Translate

lunedì 31 maggio 2010

La scena jazz portoghese


Nonostante il perdurare di notizie poco rassicuranti sullo stato di salute dello stato portoghese, la musica jazz portoghese e non solo, continua a stupire per il fervore musicale dei suoi principali centri e per la maturità raggiunta dai suoi musicisti.
La Clean Feed Records, etichetta di Lisbona attiva dal 2001, ha fatto conoscere, anche al pubblico meno avveduto, una vera e propria pletora di artisti che si sono inseriti nel jazz odierno ognuno con le sue specificità dando un compendio completo del jazz di un secolo: partendo dalle ben note origini latine, hanno percorso territori vicino al loro sentiment, abbracciando i generi storici del jazz (dal be-bop alla fusion, dal free alle avanguardie) e producendo nel contempo un loro status musicale. Certo, non sempre si tratta di prodotti particolarmente innovativi e di una certà serietà compositiva, tuttavia nel complesso il risultato è positivo e spinge a considerare con attenzione questa scena.
Le prime avvisaglie di un nuovo flusso emergente si hanno nei novanta con musicisti al “confine” come Mario Laginha al piano trio o in duo con la splendida vocalist Maria Joao, che uniscono alle sonorità tipicamente latine (calypso, cantabilità brasiliana ) il loro jazz fatto anche di accenti etnici. Maria Joao collabora anche agli Azul del contrabbassista Carlos Bica; Bica propone un’interessante miscela che fonde il suo jazz “fusion” (con forti richiami alle tematiche di Bill Frisell) con il rock e le sue derivazioni moderne.
Lo scenario si arrichisce ulteriormente nel 2001, con la fondazione del Lisbon Improvisation Players, un’istituzione che raccoglie i maggiori talenti jazzistici del posto, indirizzati alla riscoperta dell’improvvisazione libera: il sassofonista Rodrigo Amado (in assoluto il miglior musicista di tutto il movimento portoghese), Paolo Curado, Marco Franco, Pedro Goncalves, ecc. sono apprezzati nelle loro apparizioni solistiche o come session-man.
Importante è il contributo che arriva dai musicisti più addentrati nell’ambito delle avanguardie: il trombettista Sei Miguel, da sempre vicino alla sperimentazione di Cage, propone una forma personale di interazione tra il free e le culture classiche “moderne” (aleatorietà, concretismo, ecc.), mentre il Red Trio del pianista Rodrigo Pinheiro con Gabriel Ferrandini alla batteria e Hernani Faustino al contrabbasso, si fonda su un approccio aggressivo sugli strumenti in totale libertà individuale dei solisti.
Pian piano, la scena si arrichisce: tra i pianisti emerge Bernardo Sassetti (nelle tre varianti al piano solo, con il suo trio o nel gruppo di Holshauser), che fornisce una sua personale rilettura del jazz impressionistico rifacendosi a compositori classici del passato come Mompou; tra i chitarristi particolarmente apprezzato è il lavoro di Mario Delgado (il Frisell portoghese) , Afonso Pais e Pedro Madalero; la sezione ritmica (contrabbasso-batteria) di Carlos Barretto e Alexandre Frazao è il punto di riferimento di gran parte del movimento: in particolare Barretto si presenta anche un’ottimo compositore.


Discografia minima consigliata:

(potete approfondirla secondo i vostri gusti)

-Maria Joao & Mario Laginha, Cor, Polygram 1998
-Azul di Carlos Bica, Believer, Enja
-Lisbon Improvisation Players, Live at Lx Meskla, Clean Feed 2002
-Mario Delgado, Filactera, Clean Feed, 2002
-Rodrigo Amado, The space between (con Carlos Zingaro e Ken Filiano), Clean Feed 2003/Teatro, European Echoes, 2006/ The abstract truth, European Echoes, 2009
-Carlos Barretto, Solo Pictorico, Museek Flaaz, 2002
-Sei Miguel, Showtime, Townsend Records, 1996/The tone gardens, Creative Source, 2006
-Bernardo Sassetti Trio, Ascent, Trio 2, Clean Feed 2005/e con Will Holshouser Trio, Palace Ghosts and drunken hymns, Clean Feed 2009

sabato 29 maggio 2010

Terry Riley: Autodreamographical tales



Traducendo dal testo di presentazione del disco su Tzadik Records......"questo progetto, un diario di sogni in musica, è stato creato nel 1996 e ci presenta Terry che suona e racconta storie dal suo inconscio. Accoppiato con la sua leggendaria "Hook Lecture" da Sydney (Australia), "Autodreamographical tales" è unico nella discografia di Riley......
Terry Riley è uno dei compositori-musicisti più innovativi che sono nati nel secolo scorso: non solo perchè uno dei creatori di quella nuova corrente della musica classica chiamata minimalismo, ma soprattutto per aver avvicinato alla musica colta i fruitori della musica rock: le sue strutture musicali in specie all'organo elettronico e modificato sono state assimilate dai musicisti rock e pop (il caso più eclatante è quello degli Who di "Who's next" che hanno ricreato per i loro brani variazioni della emozionante combinazione di note ed elettronica, ma oggi l'epidemia continua e ci sono nuovi musicisti e gruppi che hanno le sue influenze) e anche dai consumatori del rock che hanno trovato nella formula di Riley un'esaltante novità per le loro orecchie.
Inutile dire quanto sia importante il primo periodo musicale di Terry Riley che va dal 1964 anno in cui viene pubblicato "In C", che sancisce la nascita ufficiale del minimalismo, fino ai primi anni ottanta*: in mezzo una serie di composizioni, tutte con lo stesso inconfondibile marchio, che raggruppano capolavori come "A rainbow in a curved air" (la sua massima espressione musicale ed una delle composizioni più straordinarie di tutti i tempi), "Poppy Nogood and the phantom band", "Persian Surgery Dervishes" (tentativo di espandere l'innovazione creata, fino a ricomprendere nell'evoluzione del brano compositori antichi ed immortali come Bach, con inserti di spiritualità orientale) e "Shri Camel" (un misto fra avventura e spiritualità), senza dimenticare il contributo al piano preparato di "The harp of the New Albion", che assieme al "Well Tuned Piano" di La Monte Young, entra come un pilastro di diritto nella storia della musica sperimentale al piano indicandone nuove direzioni musicali e surrettizie.
Da "Shri Camel" in poi l'artista americano ha confezionato una serie anche cospicua di nuovi lavori, ma hanno avuto sicuramente più credito quelli che hanno cominciato a spostare la sua formula minimalista sul versante degli archi, spogliando il contenuto dell'elettronica ed accentuando l'afflato classico della composizione: in tal senso sono gli apporti del Kronos Quartet con cui ha firmato altri notevolissimi albums.
"Autodreamographical tales" contiene due rappresentazioni piuttosto diverse tra loro con in comune il fatto che Riley si inventa anche come lettore delle sue divagazioni mentali e musicali: se però la suite omonima (1996) si rivela un episodio minore della sua carriera, "The hook lecture" (2006) invece lo presenta in una veste di leggero conferenziere e lascia parlare soprattutto il suo pianoforte (non preparato) che snocciola accordi minimalisti ma che si apre anche alle sue influenze jazzistiche: in particolare il piano rag di Scott Joplin (influenza che appariva anche nel suo disco di piano solo "The harp of New Albion" e soprattutto le aperture all'esplorazione armonica del piano di Bill Evans (di cui riprende "We will meet again", composizione del periodo più fecondo del pianista americano non dedito a riproposizioni standard).


