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giovedì 29 aprile 2010

Il jazz nordico



Quando si parla di "jazz nordico" spesso si fa riferimento a musicisti che hanno data di nascita nei paesi scandinavi. In realtà, se è da questi musicisti che si deve partire per un escursus storico, è anche vero che l'aggettivo "nordico" va riferito ad un'area geografica più vasta di quella della Scandinavia (Norvegia, Svezia, Finlandia): bisogna considerare innanzitutto la Gran Bretagna con annessa l'Islanda e poi considerare anche tutte quelle regioni europee che si affacciano sul Mar Baltico: quindi Danimarca, Germania settentrionale, Lituania, Estonia, ecc. Si, perchè il "jazz nordico" non è solo un movimento che si è guadagnato nel tempo una valida alternativa al free jazz europeo (quello tedesco soprattutto), ma anche una corrente che ha originali caratteristiche musicali che inglobano al loro interno una spiccata modernità musicale, un nuovo modo di "sentire" e di "esprimere" le tematiche, frutto sicuramente di un insieme di elementi: l'estetica "free" del musicista, gli "umori" tipici di quelle postazioni geografiche (mi riferisco alle diversità ambientali di quelle zone dove la temperatura e la luce del sole, sono fattori fondamentali per le riflessioni degli uomini), le aperture fondamentali alla musica "colta" (classica), il folk dei loro paesi e quelli di paesi lontani. Costruire una "nuova strada" per la musica contemporanea: era questo uno degli scopi di Manfred Eicher, fondatore della casa discografica tedesca dell'Ecm records che agli inizi degli anni settanta, cominciò ad accogliere nelle sue fila musicisti con le caratteristiche di cui dicevo prima: Jan Garbarek, Terje Rypdal, Aril Andersen, Ketil Bjornstad, Jon Christensen(tutti norvegesi), Bobo Stenson, Anders Jormin (svedesi), Edward Vesala (finlandese), Tomasz Stanko e tutta la scuola dei suoi discepoli (polacchi), John Taylor con gli Azimuth, John Surman, l' Andy Sheppard più recente (inglesi) si distinguevano non solo per essere dei musicisti "eccezionalmente originali" e coraggiosi, che abbandonavano il loro linguaggio jazz "americanizzato" degli esordi per passare ad uno strettamente "europeo". In tal senso si deve aggiungere che col tempo furono molti blasonati jazzisti americani a trasferirsi nei suoni europei, vedi es. il "tardo" Charles Lloyd o per un lungo periodo Keith Jarrett. Anche nel canto si ebbero nuove "diversità" con artisti come Sidsel Endresen e Karin Krog che rientravano sempre nel giro dei musicisti norvegesi principali. E la situazione è ancora in evoluzione, basti pensare alla seconda ondata di musicisti ECM con inflessioni tipiche del movimento che si è avuta a partire dagli anni novanta con artisti di valenza assoluta come Trygve Seim, Frode Haltli, Jon Balke, Tord Gustavsen, Mathias Eick (norvegesi), Iro Haarla e Sinikka Langeland (di origini finlandesi).
Nel 1997 l'artista norvegese Bugge Wesseltoft con l'album "New Conception of Jazz" per l'etichetta discografica Jazzland, fonda un nuovo corso della musica jazz nordica: lo chiamano movimento "nu jazz" o "future jazz": che cosa era successo? Nell'ambito delle tante contaminazioni nelle quali stava passando la musica fu accolta l'intuizione di fondere l'improvvisazione jazz (soprattutto del tipo "nordico") con l'elettronica, il funk e la musica "ambient", mettendo a pieno servizio di questi generi musicali anche gli strumenti utilizzati; anzi persino i disc-jockeys cercarono di sfruttare questa formula (l'esempio migliore è quello di DJ Spooky).
Comunque, i pioneri di questa nuova evoluzione in campo jazzistico, oltre a Wesseltoft, furono soprattutto i trombettisti Nils Petter-Molvaer, che compone con tromba processata da computer, e dà concerti multimediali all'imbrunire, selezionati su aree paesaggistiche di particolare fascino e Arve Henriksen che porta avanti una doppia carriera, una in solo con caratteristiche più consone a questo nuovo corso e l'altra, più eterogenea dal punto di vista musicale, con il gruppo dei Supersilent, ove spesso si spinge in territori ancora più impervi che abbracciano le possibili utilizzazioni dell'elettronica con il "noise". L'esperienza dei Supersilent non è l'unica, in Inghilterra un gruppo di jazzisti al confine con il rock, gli Spring Heel Jack, formati da John Coxon e Ashley Wales, cercano di esplorare le connessioni con nuovi sottogeneri dance come il drum'n'bass, ma anche in America il pianista free jazz Matthew Shipp dà alle stampe il suo "Nu Bop".
Quindi un nuova riproposizione del jazz, figlia della tecnologia moderna, che paga tributo al Miles Davis elettrico e all'Hancock del periodo funk, a Jon Hassell per ciò che riguarda i legami con l'ambient e la musica post-world, ma anche a tutti gli "sperimentatori" moderni (al riguardo importante sottolineare l'apporto del musicista americano Ben Neill che inventa la "mutantrumpet", ossia una tromba con tre campane e sei valvole e con una scheda elettronica applicata allo strumento, che gli permette di interagire con il computer).
Importante è menzionare l'opera di alcune etichette discografiche che stanno assumendo un ruolo fondamentale nella scoperta di nuovi talenti in tal senso, mi riferisco, oltre alla citata ECM, alla tedesca Act Music (che al suo interno annovera artisti stilisticamente vicini allo stile nordico come gli EST del defunto pianista svedese Esbjorn Svensson, il contrabbassista compositore svedese Lars Daniellson e la sassofonista norvegese Froy Aagre) alle norvegesi Jazzland (per la quale militano artisti importanti come il chitarrista Eivind Aarset, con un catalogo "acustico" dove sicuramente l'artista al momento più rappresentativo è Hakon Kornstad) e Rune Grammophon (etichetta nata nel '98 con l'obiettivo di dare una voce ai tanti artisti locali che si muovono nel campo della sperimentazione elettronica e dell'improvvisazione jazz).


