Bowen (1884-1961), Holbrooke (1878-1958)) che sfruttando le nuovi possibilità delle scale pentatoniche ed esatoniche, nonché quelle modali, riuscivano a dare una nuova caratterizzazione al risultato musicale. Così come succede nel campo dell’orchestrazione che continua ad essere uno dei suoi punti di forza nelle opere di Bax (1883-1953), Bridge (1879-1941), Scott (1879-1970), Rubbra (1901-1986), Bliss (1891-1975), che ridonano splendore alla musica sinfonica e concertistica inglese dando anche l’impressione di essere l’esempio da seguire nel resto del mondo.
Dopo l’introduzione delle “moderne” tematiche riguardanti la dissonanza e l’atonalità i nuovi compositori inglesi, pur mantenendo un impianto tradizionale e tonale (sia pure con l’introduzione di nuovi elementi che vanno dal neo classicismo all’esotico, nella piena consapevolezza dei tempi) cominciano ad avvicinarsi a quelle forme sia pure con molta parsimonia: esempi sono Alwyn (1905-1985), Tippett (1905-1998) e soprattutto Britten (1913-1976), che può essere considerato il trait-de-union, il punto di svolta tra la tradizione classica inglese del passato e il rinnovamento dettato dalla contemporaneità.
Discografia consigliata:
-Purcell, Gardiner Purcell collection, Music for the Funeral of Queen Mary, Birthday Ode "Come Ye Sons of Art", Erato
-English 18th-Century Keyboard Concertos - Handel, Rosingrave, Chilcott, Nares, Hayes, Hook, Hyperion
Handel, Messiah, English Baroque solists, Philips
Avison: 12 Concerti Grossi after Sonatas by Domenico Scarlatti, The Brandeburg Consort, Hyperion
Arne, Complete Trio Sonatas /Collegium Musicum 90 · Standage, Chaconne
Boyce, 8 Symphonies – The English Concert – T. Pinnock, Archiv
Field, 15 Nocturnes, Roberte Mamou, Asturia
Parry, Complete symphonies, LPO Bamert, Chandos/Songs of farewell & Jerusalem, St. George’s Chapel Choir Windsor, Hyperion
Stanford, Symphonies & Irish Rhapsody, Vernon Handley, Chandos/Violin Concerto in D Major op 74/Suite for Violin & orchestra op. 32, Marwood, Hyperion/Clarinet Sonata, Robert Plane, Naxos
Elgar, Enigma variations, Mischa Maisky, Deutsche Gramophone/The dream of gerontius, CBSO Chorus, Simon Rattle, EMI
Delius, Orchestral works, Sir Thomas Beecham, EMI/Piano Concerto in C Minor in “Romantic piano concert”, Piers Lane, Hyperion
Bantock, Hebridean & Celtic Symphonies, Vernon Handley, Hyperion
Vaughan Williams, Mass in G minor, Noel Edison, Naxos/Complete symphonies, Vernon Handley, Classic for pleasure/Orchestral favourites vol 3, Boughton, Nimbus
Holst, The planets, Zubin Mehta, Teldec
Scott, Piano Concerto 1/Symphony 4, Shelly, Chandos
Bridge, Orchestral Works vol 2, Hickox, Chandos
Ireland, Legend/Piano Concerto in E flat major in “Romantic piano Concert”, Piers Lane, Hyperion / A downland suite, Concertino pastorale, Hickox, Chandos
Bax, Orchestral Works vol 3, Bryden Thomas, Chandos
Bowen, Piano Concerto n. 3 e 4, D. Driver, Brabbins, Hyperion
Bliss, A colour symphony, David Lloyd-Jones, Naxos
Finzi, Clarinet Concert, Thea King, Helios
Rubbra, Symphonies 3 & 7, Hickox, Chandos
Walton, Violin & Viola Concerto, Partita, Menuhin, Emi
Rawsthorne, Piano Concerto 1 & 2, Concerto for two pianos, Geoffrey Tozer, Chandos
Alwyn, Symphony 5/Sinfonietta for string/Piano concerto 2, H. Shelley, Chandos
Tippett, Orchestral works vol 1 & 2, in British Music Collection, vari esecutori, Decca
Britten, Piano Concerto/Violin Concerto, London/Young person’s guide to the Orchestra op 34, London/War requiem, Decca
La lista sarebbe interminabile data la mole dei lavori importanti, perciò questa si deve presentare come una discografia minima ed essenziale che sia quanto più rappresentativa possibile della tematica del post. Perdonatemi quindi se ho dimenticato molti compositori che in una scala di valori avrebbero potuto anche rientrare nelle segnalazioni.

martedì 24 agosto 2010

Kamran Ince e la musica turca (parte 2)


I maggiori compositori turchi sono quelli nati all’inizio del novecento e la cui influenza si è avvertita a metà circa del secolo scorso: pur essendo numerosi i compositori che vengono citati nelle varie bibliografie storiche, solo pochi hanno avuto la fortuna di essere riconosciuti a livello internazionale e soprattutto di avere delle registrazioni che possano essere la testimonianza del loro lavoro per i posteri; come già detto nel post precedente di Ince, nacque anche in Turchia una scuola musicale che miscelava con parsimonia i caratteristici "refrain" della musica popolare turca con i ben più blasonati contorni della musica colta occidentale con una predilizione degli autori per artisti come Ravel, Bartok, Cowell che avevano già colto il senso dell’integrazione etnica dei suoni: i “Turkish five” (così venivano chiamati i maggiori compositori del Paese in una sorta di analogia con i cinque “russi” romantici), comprendevano:

1) Ahmet Adnan Saygun (1907-1991), che può essere considerato l’equivalente di Sibelius in Finlandia o Bela Bartok in Ungheria, compositore misconosciuto spesso agli appassionati di classica meno addentrati, ha rappresentato in tutta la sua produzione una illuminante esigenza di affermazione nazionalista che avesse però il carisma della musica colta occidentale: quel connubio tra tradizione popolare e connotati occidentali è soprattutto avvertibile nei due concerti per piano e nei quartetti per violini, restando la produzione sinfonica più riflessiva ed in linea con il sinfonismo consolidato europeo. Molte delle sue principali composizioni sono state sistemate discograficamente grazie all’etichetta tedesca CPO Records.
Dischi consigliati:
-Piano Concertos 1 & 2, Gulsin Onay, CPO
-Cello Concerto op 74; Viola Concerto op. 59, Tim Hugh, CPO


2) Ulvi Cemar Erkin (1906-1972), anch’egli validissimo nella materia del concerto per piano, verrà ricordato per la sua suite orchestrale Köçekçe, rapsodia riproposta anche da Kamran Ince in una versione per piano e violino nel cd Kamran Ince & Friends (vedi post precedente).
-Complete works for solo piano, Verda Erman, Hungaroton.

3) Cemal Resit Rey (1904-1985), compositore estremamente affascinante nelle composizioni orchestrali,
-Turkey, Scenes from Turkey, Hikmet Simsek, Hungaraton
-Faith Sultan Mehmet / Instantanes / Scenes turques, Cem Mansur, Hungaroton



4) Necil Kazim Akses (1908-1999), discepolo di Suk e Haba, rimarrà famoso per il suo concerto per violino.
-Violin Concerto, Rengin Gokmen, CPO

5) Hasan Ferit Alsan (1906-1978), le cui composizioni sono francamente “leggenda” poichè non ho notizia di una qualche forma di registrazione su cd.

A questi io aggiungerei anche Nevitt Kodalli (1924-2009), compose opere, oratori e balletti che purtroppo discograficamente è udibile solo in brani da camera e in quintetto al piano.
-Erkin/Kodalli, Piano Quintets, Hungaroton.

L’etichetta discografica Hungaroton R. ha pubblicato anche tre volumi dedicati alla musica da camera turca in cui vengono riproposte alcune composizioni degli autori che vi ho citato, sebbene siano meno significative.

Classica. Kamran Ince e la musica turca



La Naxos pubblica in questo mese tre cd solo in download diretto del compositore turco Kamran Ince (1960) che arrichiscono il catalogo discografico che finora era, a dire il vero, un po’ scarno: l’artista nettamente sbilanciato nella sua produzione sul versante orchestrale, è attivo già dalla metà degli anni ottanta, riuscendo vincitore di premi importanti che hanno dato il via ad una serie di commissioni che non provengono solamente dal suo Paese d’origine. La Naxos (che aveva già pubblicato un cd con due sinfonie, la terza e soprattutto la quarta) pubblica un cd dove è contenuta l’ultima sinfonia composta, la quinta dedicata all’anniversario della squadra di calcio del Galatasaray che si unisce ad alcune validissime composizioni del passato per piccolo e grande ensemble, fatto che si ripete in un secondo cd in cui trovano sistemazione alcune delle sue migliori e più rappresentative composizioni come “Curve, Hammers and Whistlers, Istathenople e Strange Stone”. Il terzo cd “Music for a lost earth” invece contiene solo il lungo brano omonimo suddiviso in parti ed è un progetto “ambientale” in cui Ince affronta il tema della disfunzione mentale degli uomini di oggi e di come si possa creare un nuovo sentimento in un futuro nuovo mondo: ne esce fuori una accattivante composizione in suite che si accosta a certe prove di minimalismo ambientale che oggi sono di gran richiamo in Europa.
Ince si pone nella tradizione moderna della musica classica turca con un “senso storico” pregnante, più volte consacrato nelle sinfonie che ripropongono musicalmente pezzi del passato ricostruiti con grande aderenza: se nel passato gli scambi culturali tra musica classica occidentale e quella turca arrivavano dalla volontà dei compositori di completare il loro bagaglio musicale (penso ad Haydn o Mozart che si servivano in qualche caso del folklore tipico ottomano) dopo il 1900 la musica tradizionale turca si è occidentalizzata dando luogo a commistioni con i suoni popolari che ne facessero ricalcare il carattere “triste” e “mistico” (è segnalata da molte enciclopedie una sorta di gruppo dei cinque compositori turchi in voga in quell’epoca, allo stesso modo in cui esistevano le scuole nazionali europee). I compositori come Ince, sono dei “poliglotta” stilistici: pur ispirandosi al “sufismo” con la sua proverbiale tematica spirituale e alla canzone popolare turca, la composizione è un ibrido che prende in esame la tradizione corale occidentale, il minimalismo del dopoguerra ed in generale gli elementi essenziali della musica classica europea di tutto il novecento. Non sono molti gli autori che possono vantare un seguito in Turchia come Ince: sarebbero da menzionare compositori come Fazil Say, la cui produzione discografica però è basata soprattutto sul rifacimento personale del repertorio storico e quasi assente è lo spazio discografico dedicato alle sue composizioni, e il più sperimentale Evrim Demirel che unisce il patrimonio etnico alle rilevazioni di Schoenberg.