*esistono libri ed articoli anche su web che discutono ampiamente di questi album fin nei minimi particolari.


Discografia consigliata:

da solista:
In C (1964): esistono svariate versioni del brano, quella che vi consiglio è quella eseguita dalla State University Center of Creative and Performing Arts, Sony Music
A Rainbow in Curved Air (1967) /Poppy Nogood and the Phantom Band (1968), Sony Music
Shri Camel, for solo electronic organ tuned in just intonation and modified by computerized digital delay , Columbia

da solista al piano:
The Harp of New Albion (1986), for piano tuned in just intonation, Celestial Harmony


con il Kronos Quartet:
Salome Dances for Peace, Nonesuch 1989
Requiem for Adam/The philosopher's hand, Nonesuch 2001
The Cusp of Magic, 2004, Nonesuch


Colonne sonore:
Les yeux fermés/Lifespan (soundtracks risalenti ai settanta), Elision Fields


Paul Dunmall e il jazz inglese


Tra gli ultimi lavori del sassofonista inglese Paul Dunmall che son riuscito ad ascoltare, data l'elevata media discografica che porta avanti negli ultimi sette-otto anni, vi propongo di ascoltare un album che sicuramente sta nelle perfomance discografiche migliori dell'artista britannico. Parlo di "Ancient and future airs" (Clean Feed 2009), in un neonato quartetto formato con Tony Malaby al sassofono, Mark Helias al basso e Kevin Norton alla batteria e vibrafono.

Paul Dunmall fa parte di quella generazione di improvvisatori europei che ha cercato di sviluppare uno dei percorsi finali di John Coltrane in merito alle possibilità di integrazione dell'improvvisazione libera con le tematiche di una grande band o addirittura di un'orchestra. Il jazz inglese ha avuto la sua vera iniziazione alla fine degli anni sessanta, quando gli insegnamenti di Miles Davis di "Bitches Brew" e quelli di Coltrane post "Ascension", costituirono un incipit iniziale che poteva essere accoppiato con le specificità britanniche: in quegli anni, i musicisti inglesi era preda di un forte evoluzione nel campo del blues che stava portando molti bluesman inglesi ad avviarsi verso sonorità parallele (si pensi a Alexis Korner, Long John Baldry, John Mayall), Dunmall fece proprio le sue prime apparazioni discografiche con il bluesman John Guitar Watson), ma non solo; la spinta ad una nuova concezione musicale veniva anche dai musicisti inglesi di rock, in particolare la scuola di Canterbury (Soft Machine, Gong, Ayers, ecc.) che inserivano nelle proprie strutture musicali (fatte di rock, bizzarria e dadaismo), temi avanguardisti tipici del free jazz americano.
Inoltre non si deve dimenticare che comunque l'Inghilterra aveva una predilizione naturale per la musica colta ed in particolare era già diventata famosa per la sua letteratura musicale di tipo concertistico; sarà proprio la dimensione orchestrale la nuova direzione che i nuovi musicisti inglesi prenderanno (si pensi ad esempio alla Spontaneous Music Ensemble o alla London Jazz Composers Orchestra, da cui nasceranno artisti di particolare peso creativo come Derek Bailey, Evan Parker, Paul Rutherford e tantissimi altri. Dunmall stesso parteciperà all'album "Theoria" di Barry Guy del 1991.
Dunmall comunque è salito agli onori della critica musicale grazie ad uno dei gruppi maggiori del pianista Keith Tippet, altro pionere del jazz-rock inglese, i "Mujician": si rivelava come un sassofonista poliedrico (suona in modo indistinto tutti i tipi di sax compreso il Northumbrian Pipes, cornamuse tipiche inglesi a cui ha dedicato anche degli album interi), è aperto alle sperimentazioni, e soprattutto si caratterizzava per il suo fraseggio ora morbido e riflessivo e poi nevrotico e velocissimo. Il suo tratto distintivo risiede proprio negli assoli allo strumento che rivestono un carattere di "freddo spiritualista free". Tuttavia la sua carriera solistica si snoda ufficialmente solo alla fine degli anni novanta: il suo progetto è quello di trasferire il pensiero coltraniano in un contesto musicale sempre più vasto. Il suo ottetto di qualità spettacolare, in cui partecipano oltre a tutta la squadra Mujician (Tippet, Tony Levin, Paul Rogers), anche una quaterna di fiatisti (un altro sax, una tromba e due tromboni) offre alla storia musicale jazz almeno due grandi lavori: "Be bop stardust" che rappresenta uno splendido tentativo di riattualizzare lo swing e il be-bop in chiave free, mostrandoci una libertà di gruppo, per nulla tediosa; e "The great divide", in cui vi sono i contributi anche di Elton Dean e Evan Parker e Paul Rutherford, che mostra una maturità impressionante nell'elaborazione di una formula musicale che mette dentro la storia del jazz, bagpipes inglesi, intermezzi orchestrali classici.
Il suo progetto troverà il suo massimo compimento nell'album "I wish you peace"(15 musicisti), registrato con la Moksha Big Band che, specialmente nella seconda e terza parte della suite, trova il suo vero equilibrio con un sound che si sposta lentamente in vari territori: dalla lunga improvvisazione "dialogata" con i suoi musicisti a passaggi più meditativi che prendono in considerazione anche i raga orientali (forse a motivo del tema del disco "rivolto" alla guerra in Iraq).
"Ancient and future airs", registrazione di un concerto live fatto al Living Theater di New York, ci riporta agli episodi migliori di Dunmall succitati, grazie all'ottimo affiatamento con i suoi valenti partners, in un album è qualcosa di più di una semplice collaborazione.
Discografia consigliata:
con i Mujician:
-The journey, Cuneiform 1992
-Colours Fulfilled, Cuneiform 1998
-Spacetime, Cuneiform 2002
solista:
-Soliloquy, Matchless 1986
-Be bop stardust, Cuneiform, 1999
-The great divide, Cuneiform 2001
-Bridging (live), Clean Feed 2003
-I wish you peace, Cuneiform 2004
L'artista sul suo sito web propone una sua discografia essenziale facendo riferimento anche alle tante collaborazioni avute: ritengo sia una buona selezione, alcuni album potevano fare a meno di esserci, altri importanti non ci sono.