Nel prossimo post vi darò una discografia selezionata.

sabato 24 aprile 2010

Chicago jazz scene.




Prendendo spunto da parecchie novità discografiche degli ultimi mesi, provo a sintetizzare l'attuale scena musicale jazz di Chicago, città che non è stata fondamentale solo nello sviluppo del jazz e del blues, ma ha mostrato anche in altri generi la sua vitalità e pecularietà (pensate ai Tortoise, Stereolab, ecc., nel rock, oppure al movimento house).
Lo spunto proviene da questi cds che vi propongo:
-Fred Anderson, 21st Century Chase: 80th birthday bash, live at the Velve Lounge, 2009
-Fred Anderson, Staying in the game, Engine Studios, 2009
-Myra Melford' Be bread, The whole tree gone, Firehouse, 2010
-Ken Vandermark/Paal Nilssen-Love, Chicago Volume, Smalltown Superjazz, 2009
-Ken Vandermark/Paal Nilssen-Love, Milwaukee Volume, Smalltown Superjazz, 2010
-Mats Gustaffson, The Vilnius implosion, Nobusiness, 2009 (Lp a tiratura limitata)


La scena jazz "creativa" moderna di Chicago è il riflesso dei movimenti musicali del passato. Venne fondata negli anni sessanta quando i tempi erano maturi per improvvisare liberamente integrando quella libertà con una serie di elementi che provenivano anche dal blues e dal mondo della classica e da altri generi. Come dice Scaruffi nella sua enciclopedia del jazz ..i musicisti creativi di Chicago si sentivano liberi di suonare una musica che era praticamente qualsiasi cosa, che richiamava la musica da camera classica europea, nonchè la musica d'avanguardia elettronica, la musica popolare sciamanica dell'Africa, la musica spirituale orientale, per non parlare di blues , rhythm'n'blues, fanfare di strada e big band jazz. gli iniziatori furono Roscoe Mitchel, Henry Threadgill, Muhal Richard Abrams, Leroy Jenkins, Leo Smith (diventato Wadada dopo la conversione), Anthony Braxton e tutti i partecipanti dell'Art Ensemble of Chicago: in specie Joseph Jarman, Lester Bowie, Don Moye. Coofondatore di questo ensemble fu anche Fred Anderson, che però prese subito una sua strada.