Discografia consigliata:-Symphony no 4, “Sardis”, Prague Symphony Orchestra, Naxos 2005 (composta nel 2000)
-Kamran Ince & Friends, Albany Records, 1999 (contiene quasi tutto il repertorio da camera scritto tra il 1983 e il 1997)
-In white, Present Music, Innova 2004
-Arches, sull’album “Fall of Constantinople”, Argo 1998 (anno comp. 1994)


venerdì 20 agosto 2010

Classica. Innova Records: Ann Millikan e Susan Fancher



L’etichetta discografica americana INNOVA Records si è sempre caratterizzata per gli scopi peculiari musicali tendenti a promuovere tutte quelle forme d’arte in cui il suo music management crede: spazia dalla musica classica al jazz, dalla musica sperimentale all'etnico, e privilegia normalmente quei progetti artistici di “fusione” tra generi. Quindi se da una parte una eccessiva discrezionalità dei suoi rappresentanti potrebbe essere interpretata in maniera restrittiva, dall’altra un progetto valido ed un compositore valido fanno presto ad essere notati.
In questo post vi propongo due interessanti compositrici americane.
Ann Millikan, americana, ha un background jazzistico, sebbene la sua scrittura sia ampiamente classica. Il suo secondo cd “Ballad Nocturne” (2010) contiene tre larghe composizioni: “Trilhas de sombra” composizione molto variegata nell’orchestrazione con finale "adagio", giocata forse in modo eccessivo sui timbri e le contrapposizioni tra strumenti, ma che rivela un efficace incrocio tra atonalità e tonalità; “Landing the inside the animal” tende all’ipnotismo con fraseggi ripetuti ed una seconda parte orchestrata con dinamiche sudamericane; ma il vero capolavoro del disco è l’iniziale title-track, che anche grazie all’apporto fondamentale del pianista italiano Emmanuele Arciuli (redattore anche del sito online “Il giornale della musica”), distribuisce una specie di concerto orchestrale per piano, basato su continui chiaroscuri che stanno stilisticamente tra l’impressionismo di Debussy e il jazz di Bill Evans.
Susan Fancher, insegnante di musica all’università di Duke, è invece il prototipo di artista che cerca relazioni tra la musica (è una sensibile sassofonista) e l’elettronica. Nel suo ultimo cd “In two wordls” (2009) risalta la riproposizione di un brano (la title track) ormai andato perduto di Morton Subotnick a causa della vetusta tecnologia utilizzata all’epoca dal programma: la Fancher ne fa una nuova pregnante versione che ci permette di riascoltarla in maniera definitiva in un album che ha comunque altri spunti degni di nota che portano alla ribalta composizioni di autori misconosciuti come James Paul Sein, John Anthony Lennon, Reginald Bain, ecc. tutti valenti sperimentatori nel campo dell’elettroacustica.

Guillaume Connesson: Cosmic Trilogy


Grazie alla Chandos finalmente possiamo ascoltare su cd in prima assoluta la Cosmic Trilogy del giovane compositore francese Guillaume Connesson (1970): la composizione iniziata dalla odierna terza parte nel 1997 e finita con la prima parte nel 2007, costituisce l’approccio di Connesson alla materia della creazione del mondo: nelle note di copertina viene spiegato come il primo movimento “Aleph” sia dedicato al cosiddetto Bing-bang primordiale con un tono spigliato e ben rappresentativo dell’accaduto; nel secondo movimento vi è la nascita della luce e delle stelle “Une lueur dans l’âge sombre”, che inevitabilmente ripiega l’orchestrazione sulle componenti a fiato, e l’ultima parte “Supernova” che in teoria dovrebbe rappresentare l’esplosione estemporanea di una stella nella galassia e la sua comparsa nel firmamento, dove nuovamente il tono si fa sostenuto. Connesson è compositore che trae linfa vitale innanzitutto dalle tradizioni orchestrali francesi (in molti passaggi sembra di risentire Ravel, di cui molti critici ne mettono a confronto la capacità di scrittura, Dutilleux e soprattutto il Messiaen di “Turangaila Symphony) ma che non disdegna amalgama musicale con alcuni aspetti del minimalismo americano (John Adams soprattutto) e della materia orchestrale di Stravinsky (“Rite of Spring”): Completa il disco il mini concerto per piano “The shining one” (Eric le Sage al piano) composto per il pianista francese Thibaudet che trae ispirazione anch’esso da una novella dello scrittore Abraham Merritt “The moon pool”. Quindi un compositore con credenziali di alto livello e con inspirazione musicale non solo strettamente imparentata con le arti musicali ma anche con quelle pittoree ed editoriali (“Supernova” è dichiaratamente collegata al quadro di Kandinsky “Quelques cercles” e al libro di Stephen Hawking “A brief hystory of time”). Si potrebbe accostare per ricerca e freschezza compositiva a compositori americani contemporanei come Michael Torke e Jennifer Higdon, denotando una magnifica predisposizione per la composizione ricca e colorata e devota all’orchestrazione, il tutto in una cornice di ampia e moderna tonalità.

giovedì 19 agosto 2010

Hypnagogic and noise: collegamenti artistici


Ad un anno dalla coniazione del termine "hypnagogic pop" di David Keenan (redattore della rivista "Wire") che sottolineava come i giovani ventenni americani lo suonassero nei sottoscala delle abitazioni, il bilancio senz'altro positivo di questa nuovissima tendenza merita delle riflessioni critiche: sebbene la stampa specializzata spesso faccia rientrare nel genere anche gruppi o musicisti che vi gravitano causalmente solo per effetto delle sonorità, in realtà pochi progetti possono vantare una certa consistenza ed originalità.