mercoledì 26 maggio 2010

The New Pornographers. Tonight


"The New Pornographers" riunisce la cantautrice americana Neko Case, A.C. Newman, leader dei Zumpano e Dan Bejar dei Destroyers. Il loro quinto album "Tonight" va segnalato perchè, finalmente, convoglia il loro pop di alta fattura, verso territori meno "garage" e più melodici, con una scrittura finalmente adulta e convincente che si era già intravista in alcuni brani del transitorio "Challengers". Molta critica ritiene che i loro primi due album siano i migliori e che invece gli ultimi siano un triste ricordo del passato: uscendo fuori dal coro, personalmente ritengo che l'iniziale sobrietà pop/garage non metteva in risalto le qualità di questi musicisti che hanno carriere solistiche parallele nettamente più evidenti e più valide: in particolare Neko Case è una delle migliori cantanti e compositrici americane di stampo country-rock, valori dimostrati nei suoi pregevoli albums solistici. "Tonight" costituisce uno dei miglior esempi del concetto di gruppo stile "californiano anni settanta" (alla Fleetwood Mac per intederci), dove l'incontro tra le qualità personali delle parti riuscivano a creare delle composizioni pop/rock che avevano il privilegio che deve avere qualsiasi canzone di musica pop: la durata nel tempo. Certo, non si deve pensare di trovarsi sit et simpliciter davanti ad un disco come "Fleetwood Mac" o "Rumours dei Fleetwwod Mac dei settanta, ma le analogie sono tante, sia per l'uso delle voci, sia per gli stili diversi incrociati dai tre leader. E sebbene, non siamo di fronte alla statura di quei dischi, risentire qualcosa che rimanda a quei suoni, oggi, fa un immenso piacere.

lunedì 24 maggio 2010

Classica: La scuola francese. Discografia minima


Data la mole delle segnalazioni discografiche che avrei dovuto fare, ho optato per una breve discografia (30 album) che possa essere quanto più rappresentativa del post sulla classica francese. Consideratela come una discografia di partenza; se volete approfondirla, contattatemi lasciando un messaggio nei commenti: cercherò di darvi ulteriori informazioni.

Classicisti:
-Cd 17 e 18 dal box “200 years of music at Versailles: a journey to the heart of French Baroque”, Centre de Musique Baroque De Versai, 2008. Il cd 17 “The rise of French Symphony” è una buona introduzione all’arte sinfonica francese: oltre ad una breve introduzione su Goussec, contiene sinfonie di Simon Leduc e H.J. Rigel; il cd 18 “Alla corte di Versailles” risalta i lavori “strings” in quartetto o quintetto tra cui si apprezzano gli autori Devienne e Vachon.
Se non riuscite a possedere questi cd del box, allora potete prendere:
-Gossec, Symphonies, London Mozart Players
-Jadin/Vachon, String Quartets, Rasumovsky Quartet

-Mehul, Ouvertures, Sanderling

Romantici:
-Berlioz, Harold en Italie, Gardiner
Symphony fantastique, Bernstein
-Alkan, Concerto for solo piano op 39, Hamelin
-Bizet, L’arlesienne, Minkowski
-Saint-Saens, Symphony no. 3/Carnival of the animals, Pretre
The three violin concertos, Brabbins
-Fauré, Requiem, Op. 48; Pelléas et Mélisande, Suite, Op. 80; Pavane, Op. 50, Dutoit
Deux quintettes piano & cordes, op 89-115, Quatour Via Nova
-Franck: Complete masterworks for organ, Murrey

Impressionisti:
-Debussy, The Complete works for piano, Gieseking/
Prelude a l’apres-midi d’une faune /Images/Printemps, Boulez
La Mer / Nocturnes / Jeux / Rhapsodie pour clarinette et orchestre, Boulez
-Ravel, Boléro/La valse, etc. Dutoit
Piano Concertos, Gaspar la nuit, Cluytens

Surrealisti/Neoclassici:
Satie, The very best of Satie, Virgin Classics
Poulenc: Concert champetre, Sinfonietta, Suite francaise, etc., Rogé, Dutoit
Honegger: Pacific 231, Rugby, Fournet
Milhaud : La creation du monde, Bernstein

Moderni/Contemporanei :
-Messiaen, Quatour pour la fin de temps, Couraud
-Dutilleux, Symphonies 1-2, Yan Pascal Tortelier
-Boulez, Le marteau sains maitre, Boulez
-Varése, The complete works, Chailly
-Schaeffer, L’oeuvre musicale, Musidisc (con Pierre Henry)
-Grisey, Les espace acustiques, Asbury
-Murail, Complete piano music, Nonken
-Dalbavie, Piano concerto tratto da “Shadows of silence” Leif Ove Andsnes
-Bacri, Une Priére, Bichkov
-Mantovani, Le sette chiese, Malkki