Fred Anderson si può ritenere come la "vera" anima jazz del jazz chicogoano: un musicista che non digerisce la sala di registrazione, ama le sue origini culturali e vi fonda un locale dove lui e i musicisti possono esibirsi (il famoso "Velvet Lounge") e la sua produzione di oltre 50 anni (Anderson ha festeggiato l'80° anno di età da poco) è condensata nei suoi concerti che solo negli ultimi dieci anni hanno visto la luce su cd, grazie anche all'opera più interessata delle etichette discografiche jazz del posto, la Denmark e la Okka Disc. Anderson è uno splendido sassofonista tenore che si può considerare una via di mezzo tra l'eleganza di Sonny Rollins e la spiritualità, la trance esplorativa di John Coltrane; nei suoi migliori concerti l'artista cerca di creare una specie di ipnosi strumentale aiutato in questo dai suoi musicisti fidati (soprattutto Hamid Drake alla batteria l'ha notevolmente sostenuto).
La prima registrazione dell'artista come solista risale al 1978 "Another place" su Moers Music (lp mai ristampato su cd) dove l'artista si fa accompagnare da Hamid Drake, Bill Brimfield al basso e da George Lewis alla tromba, firmando i suoi primi brani vincenti. L'anno successivo ancora altre bellissime registrazioni live "Dark Day", "Missing Link", "The Milwaukee Tapes" tra il '79 e l'80. Poi un'eclissi discografica che dura al 1995 anno di pubblicazione di "Birdhouse" che lo riprende in una sua registrazione con H.Drake e B.Brimfield e J.Baker al piano: Anderson firma il suo capolavoro su disco. L'album è di altissimo livello e mostra, oltre alle capacità tecniche di Anderson, un lavoro di coordinamento con gli altri musicisti notevole con attacchi e pause perfettamente calibrate. L'anno successivo forma un trio piuttosto avanguardistico con il bassista Tatsu Aoki e il percussionista Phillard e poi finalmente su cd tutta una serie di registrazioni ancora in evoluzione temporale: la Delmark produce tre concerti al Velvet, la Okka riprende vecchie registrazioni o collaborazioni con altri musicisti di spicco della scena di Chicago. Infine nel 2009 una sessione di studio per la Engine Records con il bassista Harrison Bankhead e il drummer Tim Daisy e sempre per la Delmark uno spettacolore concerto pubblicato per festeggiare il suo ottantesimo compleanno. Queste due ultime pubblicazioni confermano il talento straordinario di Anderson, che continua nel suo stile inperterrito, fatto di cavalcate free jazz, tanto swing, ritmica e percussioni che costituiscono un sostegno indispensabile per creare le sue atmosfere "ipnotiche". In particolare "21th century chase" è un'altro high point discografico.
La nuova scena di Chicago nasce invece negli anni settanta e i suoi musicisti di maggior valenza sono senza dubbio il sassofonista Ken Vandermark e la pianista Myra Melford.
Myra Melford (anno di nascita 1957) studia le tecniche di Henry Threadgill, ma possiede una slancio e una spigliatezza musicale che ne fanno prendere la distanza. Comincia a farsi notare con più preponderanza agli inizi dei novanta con gli album in trio "Now and Now" (Lindsey Horner al bs. e Reggie Nicholson alla bt.), "Jump" e "Alive in the house of saints": pianista creativa, dalle svariate influenze non solo jazz....come scritto nella biografia del suo sito internet: ....alla tastiera, Melford riformula il blues e boogie-woogie della sua città natale Chicago, in elementi di musica di Europa dell'Est e India, e li fonde con l'approccio percussivo avant-garde che ha coltivato negli studi con Don Pullen e Henry Threadgill. Questo vocabolario musicale personale è ulteriormente arricchito da un lirismo lussureggiante ed è organizzato da un senso della composizione architettonica che deriva dalla formazione classica..............
La sua verve verrà portata avanti intatta con varie formazioni: prima con un quintetto "Myra Melford The same river twice" per due album con eccellenti musicisti come Erik Friedlander, Dave Douglas e Chris Speed e Michael Sarin, poi in trio con i "Crush", poi di nuovo in quintetto con gli "Extendend Ensemble", "The tent" e "Be bread", tra i quali spicca il trombettista Cuong Vu.
Ken Vandermark, sassofonista tenore e clarinettista, classe 1964, pur essendo stato importato da Boston è a Chicago che comincia la sua affermazione. Tre sono gli ensemble più importanti che gli danno credibilità: Vandermark Quartet che diventa poi Vandermark 5 anche con nuovi musicisti, Sound in Action Trio, Territory Band, gruppi nei quali suona con ottimi musicisti coadiuvatori della scena locale (Fred Lomberg-Holm, Michael Zerang, Kent Kessler, ecc.). Dotato tecnicamente, si caratterizza per le sue disquisizioni feroci e brucianti allo strumento.
Chicago ha attirato anche molti musicisti europei importanti soprattutto negli ultimi dieci anni e numerose sono le collaborazioni di artisti del vecchio continente con gli artisti locali, tra le quali quelle più importanti sono quelle apportate dai nordici Mats Gustaffson e Paal Nilssen-Love, e da Peter Brotzman: si assiste alla creazione praticamente di una corrente che attraversa i due continenti e che spinge verso nuovi orizzonti musicali di creatività.
Mats Gustaffson, svedese, 1964, discografia solista e da session-man vastissima, è un avanguardista "free" purissimo al sax baritono ed è uno dei musicisti più incredibili allo strumento che il jazz abbia mai avuto. "Catapult", suo disco del '95 in piena solitudine, riesce a dare al baritono una "voce" straordinaria, lontana da sterili e risaputi sperimentalismi. "Vilnius Implosion" è il seguito ben confermato di quel disco.
Paal Nilssen-Love, norvegese, batterista, anch'egli con una buona carriera alle spalle, trova nelle due sessions con Ken Vandermark la sua dimensione migliore ed anche quella più tradizionale, per due album "Chicago e Milwaukee Volume" che si collocano probabilmente tra le collaborazioni migliori dei due artisti.
Peter Brotzman, tedesco, 1941, storico musicista europeo del free, va ricordato perchè a Chicago forma il Peter Brotzman Chicago Octet/Tentet che incide tutta una serie di dischi per la locale Okkadisk.
Inoltre, essenziale è l'esperienza della Exploding Star Orchestra, retta da Rob Mazurek, trombettista di Chicago che vive in Brasile e dal batterista Chad Taylor, la cui dimensione orchestrale fa sicuramente più scalpore delle lore prove solistiche in duo e trio, richiamando l'attenzione di un gigante del free come Bill Dixon. Oltre ai soliti veterani locali, si intravedono già forti personalità nell'ambito dell'ensemble in particolare il flicornista Corey Wilkes e il vibrafonista Jason Adasiewicz che hanno già intrapreso un'ottima carriera in proprio.