Innanzitutto bisognerebbe fare delle precisazioni:

1) si parla di "hypnagogic pop", ma quello che in realtà si ascolta non è sempre pop (questa accezione è ad esempio prerogativa di gruppi come i Memory Tapes);

2) l'elettronica è il motore musicale di spinta del filone, ed è utilizzata tenendo ben presenti stilemi del passato che vanno dall'elettronica più tradizionale degli anni ottanta a quella cosmica (Tangerine Dream, Schulze, ecc.) ma viene soprattutto usata in modo da risaltare quello stadio quasi incoscente del nostro riposo che precede immediatamente la caduta nel sonno, il dormiveglia che in questo caso si rivela "estatico";

3) scampoli di sonorità new age, di punk cibernetico anni ottanta o di moderno trattamento noise fanno parte di questo intrigante cocktail musicale.

Tra i gruppi che incarnano questa filosofia musicale si distinguono gli Oneohtrix Point Never di Daniel Lopatin che forniscono già un embrionale evoluzione del genere: "Returnal" (Editions Mego, 2010) si libera dagli aspetti quasi dance del precedente "Zones without people" e sposta il baricentro della musica dall'elettronica anni ottanta a quella atmosferica e dronistica con chiari accenti rumoristici: in particolare la title track, l'unica vera pop song hypnagogica dell'album, è lo spunto per un collaborazione tra Antony (l'androgino malinconico popstar) e Christian Fennesz (uno dei migliori chitarristi d'avanguardia del momento) che in un 7" (Editions Mego, 2010) ne danno due personali interpretazioni, basata su voce e piano quella di Antony, molto più ambientale quella di Fennesz che usa anche la voce di Antony in sfondo minore; va da sè la comprensione del fatto che le "allucinazioni" pop di Lopatin (possiamo chiamarle così?) siano ascoltate anche dalle frange più estremiste dell'avanguardia musicale, nonchè dai popsters dell'ultima generazione.
Christian Fennesz è un chitarrista dotatissimo che ha intrapreso un personale percorso fatto di musica ambient suonata spesso in droni, particelle noise di varia natura, spazi elettroacustici, il tutto per dare espressione alle sue idee interiori ma realmente universali. Tra le sue più importanti collaborazioni va annoverata quella fondamentale con David Sylvian.
Sulla stessa lunghezza d'onda si pone l'esperienza dell'olandese Rutger Zuydervelt, ossia i Machinefabriek, che sviscera la tematica del "rumore" in modo da farne risaltare l'arte: dopo un attento ascolto della sua discografia migliore si può certamente affermare che il suo progetto costituisce uno dei migliori esempi di come i rumori, gli scarti, o comunque tutto ciò che risulta sgradevole al nostro orecchio, possano essere opportunamente trattati e provocare risvolti musicali ed emotivi di elevata fattura. "Daas" (Cold spring 2010),sua ultima pubblicazione, prende in considerazione brani già suonati da Zuydervelt nei mille rivoli della sua discografia (anche quella che tiene conto delle collaborazioni) e costituisce un ottimo aggiornamento di questo filone ambient-noise in cui convivono musica di alta qualità artistica e "segmentazioni" sonore di difficile comprensione generale.

Discografia consigliata:
Tra i migliori dischi di "hypnagogic" vi segnalo:
-Memory Tapes, Seek magic, Something in construction, 2009
-Neon Indian, Psychic chasms, Lefse 2009
-Oneohtrix Point Never, Zones without people, Arbor Infinity 2009
Christian Fennesz:
-Endless summer, Mego 2001
-Venice, Touch 2004
-Black sea, Touch 2008
Machinefabriek
-Marjin, Lampse 2006
-Weleer, Lampse 2007 (antologico del suo primo periodo, dal 2004 al 2007)
-Bijen, Kning disk, 2007
-Ranonkel, Burning world, 2008
-Dauw, Dekorder 2008

domenica 15 agosto 2010

Tre modi di suonare ambient: alcune nuove pubblicazioni discografiche



In questo post vi segnalo alcuni artisti operanti nella musica ambientale e non solo, con diversa prospettiva artistica.
Jan Bang è un produttore americano da sempre nel giro dei musicisti norvegesi, soprattutto quelli del nu-jazz (Wesseltoft, Petter-Molvaer, Henriksen, Aarset) , ma conosciuto anche per le sue vicinanze artistiche alla musica “wordl” di Hassell, all’ambient di David Sylvian, a quella scrittura compositiva fatta con i campionatori che è stata prerogativa di tanti artisti nella musica moderna. Questo suo primo album “….and poppies from Kandahar” (et. Samadishi Sound) racchiude tutta queste esperienze, ha un respiro calmo, controllato che prende un pezzettino di musica da tutti gli artisti citati, anzi Bang li chiama proprio a suonare: quello che ne esce fuori è quindi un ambient multiforme che beneficia dell’apporto discreto dei suoi partecipanti, una specie di musica in codice che stimola la mente, sebbene non abbia probabilmente la forza necessaria per erigere nuove barriere sui suoni, quello che servirebbe per farsi ricordare.
Il tema della morte è sempre difficile da affrontare e spesso siamo costretti a rifiutarlo categoricamente: tuttavia molti artisti ne sono stati catturati e hanno cercato anche forme artistiche appropriate per descrivere stati d’animo o situazioni vicine a quello stadio di vita finale: la fanzine musicale online Ondarock, propone in primo piano i Bvdub, progetto del musicista Brock Van Vey, che nel suo ultimo album “The art of dying alone” (etichetta Glacial Movements) si accosta al problema con la prospettiva di estaticità, con la musica che è totalmente dronistica rafforzata spesso da un dub tecnologico che sicuramente non guasta. L’artista si fa riconoscere per i suoi impasti con voci “angeliche” tipiche dei gruppi di dream-pop (il pop sognante è tema ricorrente per molti musicisti ambientali) riuscendo in alcuni episodi ad essere incisivo anche nei suoi risvolti emotivi. Probabilmente è una questione di gusti, ma questa prospettiva di fusione dell’ambient con segmentazioni sonore di dream alla 4AD o affini, non dà sempre grandi risultati: questo invece mi sembra un buon episodio.
Di tutt’altra caratterizzazione si presenta il musicista William Fowler Collins, alle sue prime prove discografiche, con un disco inciso per la Type Records etichetta sempre attenta a selezionare artisti per un certo tipo di archetipo musicale, di solito acustico.
In “Perdition hill radio” l’ambient si riveste non solo di droni non dinamici, ma anche di noise, suoni concreti in un contesto testuale comunque “claustrofobico”. E’ un progetto da ascoltare perché pur essendo realmente ostico nell’ascolto, dà piena motivazione agli argomenti che in modo subliminale vengono “introdotti” dai titoli dei brani (che spesso si risolvono in evoluzioni drammatiche di vicende del cosmo). Sarà questa la musica che ascolteremo in futuro?