domenica 23 maggio 2010

Classica: La scuola francese



 La storia musicale francese conosce il suo vero rinnovamento nel periodo del classicismo attorno alla metà del 1700: il pubblico francese dava un elevato valore all’opera espressa in tutte le sue varianti: operetta, grand-opera, opera buffa, opera comica,ecc., e richiedeva uno sforzo compositivo agli autori musicali così come in maniera concomitante stava succedendo in Italia dopo la creazione di Orfeo di Monteverdi. Tutto il periodo storico che va dal 1700 ai primi anni dell’ottocento è per la Francia intriso di avvenimenti importanti e sui quali non mi soffermo; certo è che le vicende di Luigi XVI e di Napoleone Bonaparte sul finir del secolo, costituirono uno spartiacque nel carattere dei francesi che acquisirono una coscienza umana e una maturità che diventerà una guida per tutto il mondo nei due secoli successivi, soprattutto nel campo delle arti. Accanto alla loro innata propensione nazionalistica (la Tour Eiffel si può considerare come un esempio storico della superiorità intellettuale dei francesi, oppure la chiesa eretta all’Hotel des Invalides, costruita con le “perfette” proporzioni auree), se ne univa un’altra tesa a scrutare gli orizzonti (artistici) che potevano delinearsi nel futuro.
Nel periodo classico l’alter ego di Mozart in Francia è Francois Joseph Goussec (1734-1829), compositore prolifico che fu anche precursore delle nuove generazioni di musicisti, tra i quali importantissimo è il contributo di Etienne Mehun (1763-1817), ricordato soprattutto per le sue sinfonie (forse troppo beethoviane e che comunque corrispondevano ad un gusto romantico di matrice tedesca), ma che ricorderei per l’opera che come dicevo prima era il genere imperante: le sue overtures ci presentano un compositore classicista/romantico che ha in sé già caratteri di diversità dai suoi conterranei: vi è un senso di “intelligente stravaganza”, di “libertà musicale” che costituisce “orgoglio culturale” tipicamente francese e che sarà la base dei lavori dei suoi immediati e più conosciuti successori storici in particolare di Hector Berlioz (1803-1869), che ne dà un forte esempio nelle sue sinfonie: al di là di tutte le innovazioni portate alla sinfonia (allungamento a dismisura della durata, tema musicale costruito a programma, ampliamento degli strumenti nell’orchestra) non era certo semplice unire sentimenti di grandezza, depressione e felicità improvvisa in una forma ancora “schematica”. Se questo è valido per la produzione sinfonica e concertistica, per quello che concerne la produzione pianistica e quella da camera, sicuramente è a Hyacinte Jadin (1776-1800) che si devono i primi cambiamenti in una nuova scuola che inglobava anche altri seminali musicisti come ad esempio Pierre Vachon (1731-1803): a Parigi nel Tuilieres Palace per tutto il settecento vennero tenuti i famosi “Concert spirituel”, ossia i primi concerti pubblici che erano caratterizzati dalla proposizione di musica religiosa ma anche dalla proposizione di brani “classici” particolarmente difficili da eseguire. I concerti furono chiusi nel 1790 ma, dato evidentemente il loro apprezzamento, aprirono la strada al perfezionismo musicale francese del secolo successivo.I primi romantici francesi come Charles Alkan (1813-1888) fondarono delle vere e proprie scuole di virtuosismo pianistico nelle quali severi ed importanti sono i metodi di insegnamento: ad esempio a Parigi si insegna il metodo Karlbrennar, che consiste nell’enfatizzare l’apporto delle dita sulla tastiera rispetto al movimento dell’avambraccio che viene tenuto fermo appoggiato su un asse costruito di fronte alla tastiera del piano. Lo stesso Chopin ne fu attratto nella sua permanenza a Parigi. Questo virtuosismo si rileva anche nello strumento dell’organo che grazie soprattutto a Cesar Franck (1822-1890) e Charles Marie Widor (1844-1937), conosce una popolarità in Francia senza uguali per oltre un secolo e da vita a tutta una serie di musicisti impegnati a scoprire le potenzialità dello strumento e a suonarli per anni nelle principali chiese francesi.
Ma colui che in pieno romanticismo seppe intelligentemente convogliare le risorse innovative presenti in Francia in una prima ed embrionale scuola nazionale fu Camille Saint-Saens (1835-1921), che nel 1871 fondò la Societè Nazionale de Musique alla quale partecipavano i migliori compositori di quell’epoca tra i quali Gabriel Faurè (1845-1924), Edouard Lalo (1823-1892), Jules Massenet (1842-1912), Ernst Chausson (1855-1899), Vincent D’Indy (1851-1931) e lo stesso Cesar Franck: la cosiddetta “Ars gallica”. Era il primo vero tentativo su scala nazionale di sovvertire l’interesse del pubblico francese verso l’opera e veicolarlo sulle nuove tendenze musicali.
La musica francese conobbe il suo massimo splendore artistico nel periodo dell’impressionismo grazie ad autori come Claude Debussy (1862-1918), Paul Dukas (1865-1935), Jacques Ibert (1890-1962), Maurice Ravel (1875-1937) che apportarono ciascuno profonde caratterizzazioni della nuova musica classica guidate tutte da un rinnovato senso della “libertà” compositiva che era stata già prerogativa in maniera meno accentuata di Berlioz, Saint-Saens e i suoi discepoli; i compositori incominciarono ad unire agli elementi “romantici” delle loro musiche nuovi aspetti di libertà neoclassica, che certamente contrastavano con le allora primordiali teorie dell’atonalità promulgate da Schoenberg in Austria. A Parigi questo distaccamento dalle teorie austro-tedesche ebbe una maggiore propulsione nei movimenti che ormai si susseguivano incessanti. E’ nei primi anni del novecento che il surrealismo prende forma grazie a scrittori come André Breton o Jean Cocteau o pittori spagnoli come Mirò o Dalì: l’equivalente nella musica è Erik Satie (1866-1925), che viene preso come riferimento da una nuova scuola di pensiero, il gruppo dei Sei, che comprendeva i compositori Darius Milhaud (1892-1974), Arthur Honegger (1892-1955), Francis Poulenc (1899-1963), Germaine Tailleferre (1892-1983), Georges Auric (1899-1983) e Louis Durey (1888-1979), con manifesto programmatico “Il gallo e l’Arlecchino” dello scrittore dandy Jean Cocteau. I compositori accentuavano lo spirito e i caratteri neoclassici della loro musica rinnegando sempre più i caratteri “wagneriani” che caratterizzavano le tematiche dei romantici, imponendo la loro incalzante originalità. Satie in particolare riveste un’importanza straordinaria per la musica contemporanea anche non classica, poiché nei suoi ultimi lavori si dedicò alla “musique d’ameublement”, cioè alla musica da arredamento utilizzata per riempire gli spazi e in tal senso è riconosciuto come il padre fondatore della musica “ambient”.
La generazione successiva di compositori francesi però già si caratterizza per un ritorno all’intellettualità: Olivier Messiean (1908-1992) nel 1936 fondò insieme con André Jolivet (1905-1974), Jean-Yves Daniel-Lesur (1908-2002) e Yves Baudrier (1906-1988) il gruppo La Jeune France: senza riverlarlo in maniera esplicita, la “giovane Francia” non accetta il gusto neoclassico parigino del gruppo dei Sei e rifiuta “Il gallo e l’Arlecchino” di Cocteau considerandolo frivolo: il loro programma è in favore di "una musica vivente, avente l'impeto della sincerità, della generosità e della coscienziosità artistica".
I nuovi compositori che si affacciano nel periodo della seconda guerra mondiale non possono fare a meno di scorgere le nuove modalità che la musica sta attraversando: essere “intellettualmente” avanzati significava proprio sposare tutte le teorie del modernismo musicale, e i francesi erano in prima linea in tal senso: nei primi anni cinquanta solo sparuti musicisti continuano le tradizioni francesi della scuola di Saint-Saens e Debussy: Henri Dutilleux (1916) e Jean Luis Florentz (1947-2004), che comunque propongono già caratterizzazioni dei tempi moderni.
I nuovi personaggi della musica contemporanea francese ad un certo punto emersero come frutto dei nuovi compromessi storici e diedero luogo ad ulteriori branchie musicali: Edgar Varese (1883-1965), incontrastato padre della musica elettroacustica famoso per i suoi progetti multimediali, Pierre Schaeffer (1910-1995), pioniere della musica concreta, ossia di quella musica che proviene dai suoni di oggetti o di animali o da rumori campionati su nastri magnetici, il compositore Pierre Boulez (1925), continuatore del movimento seriale, specie nei suoi primi anni di carriera: quest’ultimo approfondisce quelle teorie serializzando non solo le scale, ma anche gli altri elementi: durata, intensità, timbro.
Questi movimenti di alta natura intellettuale sono ancora oggi oggetto di dibattito: uno dei massimi esponenti del serialismo francese Barraquè, fu aspramente criticato per l’assenza di emotività scaturente dai suoi percorsi musicali.
Boulez fu anche il primo direttore dell’IRCAM (Institute de Recherche et Coordination Acoustique Musique) che si propone a Parigi di sviluppare l’esplorazione delle musiche contemporanee: questa importantissima istituzione con un fiorente centro di documentazione musicale a cui partecipano anche musicisti non francesi, è stato il luogo privilegiato per le ricerche acustiche dei cosiddetti spettralisti: Gerard Grisey (1946-1998), Tristan Murail (1947), Emmanuel Levinas (1905-1995) e Hugues Dufourt (1943), compositori che utilizzavano la tecnologia del computer e in particolare lo “spettro” per amplificare e stratificare i suoni. Tra i nuovi compositori del centro si distingue il lavoro di Marc-Andrè Dalbavie (1961), che tenta di coniugare le istanze più progressiste di Debussy con le innovazioni dello spettralismo.
Le nuove generazioni vedono una schiera di compositori ripropongono un mix di stili, e tra i quali i più interessanti sono Nicolas Bacri (1961), che ha già al suo attivo un cospicuo repertorio, e Bruno Mantovani (1974) anch'egli di formazione multistilistica interessato alle spazialità del suono.