mercoledì 21 aprile 2010

Valentin Silvestrov


Nel post dedicato ai dischi del decennio passato, devo ammettere che per Valentin Silvestrov, ho dovuto per certi versi fare una forzatura nell'inserimento di alcuni dischi che, sebbene stampati nel decennio, facevano riferimento a composizioni che vanno dal 1960 al 1999, ma che proprio non volevo scartare; con questo breve post di retrospettiva dell'artista, cercherò di rimediare ed essere più preciso.


Valentiv Silvestrov, di Kiev, è un compositore che nasce nell'avanguardia classica sovietica, in contrapposizione alle scuole tradizionali russe. Ha caratteristiche musicali molto personali (molto vicine a Schnittke ed altri autori russi) e le sue prime composizioni pescano abbondamente nell'atonalità; ad un certo punto, decide, nei primi anni settanta di voltar pagina e comincia a comporre lasciando sempre meno spazio alle sue origini, dando vita ad una sorta di moderno romantico (Silvestrov viene inglobato da molta critica nel movimento della new semplicity o new romantic in cui venivano compresi anche Rihm e Gorecki). In realtà Silvestrov non perde assolutamente la sua modernità di autore, anzi la integra con le prerogative del movimento romantico, ma se vogliamo essere un pò più precisi dobbiamo parlare anche di tardo romantico, poichè evidenti sono le frammentazioni sonore che si rifanno a Mahler e ai sinfonisti del primo novecento; nella produzione pianistica invece Silvestrov è un ibrido tra modernità e Chopin.
Di Silvestrov è doveroso sottolineare la trilogia sinfonica (la 4°-5°-6°) che lo proietta, di dovere, nell'ambito dei grandi compositori contemporanei. E' qui che si forma lo stile personale del pianista ucraino, che costruisce delle "piece" eteree, con una scrittura particolarissima, una sorta di coda o epilogo allargata nel tempo, con delle irresistibili parti interne strutturate sotto forma di adagio che si rifanno molto chiaramente alle sinfonie mahleriane: come dice l'autore in senso metaforico......la nostra avanzata consapevolezza artistica ci porta a ritenere che pochi testi (musicali) possano avere un "inizio", metaforicamente parlando...questo non significa la fine della musica come arte, ma la coda finale di essa in cui può indugiare a lungo. E' proprio nell'area della coda che una vita immensa è possibile.....(fonte wikipedia). La Sinfonia n. 4 è stata composta nel 1976, la 5° nel 1982, la 6° è del 1994-95; a queste è necessario aggiungere anche "Metamusik", sinfonia per pianoforte ed orchestra del 1992 che ha caratteristiche simili. Con queste sinfonie, Silvestrov occuperà un posto fisso nell'ambito dei sinfonisti moderni, sebbene già da tempo scarso è il peso che i nuovi compositori danno alla "sinfonia" intesa in senso lato come struttura musicale ben definita. Silvestrov è uno dei pochi compositori che ancora dà una valenza alla sinfonia (in Italia per es. un'altro è Sergio Rendine).
Per quanto riguarda la produzione pianistica, sono da sottolineare le bellissime e personali proposte derivanti dalle tre "piano sonata" (composte rispettivamente nel '72-'75-'79), le numerosi composizioni "romantiche" (valtzer, bagatelles, serenate, ecc.) sopratutto nell'ultimo percorso stilistico dell'autore. Non meno importante è l'episodio "Silent songs" del 1975, un ciclo di cycle songs (cantante da un baritono lirico), di una bellezza e profondità spaventosa: un baritono che comprime il suo potenziale vocale per tutta la durata dell'esibizione cantando in maniera confidenziale, angelica con sembianze quasi "liturgiche". Non sono un grande amante di questo tipo di canto, ma qui ci troviamo di fronte a qualcosa di veramente speciale e anche in termini emotivi c'è solo da togliersi tanto di cappello (disco cycle-songs del decennio: nella versione ECM, il canto è affidato ad uno straordinario Sergey Yakovenko). Meno interessante è invece la produzione per quartetti di archi nei suoi due episodi. L'ultimo Silvestrov è impegnato nella musica sacra ("Sacred Works" vedi post del 14 aprile), con risultati sicuramente notevoli e superiori ad argomenti affini già trattati nel passato (penso ad es. alla "Requiem for Larissa" composta in memoria della moglie scomparsa). Infine un plauso alla ECM Records che ha creduto in questo compositore riaggiornando e ristampando molto del "catalogo" dell'artista.