giovedì 12 agosto 2010

Concerti






I lettori del blog si saranno accorti (almeno quelli attenti) che ho dedicato delle monografie ad alcuni artisti jazz. Il motivo era che avevo assistito ai loro concerti tra luglio ed agosto.
Pubblico quindi un post veloce su questi concerti così come mi è stato richiesto.
Il 16 luglio a Pescara nell’ambito del Pescara Jazz Festival assisto al Teatro d’Annunzio al concerto del Pat Metheny Group: lo spettacolo è stato gradevole e seppur Metheny (che è un concertista assiduo) abbia riproposto solo alcune delle gemme del gruppo, il suo “songbook tour” ha mostrato un artista di levatura altissima, che ha ancora voglia di discutere sul linguaggio musicale jazz; in questo è naturalmente agevolato dai suoi comprimari, che nel loro strumento, non gli sono da meno: in particolare Antonio Sanchez mi è sembrato il più in forma di tutti, un fiume in piena crescita, con un senso ritmico pauroso che ha avuto nel brano finale il suo sfogo più naturale in una sorta di free di gruppo.

Il 22 luglio invece sono a Bari al teatro Petruzzelli per l’unica data in Italia di Jan Garbarek che si è presentato in un quartetto in cui figuravano il pianista Rainer Braninghaus e il percussionista Trilok Gurtu (a cui è stato dedicato molta parte del concerto). Lo spettacolo è stato invero inferiore alle aspettive, Garbarek ha suonato il suo ultimo disco dal vivo “In Dresden”, che mostra un musicista più di ordinaria amministrazione, spesso al servizio degli altri musicisti che gli rubano la scena. Chiaramente questa democrazia musicale non giova alla perfetta rappresentazione del musicista norvegese.

Il 6 Agosto invece l’appuntamento è con l’Orsara Jazz Festival, una manifestazione tra le migliori nell’ambito jazz per via dei seminari che ogni anno vengono tenuti da grandi musicisti (anche del passato): quest’anno la presenza rilevante è stata quella del Lunar Quartet, gruppo formato dal batterista italiano Enzo Carpentieri che è riuscito ad unire due freelances come John Tchicai e il pianista Greg Burk assieme al contrabbassista Marc Abrams. Concerto dominato dal clima più invernale che estivo, ripropone il grande sassofonista americano in una collaborazione con il sottovalutato pianista americano che invero gioca sull’improvvisazione strumentale (anche con tecniche estese) cercando di creare equilibri “sospesi” di fondo.

Il 9 Agosto sono al Carpino Folk Festival, manifestazione alla 15.ma edizione, voluta originariamente da Eugenio Bennato per riscoprire il patrimonio folk del posto: quest’anno il festival ha virato anche all’estero ed ha avuto la fortuna di ospitare quella sera il famoso chitarrista fusion Al di Meola. Prima del concerto, abbiamo avuto la possibilità di parlare direttamente con l’artista, di fargli una breve intervista e di organizzare delle foto. Al si è mostrato disponibile, contento di essere venuto a suonare in un posto familiare (suo padre e suo madre sono meridionali, Napoli e Bari ci ha detto), ha ribadito l’importanza di artisti contemporanei come Ralph Towner ed Egberto Gismonti, nonché Gonzalo Rubalcaba tra i pianisti più contemporanei: ringrazio l’organizzazione per avermi dato l’opportunità di stare di fianco a questo “mostro sacro" della chitarra (sono con lui su nella foto). Il concerto ha dimostrato che Al è ancora in forma, sebbene lo spettacolo sia stato notevolmente ridimensionato dall'acustica imperfetta e dal continuo schioccare delle nacchere (tipico strumento che accompagna i cantori del posto) possedute in piazza dal pubblico che ha infastidito anche il chitarrista americano che ad un certo punto si è dovuto impegnare a chiedere il loro silenzio. Alla fine però Al si è accontentato del calore ricevuto.