Al prossimo post vi fornirò discografia.

sabato 22 maggio 2010

Rufus Wainwright: All days are nights: Songs for lulu.


Personaggio molto dibattuto, Rufus Wainwright è considerato da una buona parte dei musicisti più affermati e da parte della critica come il re dei cantautori odierni, ma i suoi dischi sulle riviste musicali hanno sempre valutazioni e giudizi diametralmente opposti: ogni sua uscita discografica conferma il talento di questo giovane canadese figlio d’arte, ma ciascuno vi trova sempre un difetto: gli arrangiamenti, le scelte di produzione, ecc. In realtà Wainwright si presenta sempre allo stesso modo: un splendido “ibrido” tra la malinconia “gioviale” di Tim Buckley, l’inflessione vocale dei grandi cantanti jazz americani (Sinatra e Cole in primis), la composizione pop di Elton John, l’intera “opera” classica e territori affini (un suo brano “Oh what a world” viene costruito con le famose note del “Bolero” di Ravel).
Tutta la sua produzione discografica si basa questa miscela, anzi negli ultimi anni Wainwright ha accentuato quelle soluzioni musicali “classiche” cominciando un percorso in tal senso con la sua prima “opera” “Prima Donna”.
“All days are nights: Songs for lulu” lo presenta stavolta in perfetta solitudine con il suo piano, evento che serve per apprezzare ancora meglio le originali caratteristiche vocali dell’artista e il suo microcosmo fatto di storie difficili, a volte drammatiche (la terribile scomparsa della madre, la cantante Kate McCarrigle) , che riflettono quel sentimento di “timore” per lo stile di vita odierno e futuro, ma che esprimono indirettamente anche una speranza. L’album costruito con dei magnifici arpeggi classici al pianoforte rivela almeno 4 grandi quadretti esistenziali: “Who are you New York”, un’interrogazione profonda sull’America, “Martha”, che è quella volontà, messa un po’ da parte, di unirsi in famiglia quando vi sono forti problematiche, “The dream”, “Les feux d’artifices t’appelent” (un’aria tratta da “Prima Donna”).
Lulu è la "donna di riferimento" del sonetto 43 di Shakespeare, in questo caso il riferimento allegorico è per la madre:
Quanto più chiudo gli occhi, sempre meglio vedono,
perchè per tutto il giorno guardano cose indegne di nota;
ma quando dormo, essi nei sogni vedono te,
e, oscuramente luminosi, sono luminosamente diretti nell’oscuro.
..................................
Tutti i giorni sono notti a vedersi, finchè non vedo te,
e le notti diventano giorni luminosi, quando i sogni si mostrano a me

Discografia consigliata:
Rufus Wainwright, 1998, DreamWorks
Poses, 2001, DreamWorks
Want one, 2003, Dreamworks
Release the stars, 2007, Geffen

giovedì 20 maggio 2010

Jon Lord: To notice such things


Jon Lord, tastierista del famoso gruppo di hard-blues dei Deep Purple, ha intrapreso, direi con un pò di ritardo, una carriera solistica dedicata totalmente alla musica classica. Senza rinvangare il passato che lo ha visto proprio con il suo gruppo storico suonare con la Royal Philarmonic Orchestra di Londra in uno dei dischi migliori dei Deep Purple, è doverso ricordare che di solito il passaggio alla classica per un musicista rock è traumatico: mi devo ricredere nel caso di Jon Lord, poichè ci troviamo di fronte ad un "compositore" che invece non è per niente deficitario sul piano delle tradizioni musicali della musica colta o perlomeno lo è diventato: non è il primo episodio discografico immerso nella musica colta questo di "To notice such things" (che è dedicato alla memoria del suo amico letterato John Mortimer); escludendo gli episodi "ibridi" della sua discografia, nel 2006 Lord aveva avuto modo di presentarsi alla comunità classica completamente depurato dei riferimenti pop e progressivi, prima con il suo "Durham Concerto", un lavoro commissionato per il 175° anniversario dell'università di Durham, e poi con "Boom of the tingling strings"/"Disguises" pubblicato nel 2008.
Dimenticatevi l'organista bachiano "profondo e oscuro" dei Deep Purple, qui i riferimenti sono ad un barocco più sereno e in linea, unito a gran parte dei caratteri del sinfonismo e della musica da concerto della scuola inglese romantica e impressionista (da Elgar a Ralph Vaughan Williams), a cui Lord aggiunge il suo tocco di pianista ed organista di estrazione pop/rock progressiva che si inserisce molto bene nella struttura musicale dei brani. La sua è un'esaltazione delle dinamiche, un lavoro di splendida registrazione che rileva sulle intensità e le durate dei suoni. Certo ha anche i germi di una modernità "mondana", ma questa viene fatta confluire nella struttura in maniera da non assorbire l'orecchio dell'ascoltatore che invece viene affascinato dagli aspetti "cinematici" che le composizioni toccano durante lo svolgimento del tema. (molte le colonne sonore commissionate all'artista). Quindi in definitiva ancora un bel lavoro, sebbene i precedenti ritengo gli siano superiori per varietà musicale.
Discografia consigliata:
-Concert for group and orchestra, (con i Deep Purple), live con la Royal London Philarmonic Orchestra, conduzione di Malcom Arnold, Harvest 1969
-Durham Concerto, Royal Liverpool Philarmonic Orchestra, Avie 2006
-Boom of the Tingling Strings & Disguises, Emi 2008