DISCOGRAFIA CONSIGLIATA: (anno di pubblicazione)


Per la parte sinfonica:

-Silvestrov: Symphonies 4 &5, Jukka-Pekka Saraste, Lahti Symphony Orchestra, BIS 2007
-Symphony No. 6. Andrey Boreyko/SWR Radio-Sinfonieorchester Stuttgart (ECM New Series, 2007)
-Metamusik; Postludium. Alexei Lubimov, piano; Dennis Russell Davies/Radio-Symphonieorchester Wien (ECM New Series, 2003)


Per le composizioni pianistiche:

-Sonata Nos. 1-3; Sonata (cello, piano). Ivan Monighetti, cello; Alexei Lubimov, piano (Erato, 1994)
-Nostalghia; Two Pieces; Two Dialogues with an Epilogue; Three Postludes; Three Pieces; Two Pieces; Three Waltzes; Sonata No. 1; Der Bote. Jenny Lin, piano (hänssler CLASSIC, 2007)
-Bagatellen und serenaden, Alexei Lubimov, Munich Chamber Orchestra, Christoph Poppen, and Valentin Silvestrov, ECM 2007

Per il resto:

-Silent Songs; Four Songs. Sergey Yakovenko, baritone; Ilya Scheps, Valentin Silvestrov, pianos (ECM New Series, 2004)
-Sacred Works, Kiev Chamber Choir and Mykola Hobdytsch, ECM 2009




lunedì 19 aprile 2010

Veterani del New York Jazz: DAVE LIEBMAN



DAVID LIEBMAN/Evan Parker/Tony Bianco: Relevance (Red Toucan Records).


"Relevance" è una cavalcata free in quattro parti (un concerto tenuto due anni fa) che soddisfa l'esigenza di Dave Liebman di suonare e collaborare con grandi nomi del settore, in questo caso è il famoso padre del jazz avanguardista europeo Evan Parker a fargli da contraltare, in un disco dove un gran lavoro ritmico di appoggio viene effettuato dal batterista newyorchese Tony Bianco che aveva già collaborato con lui in passato. "Relevance" costituisce sicuramente (almeno negli ultimi dieci anni di carriera) un episodo a sè stante e soprattutto "serio" in rapporto a molta produzione poco interessante dell'artista.

Dave (o David) Liebman, sassofonista tenore e soprano americano, considerato da molta critica jazz il maggior soprano sassofonista vivente dopo la scomparsa di Steve Lacy qualche anno fa, ha una carriera magnifica alle spalle che si è già compiuta. Autore di una discografia serrata con produzioni che nell'ultimo decennio sono arrivate a sette/otto uscite discografiche in media all'anno, Liebman è anche conosciuto per i suoi libri specifici sul modo di migliorare l'armonia e la melodia nell'improvvisazione jazz e avere un approccio musicale personale. L'artista di Brooklyn, in effetti può essere considerato un degno continuatore di quella dinastia fondata da John Coltrane e poi portata avanti da Wayne Shorter e Joe Henderson, che stava dando un contributo fortissimo alla ricerca moderna del jazz: attraverso esperimenti sullo strumento, che potevano consistere in un'uso diverso delle notazioni musicali o delle scale, oppure sullo sviluppo di tecniche del fiato, si cercavano nuove modalità per l' improvvisazione jazz anche nelle sue forme libere e la ricerca si espandeva soprattutto su un più ricco ed espressivo utilizzo dell'armonia e della melodia. Il contributo specifico di Liebman sta proprio nell'aver saputo approfondire queste tematiche ed aver creato dei propri "patterns" musicali di riferimento, creando un personale dialogo con lo strumento.

Data la vastità del suo catalogo musicale, vi segnalo a grandi linee, ed in un'ottica in cui riveste importanza l'aspetto della composizione, le opere migliori, tenendo presente i vari passaggi storici in cui l'artista si è trovato.