John Tchicai


Tra i pochi sopravvissuti dell’era free-jazz storica americana (un altro è il mentore Ornette Coleman) John Tchicai (1936) è stato il collante fra il nascente free di oltre Oceano e il free più radicale europeo cominciato intorno al 1970: sassofonista dotato (alto e tenore), in possesso di un personale stile fatto spesso di fraseggi ripetuti oppure di combinazioni di note “spezzate”, Tchicai ha sempre cercato punti di evoluzione del suo sound, approfondendo sia le tematiche del jazz (in questo senso importanti sono le sue partecipazioni ai gruppi storici di Albert Ayler nel New York Art Quartet e di Don Cherry e Archie Shepp nei New York Contemporary Fivee a quelli europei con l’Instant Pool Composers in cui partecipavano Hank Bennink e Misha Mengelberg), sia i punti di intersezione con altri generi; difatti dopo le esperienze di “amplificazione” di massa, Tchicai ha intrapreso una personale carriera che non era solo basata su “orgie” strumentali, ma anche convogliata in sonorità primordiali: il blues, le sonorità africane, sonorità indiane, talvolta anche il jazz degli anni quaranta; il tutto nel rispetto di una formula che privilegiasse sempre la “libertà” dei suoni, la possibilità di “sperimentare” facendo spesso uso di tecniche di estensione dello strumento anche in rapporto alle istanze d’avanguardie che mescolavano elementi che provenivano dalla musica classica.
Nel corso degli anni diverse sono state le formazioni con cui ha suonato ed i progetti che ha posto in essere, tra i quali vanno menzionati quelli con la Cadentia Nova Danica, che costituiva un primo esempio di articolazione musicale allargata del free-jazz, poi vi sono i numerosi trio o quartetti con personaggi spesso misconosciuti, tra i quali certamente un posto di rilievo rivestono quelli con il chitarrista Pierre Dorge e il contrabbassista Niels H. Orsted Pedersen in “Real Tchicai” e il quartetto con due contrabbassisti Thomas Durst e Christian Kuntner assieme al batterista Timo Flaig in “Timo’s message”, dove il musicista danese-congolese esprime il massimo della sua personalità in dischi che oggi ritengo siano nettamente sottovalutati. Poi dopo lunghe parentesi in cui le idee non erano sempre limpide, specie nell’ultimo decennio Tchicai ha avuto le sue soddisfazioni come compositore ed in tal senso vanno menzionate le esperienze veramente “speciali” dei concerti in cava, ai quali gli spettatori potevano accedere solo mettendosi in barca, e dei concerti in teatro con la Musica Sacra Nova, dove l’appagamento artistico consisteva nel fare un transito esplicito con la musica “colta”: grazie alla conoscenza del pastore luterano Christian Hoeg, si inventa un tributo a Sofia su testi cantati in pieno regime lirico, in un contenitore in cui figurano le sue partiture al sax e ai cori, con ciò costruendo un accostamento tra musica liturgica cristiana e free-jazz.
Oggi lo ritroviamo nel progetto dei Lunar Quartet, con il pianista Greg Burk altra mina vagante del jazz odierno, in un contesto musicale vicino a quelli già cavalcati dal sassofonista in passato, che comunque nonostante l’età ci restituisce ancora un rappresentate puro ed efficace delle istanze progressive del jazz nato trent’anni fa.
Discografia consigliata:
-Afrodisiaca, con i Cadentia Nova Danica, Promising/MPS, 1969
-Real Tchicai, Steeplechase, 1977
-Timo's message, Black Saint, 1983
-Grandpa's spells, Storyville 1992
-Moonstone journey, Da Capo 1999
-Anybody home?, Orchard, 2001
-Hymne ti sofia, Calibrated, 2005

martedì 10 agosto 2010

Chet Baker


Controversa ed affascinante la figura di Chet Baker ha subito nel corso degli ultimi anni una continua rivalutazione d’immagine; non è questo il luogo per ricordare la sua vita direi “cinematografica”, in questo un po’ di informativa su internet potrà aiutarvi molto di più a conoscere il personaggio. La trasgressività dell’artista, rifiutata dopo la sua morte nel 1988, sembra essere oggi un motivo di riscoperta ed apprezzamento dell’uomo e della sua musica: invero, determinante è stata la circostanza di aver ricalcato la scena jazz nel momento giusto: intorno al 1950 Chet Baker esordiva nei quartetti californiani di Gerry Mulligan dando il suo contributo al nuovo filone creato da Miles Davis, quello del “cool jazz”, una sorta di risposta all’imperante be-bop di Gizzy Gillespie e Charlie Parker che in realtà altro non era che un “be-bop” rallentato, più rilassante con accenti meno marcati. E così come il trillo di Gillespie si adattava al genere da lui inventato, la tromba lirica di Baker si inseriva nelle novità di mezzo secolo. Chet Baker usava la stessa tromba di Miles Davis, la Martin Committee, ma mentre Miles aveva un suono più tecnico, Chet era tutto sentimento e malinconia. A causa dei noti problemi di droga Chet subito si separò da Mulligan e cominciò il suo percorso musicale formando altri gruppi ugualmente di valore; anzi liberandosi dal suo partner sviluppò il lato sensibile della sua personalità ed incominciò ad esteriorizzarlo anche attraverso la voce. I suoi dischi dal 1953 al 1959 per la Pacific Records sono ormai dei “must” per tutti gli appassionati di jazz e propongono il miglior Baker, quello più originale ed influente, in possesso di un fraseggio alla tromba unico ed una voce particolarissima, evocativa, esile, intrisa di malinconia, una specie di equivalente della sua tromba: si va da “Chet Baker sings” e “Grey December” entrambi del 1953, in cui Baker si cimenta con molti noti standards e con le composizioni di Jack Montrose, all’ensemble di una band di 11 elementi in cui partecipano Art Pepper, Phil Urso, Bobby Timmons (”Chet Baker big band”); Baker lavora sempre con grandi nomi in sestetto, frequenti sono le collaborazioni con Russ Freeman e poi soprattutto cavalca l’ondata cool californiana con i Crew e con il quartetto di “Latin Plaboys”.
La sua carriera intanto comincia a subire le scosse delle sue vicissitudini personali e i suoi lavori, pur non perdendo i connotati primordiali, cominciano ad essere sproporzionati in volume e spesso di bassa qualità. Purtroppo l’unico difetto che ancora oggi gli si può oggettivamente far pesare è stato la mancanza quasi assoluta di brani autografi: Baker improvvisava solo su brani di altri autori, perciò non meraviglia che già a partire dagli anni sessanta il repertorio viene continuamente riproposto e i nuovi episodi arrivano dalle “conoscenze” musicali che Chet faceva con amici e collaboratori (vedi nell’ultimo periodo di vita lo stretto legame con Nicola Stilo)
Un grande interprete, dunque, di quelli “immediatamente riconoscibili”.