martedì 18 maggio 2010

Natalie Merchant. Leave your sleep


Può essere considerata la Emily Dickenson della musica rock: Natalie Merchant, americana di origini irlandesi e italiane, cantante del gruppo dei 10.000 Maniacs, gruppo all'epoca di spicco del movimento "new jingle jangle" (ossia una versione aggiornata del suono dei Byrds) negli anni ottanta assieme ai Rem, Db's, ecc., intraprese una bella carriera solistica nel 1995 con l'album "Tigerlily" in cui, sviluppando il suono della band, dava un'ottimo esempio di continuità della musica folk d'autore: con le dovute differenze, lo stile era molto vicino alle cantautrici Carole King e Joan Armatrading. In possesso di una voce impalpabile ma colorata da slanci gutturali magnifici, e con testi che pescavano a piene mani nelle vicissitudini delle donne, la Merchant divenne anche regina delle classifiche con alcuni brani di quel fortunato album ("Carnival", "Wonder"). Si ripresenta tre anni dopo con Ophelia (1998), più pacato, riflessivo che segna una regressione rispetto a "Tigerlily". Ancora tre anni e Natalie ritorna con la più valida prova discografica di Motherland (2001), che vira più sulla compostezza della produzione: l'artista integra il suo folk con elementi di blues e soul con testi che celano l'insoddisfazione per i comportamenti assunti nella sua nazione; da una parte in questo disco si ascolta la migliore versione del canto della Merchant (specie in episodi di altissimo livello come "Motherland" o "Put the lawn on you", dall'altra contiene episodi forse troppo riflessivi che alla fine ne riducono in parte la portata artistica come ad es."Golden Boy" o "Henry Darger".
Poi ancora un periodo lunghissimo di assenza fino a questo nuovo lavoro doppio, che sembra abbia richiesto mesi di preparazione anche per l'elevato numero di contributi musicali. "Leeve your sleep" è una raccolta "storica" di poesie trasposte in musica che utilizzano vari generi musicali per esprimersi: essendo storica si parte dal folk irlandese al country, dal suo consueto folk popolare al jazz e al blues, addirittura raggae, cajun e klezmer. Lo stato dell'arte qui è sicuramente positivo, ed oggettivamente curato nell'idea e nei contenuti: tuttavia l'opera si allontana dai clichè della Merchant dei suoi primi tre albums, ha un forte connotato "roots" e la musica, dovendosi adeguare ad un contesto "popolare" e non frutto della propria immagine creativa, nel complesso risulta un pò troppo subliminale, e non colpisce "emotivamente" in modo diretto come nel passato.

Terje Rypdal.



Una delle evoluzioni più intelligenti nello sviluppo della chitarra elettrica nel jazz l'ha data il norvegese Terje Rypdal. Era e resta un caposaldo del jazz nordico e sebbene le ultime pubblicazioni discografiche lo vedono intraprendere percorsi nuovi, magari anche fastidiosi per tutti i suoi ammiratori, ciò che lo contraddistingue è la pecularietà del suono e la sua originalità che il chitarrista ha prodotto nei suoi dischi e in quelli in cui ha collaborato. Un musicista con origini variegate che vanno dalla musica rock (Hendrix è quella più udibile), alla musica classica (il barocco di Bach e Haendel, l'impressionismo di Ravel e Debussy, alle incursioni "glaciali" dei compositori nordici contemporanei. Rypdal è uno di quei musicisti che si riconosce subito dal suono della sua chitarra e perciò è uno dei più importanti nella storia del jazz. Tuttavia ha sentito l'esigenza nel corso della sua carriera di condividere progetti diversi da quelli strettamente jazzistici che hanno caratterizzato la discografia negli anni settanta, anni in cui assieme ad altri grandi nomi, entrava di diritto a far parte della "new thing" promossa dalla ECM Records di Eicher, e certamente lo sbocco principale è stato quello di comporre nella musica colta: in tal senso gran parte degli anni novanta e del decennio scorso sono passati nel segno di una rinnovata sensibilità culturale che personalmente ritengo lo veda anche in questo campo come un punto di riferimento.
Dopo aver partecipato ad alcuni importanti album di George Russell e aver fatto parte della prima band di Garbarek improntata al free-jazz di tipo europeo, Rypdal comincia la carriera solista con due album che lo impongono all'attenzione della critica per la novità della proposta: "Terje Rypdal" (1971) e "What comes after" (1973) uniscono il primordiale jazz-rock di Miles Davis di Bitches Brew"con il rock progressivo e con parti composte secondo gli stilemi della musica classica. Ma è con "Whenever I seem to be far away (1974) " che si impone chiaramente il suo stile: una chitarra in trasformazione, mimetizzata, che si presenta nella composizione in sordina, e che poi diventa protagonista: Rypdal riesce a creare un'atmosfera misteriosa e onirica al tempo stesso e i suoi prolungati assoli sono una trasposizione perfetta dei suoi sentimenti: l'arte del "contorcimento" che era una prerogativa dello stile di Hendrix, qui viene miscelata con la sua visione "classica" tipicamente nordica che richiama spazi desolati e venti malinconici.
"Whenever I seem to be far away" e i successivi "Odissey" e "After the rain" rappresentano il trittico perfetto dell'artista che qualsiasi storia del jazz dovrà ricordare.
Rypdal non ha più sbagliato un colpo nella sua carriera, ha mantenuto il suo stile in maniera invidiabile e sempre ad altissimo livello anche nelle collaborazioni tra le quali vanno menzionate quelle con M. Vitous e J.De Johnette, quella con David Darling, quella del Nordic Quartet, quella recente nel gruppo di Stockhausen.
Nel 1970 ha cominciato a comporre nella modalità classica come detto prima (prime pubblicazioni discografiche solo nel 1990), utilizzando sia tecniche seriali che quelle tradizionali, e facendo emergere ancora una volta il ruolo innovativo della chitarra nel contesto orchestrale o concertistico: questo è stato il suo percorso musicale anche nel decennio passato.
L'ultimo suo lavoro recentemente pubblicato "Crime Scenes" è un album commissionato dal Festival Natjazz dove l'artista, in verità con una presenza solistica un pò ridotta, riassume il clima sospettoso e impietoso delle cosche siciliane, dando largo spazio a cavalcate al confine tra rock e free-jazz intrise di strumentazione a fiato, intervallate da brevi spazi più moderati ove vengono inseriti anche dialoghi (se ne sente uno anche in italiano).
Data l'importanza che attribuisco al musicista vi consiglio l'intera discografia che qui sotto vi riporto.
Gli album "fusion":
Terje Rypdal (ECM, 1971)
What Comes After (ECM, 1974)
Whenever I Seem to Be Far Away (ECM, 1974)
Odyssey (ECM, 1975)
After the Rain (ECM, 1976)
Waves (ECM, 1978)
Descendre (ECM, 1979)
Chaser (ECM, 1985)
Blue (ECM, 1987)
Skywards (ECM, 1997)
Vossabrygg (ECM, 2006)
Le principali collaborazioni:
George Russell, Electronic Sonata for Souls Loved By Nature (Soul Note, 1969)
Terje Rypdal/ Miroslav Vitous/Jack DeJohnette (ECM, 1979)/ To Be Continued (ECM, 1981)
Terje Rypdal/David Darling, Eos (ECM, 1984)
Ketil Bjornstad, Water Stories (ECM, 1993) Ketil Bjornstad, The Sea (ECM, 1995)Ketil Bjornstad, The Sea II (ECM, 1998)
John Surman/Karin Krog/Terje Rypdal/ Vigleik Storaas, Nordic Quartet (ECM, 1995)
Markus Stockhausen/Arild Andersen/Patrice Héral/Terje Rypdal, Karta (ECM, 2000)
Per la musica classica:
Undisonus (ECM, 1990)
QED (ECM, 1993)
Double Concerto (ECM, 2000)
Lux Aeterna (ECM. 2002)