Liebman ottiene visibilità grazie agli albums di Elvin Jones ("Genesis" soprattutto) e di Miles Davis periodo post-Bitches Brew ("On the corner" e "Get up with it"): siamo agli inizi degli anni settanta in piena epopea jazz-rock, con riferimenti chiari alle mode funk e fusion; la carriera solistica si inquadra quindi in quest'ambientazione e i suoi primi lavori (gli splendidi albums "Lookout farm" (dal nome del suo primo gruppo), "Drum Ode", "Sweet Hands") rivelano un sassofonista "emotivo" che fa delle sue escursioni solistiche allo strumento un elemento catalizzatore per albums che definerei ormai "storici" per la musica jazz. Allo stesso tempo però non si può nemmeno trascurare che il suo partners principale al pianoforte, Richie Beirach gli abbia dato una grossa mano nel suo percorso, anzi penso sia stata la spalla ideale per lui, poichè entrambi condividevano una preparazione "classica" che spesso si avverte negli assoli dei due musicisti. Beirach oltre a suonare nei dischi che vi ho elencato prima, forma con Liebman un vero e proprio duo che viene poi aumentato a quartetto o quintetto con l'aggiunta di altri musicisti formando diversi gruppi tra cui non si può dimenticare l'esperienza Quest. Vengono dati alle stampe albums di una maturità assoluta come "Forgotten Fantasies" e "Dedications" (lp che non sono stati ancora stampati su cd, un delitto direi) "Chant", ove le influenze classiche "moderne" si incrociano con memorabili improvvisazioni jazz; inoltre, notevoli sono anche i lavori con il gruppo Quest, dove chiaramente risultano più forti le relazioni jazz. Parallelamente la sua attività si divideva sapientemente anche in altri progetti, alcuni più tradizionali, che consistevano in quartetti o quintetti di be-bop avanzato con elementi free (vedi il quartetto di "Pendulum" o il quintetto di "If they only knew" con Scofield (ch.) e Terumasa Hino (tromba) e altri, realmente innovativi, come i dischi a progetto in completa solitudine: i concept (album a tema) "The Loneliness of a long distance runner", "The tree" e più tardi "Time Immemorial" e "Colors" in cui Liebman suona anche il tenore (preferito troppo presto al soprano) e strumenti affini, dà dimostrazione della sua "grandezza" artistica con dei "set" affascinanti e totalmente proiettati verso le suggestioni degli argomenti trattati.
A partire dagli anni novanta, la produzione diventa notevole e pedissequamente l'artista cerca di rielaborare il vecchio repertorio o gli standards andando però incontro a soluzioni meno interessanti: da segnalare solo il trio con Cecil McBee e Billy Hart con l'aggiunta di Pat Metheny in "Elements: Water" e le collaborazioni con un quartetto di musicisti "nordico" (specialmente in "Far North").
Nell'ultimo decennio tantissimi i lavori usciti, tra cui si segnalano i duetti con Marc Copland (sebbene l'album sia quasi interamente composto da cover), il quartetto di "Conversation", gli adattamenti jazzistici di temi classici nelle "Vienna Dialogues" con il pianista Bobby Avey.

Discografia selezionata: (come leader)

-Lookout farm, ECM 1973
-Drum Ode, ECM, 1974
-Sweet Hands, A&M, 1975
-Forgotten fantasies, A&M, 1977
-Pendulum, Artists House, 1978
-Dedications, CMP 1979
-If they only knew, Timeless 1980
-The loneliness of a long-distance runner, CMP 1985
-Quest, Trio-Kenwood, 1981 (uscito nel 1992)
-Quest II, Storyville 1986
-The tree, Soul Note 1990
-Chant, CMP 1991
-Quest, Natural Selection, Evidence 1994
-Elements: Water, Give of life, Arkadia Jazz, 1999
-Time Immemorial, Enja 1997
-Colors, Hatology 2003 (registrazioni del 1998)
-Conversation, Sunnyside 2003

Collaborazioni in cui è presente in maniera più o meno rilevante:

-Genesis, Elvin Jones, Blue Note, 1971
-My goals beyond, John McLaughlin, Douglas, 1971
-Open sky, Pm Records, 1973/Spirit in the sky, PM 1977 (Open Sky Trio)
-On the corner, Columbia 1972/Get up with it, Columbia 1974, Miles Davis
-People in me, Abbey Lincoln, Philips 1973
-Trio plus one, con D. Holland e J. DeJohnette, Owl/Emi, 1988
-Visions, Contemporary/Sail Away, Ojc, Tom Harrell, 1989
-Far North, con Danielsson, Christensen, Stenson, Curling Legs, 1994
-Bookends, Marc Copland, Hatology 2002




sabato 17 aprile 2010

New York Jazz: Lage Lund e Ralph Bowen






New York è uno dei poli di attrazione principale del jazz americano. Gli altri due, egualmente importanti, sono Chicago e Los Angeles. New York ha sempre accolto artisti eterogenei, con idee innovative ma non allontana certo quelli che sono i canoni della tradizione jazzistica divenuta qui un modello per tutto il mondo. Appartengono ai tradizionalisti jazz molti musicisti i cui nomi sono spesso presenti nelle riviste musicali e che ritroviamo quasi pedissaquamente nei concerti italiani (in tal senso e prendendo il luogo a me più vicino, penso per es. ad Orsara Jazz). In questa sede mi interessa solo risaltare l'attenzione su questi due artisti, ancora poco conosciuti.