Discografia consigliata:

Premesso che questa è sterminata, e ciò è dovuto al fatto che Chet faceva dischi spesso solo per incamerare denaro, vi propongo comunque di partire dalle pubblicazioni discografiche fatte con Mulligan che pur essendo spesso canoniche, danno l’idea di cosa suonasse Baker ai suoi esordi:
-The Best of Gerry Mulligan quartet with Chet Baker, Gerry Mulligan quartet, Pacific Jazz, registrazioni risalenti al 1953.
Indispensabile per il periodo che va dal 1953 al 1959 è l’antologico
-“The best of Chet Baker sings”, Pacific Jazz, che raccoglie le migliori versioni anche di brani usciti sotto forma di singoli o per altre case discografiche.
Sempre del periodo Pacific Jazz Records, vi segnalo anche questi albums che evitano parecchie sovrapposizioni:
-Grey December, 1953
-Chet Baker Big band, 1954
-Chet Baker Sextet, 1955
-Chet Baker & Crew, 1956
-Playboys, 1956
Tra i migliori live invece vi segnalo:
-The incredibile Chet Baker plays and sings, Ans 1977
-At Capolinea, Red Distribution, 1983
-Chet Baker in Tokio, Evidence 1987

Al di Meola


Dal periodo “fusion” del jazz anni settanta vennero partoriti molti valenti chitarristi: tra questi sicuramente Al di Meola occupa un posto particolare per aver spinto la sua "fusion" in territori nuovi; innamorato della musica latina inizialmente e poi di quella argentina con Piazzolla suo riferimento dichiarato, Di Meola ha saputo unire il suo talento chitarristico con una scrittura altrettanto valida, composta da spazi di dolcezza e fasi capricciose (i suoi cosidetti tour de force) riuscendo a confinare al minimo la banalità che poteva derivare dall’accostamento con le culture di quei paesi, solo ad episodi marginali della sua discografia. Dotato di un fraseggio velocissimo sia alla chitarra acustica che elettrica (cosa che lo rende unico nel panorama jazzistico e non solo), dopo aver lavorato nei Return to Forever di Chick Corea intraprende il suo percorso stilistico con l’album d’esordio “Land of the midnight sun” che lo presenta pirotecnico allo strumento con accenti progressivi; ma sarà già dal successivo “Elegant gipsy”che l’artista intraprende e costruisce in maniera definitiva la sua strada musicale: una fusion di classe, intelligente, tutta da scoprire, con le caratteristiche prima menzionate. Quando il periodo d’oro del genere sta tramontando si accosta alla new age e alla wordl music (con l’album “Cielo e Terra”), invero dando spesso l’impressione di avvicinarsi ai suoni dei suoi più famosi concorrenti, in particolare Metheny, ma comunque nel rispetto delle sue prerogative musicali, conscio di trovarsi in una particolare posizione di forza alla chitarra e di aver ormai un ampio repertorio da offrire. Poi, quando anche questo "cammino" viene accantonato, Di Meola trova nel tango e nella musica di Piazzola un nuovo “status” musicale, non solo riproponendo il musicista argentino ma anche traendo spunto da questi per sue personali composizioni che raggiungono un’apice con il disco “The grande passion:wordl sinfonia III”, uno dei suoi capolavori che proietta a caratteri cubitali il suo talento strumentale e compositivo.
Vorrei anche accenare al fatto che Di Meola ha vinto numerosi premi importanti nell’ambito di quelli dedicati alla chitarra e numerose sono le sue collaborazioni musicali anche nel campo del rock (tra queste ricordo quelle in trio con John McLaughlin e Paco De Lucia nei due dischi fatti a loro nome, e il contributo portato nello splendido disco di Paul Simon “Hearts and bones” specie in “Allergies”).

Discografia consigliata:

-Land of the midnight sun, Columbia, 1976
-Elegant gypsy, Columbia 1977
-Casino, Columbia 1978
-Splendido Hotel, Columbia 1980
-Friday night in San Francisco, 1981/Passion, grace and fire, 1983 (con J.McLaughlin e P.De Lucia) Philips R.
-Cielo e Terra, Manhattan 1985
-Kiss my axe, Tomato 1991
-Wordl Sinfonia III: The grande passion, Telarc 2000
-Flesh on flesh, Telarc 2002