domenica 16 maggio 2010

Robert Rich. Ylang


Robert Rich passerà alla storia per almeno due buoni motivi: il primo è che stato il primo musicista ad aver organizzato "sleep concerts", ossia concerti in cui il pubblico viene invitato ad addomentarsi sperimentando il flusso organico scaturente da poche linee musicali ben ripetute e costruite; il secondo è che il suo album "Somnium" del 2002 (proprio uno dei suoi betsellers del "sonno") deve considerarsi il disco più lungo della storia in assoluto con le sue sette ore di durata.
Rich non è mai stato interessato a far musica nel senso tradizionale del termine, ma piuttosto era interessato agli effetti che la stessa potesse provocare nell'uomo. Seguace delle teorie della "just intonation" di La Monte Young, della "deep listening" di Pauline Oliveros (vedi un mio post precedente sul minimalismo) e del concretismo, era convinto del potere terapeutico della musica considerandola come un tutt'uno biologico con l'uomo: c'era la possibilità attraverso essa di esplorare reconditi spazi della nostra psicologia, anche quelli più difficili ed oscuri. Il suo percorso musicale parte dalla musica ambientale ma si caratterizza subito per la sua particolarità: lunghi cammini di ipnosi alla ricerca di una specie di trance provocata dalla musica: "Sunyata", "Drones" (tra cui spicca "Seascape" e soprattutto "Trances" (con le due magnifiche suite "Cave Paintings" e "Hayagriva") consegnano alla musica contemporanea un originale artista ambient che partendo da una semplice base di droni costruisce delle suite che si caratterizzano per la dovizia di particolari che le compongono eliminando quel senso di "stasi" che spesso accompagna le creazioni dei musicisti di sfera ambient, aggiungendo una sensazione profonda di compenetrazione temporale dell'argomento trattato. "Numena" amplia la gamma delle soluzioni stilistiche con un primo embrionale avvicinamento alle tematiche della musica cosmica di Schultze e alla world di Hassell: notevolissimo è "The other side of twilight". "Geometry" lo impone come musicista ambient di rango con chiarissime influenze provenienti dalla corrente minimalista classica.
Rich è innamorato delle forme archittettoniche di Gaudì in quanto vicine al suo modo di concepire l'arte: se la musica ci trasporta in una dimensione variabile in quanto organismo vivente, anche le costruzioni che hanno queste caratteristiche fanno parte di questo universo in movimento: non ci sono solo calcoli matematici da prendere in considerazione ma anche qualcosa che va oltre la fisicità di una serie di "mattoni". Gli dedica quindi un disco in uno stile più semplice e meno sofisticato di "Geometry" ma sempre con un svolgimento del brano che nasconde dei particolari di originale bellezza.
I lavori successivi di Rich cercano di entrare più a fondo nelle tematiche post-world: sotto questo profilo oggi viene ricordato dalla stampa specializzata proprio per questi lavori tra i quali si sottolineano quello per la campagna ambientalistica di "Rainforest" il primo vero approccio alla new age e alla wordl music, che ricostruisce attraverso una delicato intreccio di elettronica ambientale e percussioni ritmiche, la storia delle foreste pluviali e il suo probabile declino per mano dell'uomo; sulla stessa lunghezza d'onda "Propagation", un album che esalta lo sviluppo delle forme "organiche" in tutte le forme possibili, e il più ricercato "Seven Veils" ispirato interamente alla cultura araba e ad alcuni dei suoi simboli principali: la partecipazione di David Torn e Forrest Fang unita ad un efficiente uso del drumming, ne fanno una delle prove migliori di Rich che tenta una ricostruzione della musica world, o meglio post-world di Hassell, fatta con gli elementi di cui si è sempre cibato.
Sempre in questi anni sono da ricordare le due splendide collaborazioni con Steve Roach, "Strata" (un piccolo esercizio di surrealismo ambientale con dedica a Salvador Dalì) e "Soma" (la bevanda a base di piante utilizzata per la comunicazione con le divinità) nonchè quella più oscura con B. Lustford per "Stalker".
L'ultimo decennio dell'artista lo ha visto impegnarsi in molte produzioni, ma è innegabile che con il crescere della discografia, affiorino lavori meno importanti: in particolare l'artista americano colpisce con il suo progetto "Somnium" (che per la sua lunghezza record è stato pubblicato come DVD Video), con il suo disco solista al piano "Open Windows" che riflette la predisposizione dell'artista verso i pianisti eterei della prima parte del novecento (Gurdjeff, Satie, Hovhaness) , e con alcuni lavori che sono una sintesi del suo passato musicale come i recenti "Electric Ladder" o "Music from Atlas Dei".
Le note di copertina di "Ylang", suo ultimo lavoro chiariscono che Ylang proviene da ylang ylang, un'albero in fiori che cresce nel sud Asia, con una misteriosa fragranza che incarna elementi di ombra e luce, eros e gnosi*, terra e cielo.....qui Rich ripropone il suo senso poliritmico che aveva tralasciato per più di un decennio per un disco che solo a tratti riesce ad avere un livello pari a quello dei suoi più blasonati album degli anni novanta.

*gnosi deriva dal greco e significa conoscenza, da intendersi come conoscenza pervenuta al sapiente per vie divine.

Discografia consigliata:
-Trances/Drones, Soundscapes Productions 1983 ristampato Extreme Records nel 1994
-Numena/Geometry, Multimud/Spalax, 1991 ristampato Fathom nel 1997
-Rainforest, Hearts of space,1989
-Strata, Hearts of space, 1990 (con S. Roach)
-Gaudì, Hearts of space, 1991
-Soma, Hearts of space, 1992 (con S. Roach)
-Propagation, Hearts of space 1994
-Seven Veils, Hearts of space 1998
-Somnium, Hypnos 2001 (forse non sarà il miglior disco di Rich dal punto di vista musicale in senso stretto, ma è sicuramente il suo disco più "scioccante"; non so se ce la farete ad ascoltare questo "colossal" del sonno di sette ore, dovreste sottoporvi anche Voi all'esperimento di Robert!!!!..., comunque ho notato che esiste una versione ridotta di circa un'ora sui siti musicali che vendono download di mp3 a pagamento)
-Open windows, Soundscapes Productions, 2004

venerdì 14 maggio 2010

Ketil Bjornstad: Remembrance





Ketil Bjornstad non è solo un musicista e compositore jazz di estrazione classica, ma anche un valente scrittore di temi contemporanei. L'attaccamento a questa forma di arte pervade anche il profilo musicale, tant'è che l'artista nel corso della sua carriera compone spesso su testi di poeti da lui ammirati (John Donne, Edvard Munch, Edith Sodergran, ecc.). La sua originalità prende piede forse proprio da questo connubio, perchè nei momenti migliori e più ispirati ha saputo trarre linfa vitale per trasferire in maniera eccezionale quei sentimenti profondi che erano dentro di lui. Ragazzo prodigio (a sedici anni suonava il concerto n. 3 di Bartok), Bjornstad si caratterizza più per gli effetti che riesce a produrre e meno che per il suo virtuosismo, che viene tenuto sacrificato per fare emergere timbri e dinamiche, alla ricerca di uno spazio musicale in cui sia possibile far confluire pause, silenzi e note musicali: un pianista da "preludi" e "fughe che ha cavalcato questi ultimi cinquant'anni di musica cercando di precostituirsi un proprio ambito (come pianista si può considerare una via di mezzo tra barocco, classicismo, impressionismo e le istanze "nordiche" moderne), sempre alla ricerca dell'emotività delle cose, con un particolare interesse alla contemplazione dell'acqua intesa in senso ampio (molti suoi albums verrano intitolati tenendo presente questo riferimento).