lunedì 9 agosto 2010

Alejandro Escovedo: Street Songs of love



Alejandro Escovedo rappresenta uno delle punte di diamante del cosiddetto alternative country “dolente”: le sue sfortunate vicissitudini personali hanno da sempre costituito l’ossatura delle sue canzoni suscitando l’ammirazione non solo dei suoi colleghi ma anche della critica musicale in generale. Escovedo, facendo spesso uso di una strumentazione austera (soprattutto violini) ha dimostrato che anche nel country si potevano introdurre elementi “gotici” ed oscuri che non rovinassero la fluidità e la gradevolezza della musica di “campagna”: in tal senso è orientato il suo primo sforzo da solista “Gravity” che arriva dopo anni di militanza nel punk (nel complesso dei Nuns) e nel movimento cow-punk (un’incrocio tra country e punk) con i Rank and File. Il suono di Escovedo è un collage che non è solo country, ma anche riff alla Rolling Stones e cantautorato americano anni settanta: nella sua musica si avvertono nettamente passaggi musicali alla Springsteen o alla Petty maniera, in una discografia che si divide tra episodi più “vissuti” nei testi e più vicini ad una drammacità country (in questo caso i riferimenti sono anche a Neil Young) ed episodi in cui invece emerge maggiormente il suo passato da rocker più duro e concreto che comunque artisticamente è sempre ben confezionato.
“Street songs of love” fa parte di questa seconda categoria e costituisce un’evoluzione del precedente “Real Animal” che si poneva sulla stessa linea. Emerge una collaborazione con una delle sue fonti di ispirazione, Ian Hunter nel brano “Down in the bowery”.

Discografia consigliata:

-Gravity (Watermelon 1992)
-With these hands (Rykodisc 1996)
-The boxing mirror (Back Porch 2006)

sabato 7 agosto 2010

Los Lobos: Tin can trust


C’è stato un movimento negli anni ottanta partito e coltivato negli USA, chiamato dei “nuovi tradizionalisti” del rock, che costituiva un aggiornamento musicale dei generi prettamente di origine americana (rock’n’roll, blues, soul, country, ecc.) che si distingueva per la originalità della proposta poiché le band che ne facevano parte inserivano elementi personali che non erano imitazione dei maggiori gruppi che avevano fatto la “storia” a partire dalla fine degli anni sessanta (mi riferisco alle grandi band Usa di quel periodo: Greateful Dead, The Band, Allman Brothers, Little Feat, che comunque avevano miscelato parecchio tra loro i generi): in questi gruppi era più forte e fedele il riferimento alle radici della musica statunitense, da Chuck Berry a Howlin Wolf, fino ai Creedence Clearwater Revival. Tra le tante bands, sicuramente i più riconoscibili e innovativi furono i Los Lobos, band di origini messicane operante tra il Texas e Los Angeles, che riuscirono sin dall’inizio della carriera ad affermare un proprio sound fatto non solo di riproposizione pedissequa dei generi sopraccitati, ma anche arricchito di umori della loro terra, forti di un’ottima preparazione musicale a livello personale dei componenti della band: i due leader sono il chitarrista d’impatto Cesar Rosas (che avvierà anche una breve personale carriera solistica), coadiuvato allo strumento da David Hidalgo (riconoscibile per il fondamentale lavoro alla fisarmonica e per la sua voce con inflessioni latine); l’ensemble è poi completato da Conrad Lozano, che completa la strumentazione tipica a corde (mandolino, banjo) suonando il guitarron, Louie Perez alla batteria e Steve Berlin, sassofonista puntualmente inserito nel contesto variegato della band.
Il primo lavoro del gruppo “How the will the wolf survive” del 1984 introduce un gruppo che miscela la tradizione latina e messicana di confine con il loro sound fatto di riferimenti al rock’n’roll di Chuck Berry e al rockabilly di Richie Valens (scolpiscono la versione definitiva del classico della “Bamba”), al blues canonico dei maggiori rappresentati di Chicago. La coesione, la compattezza e la visuale “allargata” dei “Lupi” si impone immediatamente all’attenzione dell’ascoltatore per i suoi caratteri vitali pienamente in sintonia con i tempi in cui sta crescendo il fenomeno dell’immigrazione geografica. Il gruppo rimane nei meandri di questa sapiente miscela anche con le prove discografiche di “By the light of the moon”, “La Pistola y el corazon” (un disco di traditionals messicani) per poi prendere lentamente una svolta meno mexican-oriented e più rock/blues, conservando comunque quella freschezza compositiva che costituirà l’ossatura degli albums “The neighborhood” e “Kiko” (nel quale il gruppo raggiunge la massima estensione nella rivisitazione dei generi musicali). Poi a partire da “Colossal Head” la band si converte alle sonorità lo-fi, comprimendo la forza strumentale che era sicuramente una delle migliori caratteristiche del gruppo, mantenendo sempre lo stesso approccio compositivo: ne risulta un sound meno interessante o quanto meno appariscente seppur sempre di valore ma forse di livello inferiore al loro periodo d’oro (che va dall’esordio fino a “Kiko”).
“Tin can trust” non si sottrae a questa regola: la sensazione che i Los Lobos ormai siano in grado di campare di rendita, in lavori che hanno stranamente una certa omogeneità stilistica (proprio l’opposto di quello che si vorrebbe raggiungere), con tre/quattro brani di maggior spessore e il resto inferiore o di routine. Tuttavia, un nuovo album dei Los Lobos si lascia sempre ascoltare con piacere e al di là di tutte le possibili critiche, la loro originalità artistica (trovatemi una band che miscela istanze così diverse geograficamente: ispanico, mexican, peruviano, tex-mex, salsa, cumbia, cajun, ecc.) è una specie di marchio di fabbrica che funziona anche nei momenti musicalmente peggiori.

Discografica consigliata:
-How will the wolf survive?, Slash 1984
-By the light of the moon, Slash 1987
-The neighborhood, Slash 1990
-Kiko, Slash 1992
-Good morning Atzlan, Mammoth 2002