La sua carriera discografica si apre alla Philips nel 1973 con il suo primo album "Apning" che ci presenta un pianista con una sua personalità ma con riferimenti chiari al sound pianistico ritmico del pianista di eccellenza di quel momento, ossia il Keith Jarrett di "Facing you" o di "Fort Yawuh" tanto per intederci, e l'esperimento in gruppo a cui partecipa già il bassista Arild Andersen e il batterista Jon Christensen, viene ripetuto in "Berget det bla" l'anno dopo. Il Bjornstad di questi anni è spensierato, fornisce all'ascoltatore delle "good vibrations" ma tutto sommato non ha ancora quel "quid" che caratterizza un campione da un suonatore ottimo: pubblica il suo primo disco solista al piano nel 75 "Tredje Dag" che sarà bissato nel 1979 dal più compiuto "Svart Piano". "Finnes du noensteds ikveld" (1976) e il successivo "Selenia" presentano per la prima volta un sax e spostano l'attenzione dell'artista su un più marcato senso "nordico": in molti momenti sembra essere in un disco del Garbarek anni settanta, ma l'attività musicale del compositore svedese viene riconosciuta dal grande pubblico solo con la sua prima rockopera "Leve Patagonia" (1978), che cerca di presentare in modo originale una fusione tra rock, pop di matrice tradizionale (usando anche il canto lirico in lingua) e intermezzi classici; Bjornstad ripeterà spesso negli anni successivi quest'esperienza con "Aniara" (dove fa uso anche di toni newage), "Natten" (1985), "The Shadow" (1990). Si nota comunque una certa dispersione del musicista che forse in quel momento è alla ricerca di popolarità: lo dimostrano le incursioni "fusion" di "Tidevann (1980) e nella newage di "Engler I snefen" (1982), che calcano le mode ma si presentano in una veste di "cantabilità" un pò scontata. "Karen Mowait Suite" (1988) invece lo presenta ormai immerso nell'elettronica ambientale con tocchi new age. "Odissey" del 1991, ritorna ad un pianismo più puro con uno spirito molto vicino agli esordi, ma quando il piano non è protagonista, restano evidenti brani con minor spessore.


A questo punto l'artista entra nella ECM: l'incontro con il cellista David Darling e con il chitarrista Terje Rypdal gli fanno fare quel salto di qualità che ancora gli mancava: gli album "acquatici" ("Water stories" (93), The Sea I ('95), The river (96) e The Sea II ('98) lo riportano alla ribalta internazionale: quegli aspetti "nostalgici" o "vissuti" della sua discografia vengono enfatizzati con l'intelligente ausilio di grandi musicisti partners e danno alla musica una sua originalità e profondità che ristabilisce in grande l'equilibrio tra la preparazione classica del musicista e l'applicazione dei teoremi nordici nel jazz. "Water Stories" può essere considerato un vero e proprio documentario sulle evoluzioni del mare, in un rapporto evocativo perfetto tra musica ed subdole immagini; "The sea I" scava ancora più a fondo nell'immaginario rappresentando il lato più cangiante ed umorale del mare, in simbiosi con i cambiamenti umani; "The river", da solo con David Darling, viene pubblicato dopo che Bjornstad ha passato un'intero inverno ad ascoltare la musica rinascimentale di William Byrd e Orlando Gibbons, è necessariamente più austero ed introverso, ma possiede una tensione (grazie ad un mirabile interplay fra i due musicisti) tale da farlo passare per un testamento spirituale; "The sea II" riprende il discorso di "The river" con una presenza musicale più forte dettata dall'inserimento "pennellato" della batteria di Christensen e dei meravigliosi ed espressivi "contorcimenti" chitarristici di Rypdal.
Di questo periodo concomitante è anche la proposizione di componimenti "classici" che vengono misurati sui due volumi di "Preludes" (originariamente pubblicati nel 1984-1985) e sui due volumi delle "Rosenborg Tapes" dove Bjornstad accanto alle sue composizioni rilegge sotto forma di variazioni i preludi e fughe di Bach (1998-1999).

Ad inizio decennio ancora un disco un pò più debole con David Darling "Epigraphs" (2000), un tuffo nella moda del "nu jazz" e della modernità imperante in Scandinavia (l'artista suona assieme all'Ensemble 96 gruppo corale norvegese e ad altri artisti in cui spicca il trombettista Palle Mikkelborg) in "Old" (2001), e in "Before the night" (2002) , che si divide tra elettronica, spazi neoclassici, e aperture chitarristiche (Eivind Aarset) e poi tutta una serie di albums in cui Bjornstad sviluppa il suo pianismo "poetico" in chiaroscuro, con una particolare e già sperimentata affezione alla musica pop/rock con intense voci al canto (Anneli Drecker e Bendink Hofset, Christine Asbjornsen): vengono pubblicati "Grace" (2000), "The nest" (2003), "Seafarer's song" (2004), che potrebbe diventare un disco-manifesto dell'emigrazione contemporanea, e il delicato ritorno ECM Records "The light: songs of love and fear" (2008) strutturato come "songs cycle" in lingua nordica, cantante da Randi Stene.

Gli ultimi episodi discografici lo vedono intraprendere una forma più tradizionale di jazz: "Floating" nel 2006 (con P. Danielsson/M. Mazur) e "Devotions" (2007) sono albums in trio (con l'aggiunta in Devotions di flauto), che forse per la prima volta mettono a nudo una nuova personalità jazzistica protesa verso le radici delle soluzioni in trio alla Bill Evans, alla ricerca di una rinnovata purezza dei suoni. "Remembrance" prosegue in questa linea e accanto alla batteria di Christensen, ritorna in maniera preponderante il sax, questa volta suonato da uno dei nuovi talenti svedesi, Tore Brumborg.



Discografia consigliata:
-Early Years, (compilazione del suo primo periodo musicale), Universal 2002/-Svart Piano, Philips 1979 /-Preludes vol. 1, 1984/Preludes vol. 2, 1985 ristampati Hermitage 1993 /-Karen Mowat-Suite, Hot Club Record, 1988/-Water stories, ECM 1993/-The sea I, ECM 1995/-The river, ECM 1996/-Rosemborg Tapes, Vol. 1 (chiamato anche New Life o Nytt Liv), Philips 1998/-Rosemborg Tapes vol. 2, (chiamato anche The Bach Variations), 20 variations on the Prelude and Fugue in C-sharp minor by J. S. Bach, Philips 1999/-The Nest, Emarcy 2003/-Seaferar's song, Universal, 2004/Floating, Universal 2005-The light: Songs of love and fear, ECM 2008