1) Lage Lund, Unlikely Stories, Criss Cross, 2009

Chitarrista di estrazione norvegese, trasferito in giovane età a New York, ha vinto un premio importante dedicato a Thelonious Monk. E' al suo secondo cd e il suo stile è un perfetto esempio di be-bop sull'asse Wes Montgomery-Jim Hall-Pat Metheny: tecnicamente dotato, mi sembra anche melodicamente molto meno scontato di altri suoi colleghi. In questo notevole album viene accompagnato da Edward Simon al piano.


2) Ralph Bowen, Due Reverance, Posi-Tone R., 2010

Sassofonista tenore, molto affermato negli ambienti a causa delle tante collaborazioni con artisti jazz importanti, ha cominciato la carriera solistica solo nel 1992 con "Movin' on" dove si impone per la sua bravura allo strumento in un contesto di be-bop moderno (certamente non particolarmente innovativo) che ha come suoi illustri predecessori John Coltrane e soprattutto Michael Brecker. Poi ancora lunga pausa, e nel decennio passato un tentativo di costruirsi una più cospicua carriera solistica (con altri cinque album con le stesse caratteristiche). "Due Reverance" continua in questo percorso e sebbene spesso la scena gli venga rubata dai suoi affermati partners (Adam Rogers (ch.), John Patitucci (bs) Antonio Sanchez (bt), Bowen in alcuni assoli dimostra tutte le sue capacità.


giovedì 15 aprile 2010

Jennifer Higdon vince il Pulitzer Price 2010.


Jennifer Higdon ha vinto il Pulitzer Price 2010 con il "Violin Concerto" dedicato alla violinista Hilary Hahn. Colgo l'occasione per fare una breve retrospettiva della compositrice, visto che il "Violin Concerto" non è ancora disponibile come incisione discografica.

Jennifer Higdon, classe 1962, americana di Brooklyn, ha finora concentrato la sua carriera nella musica orchestrale e in quella da camera. Numerose sono le sue composizioni, ma molte non sono state ancora registrate su disco. La Higdon è considerata una compositrice "neo-romantica" inserita nella modernità: in molte delle sue opere vi sono riferimenti chiari alla matrice impressionista di Debussy e Ravel (ha composto anche un lavoro specifico sugli impressionisti musicali e quelli della pittura) ma che comprende anche le meravigliose intelaiature armoniche del tardo impressionismo di Bartok (soprattutto negli archi si sente questa influenza), con passaggi musicali che si rifanno anche a quegli spunti di "avventura" e di "folklore" di Aaron Copland negli anni quaranta. Stimatissima negli ambienti musicali (tutti cercano di avere una sua composizione) e piena di commissioni, una caratteristica certamente le è propria: la freschezza compositiva. Questo fattore riflesso nella sua musica possiede un dono: è immediatamente fruibile sia da un esperto che da un neofita senza conoscenze.
Vi propongo queste incisioni (tutte abbastanza reperibili):
-Blue Cathedral, tratta da "Rainbow body", Atlanta Symphony Orchestra, cond. Robert Spano, Telarc 2003 (una splendida suite orchestrale con un afflato quasi "new age". Quest'opera l'ha proiettata prepotentemente nell'olimpo dei compositori del duemila.
-City Scape / Concerto for Orchestra, Atlanta Symphony Orchestra condotta da Robert Spano, Telarc 2004 (Il "Concerto for Orchestra" è un ulteriore conferma del suo talento, e sebbene sia stato abbastanza criticato, costituisce personalmente una delle composizioni per orchestra migliori del decennio, di elevato contenuto emotivo)
-Piano Trio; Voices; Impressions, American Classics Naxos, 2006 (per quello che è possibile reperire nell'ambito della musica da camera, questa raccolta è anche una dimostrazione delle qualità tecniche della compositrice)
-String Poetic, tratto da "String Poetic American Works", Jennifer Koh, Cedille 2009

Sacre scritture e canti liturgici





Da tempo l'ECM Records ha una sua sezione "classica" a cui partecipano anche artisti blasonati ed esecutori affermati che ripropongono il vecchio catalogo storico. In questo primo scorcio dell'anno due sono i lavori con "choir" appena messi in commercio:


1) Peter-Anthony Togni: Lamentatio Jeremiae Prophetae


Si tratta di un concerto per clarinetto basso (Jeff Reilly) e coro a cappella gli Elmer Iseler Singers condotti da Lydia Adams dove il tema commissionato dal Canada Consil for the Arts nel 2007 è la storia del profeta Jeremia che con la sua profezia impedisce la distruzione di Gerusalemme dagli attacchi dei Babilonesi. Togni, canadese, realizza la sua moderna trasposizione mettendo in relazione la silenziosa "maestosità" dei cori e le improvvisazioni del clarinetto nella loro sensibilità jazz, con un risultato di amalgama positivo e confacente allo spirito mistico dell'opera.


2) Valentin Silvestrov: Sacred Works


Il compositore ucraino qui si cimenta con il Kiev Chamber Choir, in canti liturgici e spirituali fatti a cappella. Come sempre, la bellezza di questi lavori sta nel catturare quel senso di "spiritualità e onnipresenza divina" nascosto nel loro diramarsi: come scrive Michael Quinn su "BBC Music".........per chiunque si approcci a Silvestrov, la sorpresa iniziale di tali opere sacre non si trova nella precisione artigianale della loro esecuzione - un aspetto riconoscibile radicato negli inizi avant-garde del compositore. Invece, è la bellezza del suono che cattura l'orecchio. Luminoso e lirico, queste impostazioni in miniatura di inni, salmi e canti sembrano galleggiare in una luce diafana che evoca un senso ipnoticamente fugace della ineffabilità della fede....
Su Silvestrov posterò a breve un articolo retrospettivo.

mercoledì 14 aprile 2010

Magnus Lindberg: Graffiti, Seht die sonne


Dopo un lungo lavoro di ricerca storica compiuto a Pompei ed assistito da esperti professori, Magnus Lindberg a metà del 2009 (data in cui l'opera è stata presentata nei concerti) prendendo spunto dalla scomparsa cittadina napoletana analizza tutto ciò che è stato ritrovato di quell'epoca, soffermandosi sui "graffiti" rinvenuti e che avevano significati tutti da decifrare: nelle interviste con il musicista finlandese si capisce dalle sue parole che per poter esprimere fino in fondo un mondo peculiare come quello romano, doveva essere utile prendere in considerazione qualsiasi cosa scritta sulla pietra: annunciazioni, slogans, rilevazioni a sfondo sessuale, ecc. e studiarne le possibili interpretazioni. Tutto questo non è secondario, perchè anche il linguaggio è stato trasferito nei cori che compongono il primo lavoro "corale" dell'artista finnico sebbene resti sempre dominante l'apporto dell'orchestra. Il disco in questione comprende quindi "Graffiti" eseguito dalla Finnish Radio Symphony Orchestra condotta da Sakari Oramo con l'aggiunta dell'Helsinki Chamber Choir, in più viene anche proposto un altro brano orchestrale recente "Seht die sonne" (2007).
Discepolo di Ferneyhough, Berio e Grisey, il primo Lindberg si presenta nella metà degli anni ottanta come un particolare sperimentatore delle avanguardie classiche: "Kraft" (1983-85)composizione di quell'epoca, lo porta alla ribalta della cronaca per l'uso pronunciato delle percussioni e per il suo stile misterioso. Nei suoi tanti lavori, quasi tutti riportati su cds, Lindberg si spinge sempre più oltre nell'evidenziazione dei timbri e delle intensità dei suoni, soprattutto nei grandi contesti dell'orchestra e anella in tal senso una serie piuttosta copiosa di lavori con queste caratteristiche tra i quali spiccano "Kinetics" (1989) e "Cantigas"(1998-99). Nel decennio scorso poi il compositore compie probabilmente un ulteriore salto di qualità e comincia ad accogliere nella sue composizioni anche altri elementi che non si rifanno in modo specifico alla scuola seriale e alle ricerche acustiche sui suoni degli spettralisti; si comincia ad avvertire sempre più un "addolcimento" del suono con evocazioni di romanticismo, elementi di free-jazz, spunti "orientali", pur rimanendo fedele ai suoi schemi di base che esaltano le dinamiche delle orchestre e degli strumenti solisti: nel 2002 così compone il suo capolavoro "Clarinet Concerto" che riceve, a ben vedere, elogi e lodi sperticate da gran parte della stampa mondiale, con una fantastica partitura al clarinetto che contrasta in maniera stupenda con le dinamiche dell'orchestra; così come alquanto "personale" si rivela la forma del suo "Violin Concerto" (2006) suonato dalla virtuosa violinista Elisabeth Batiashvili, dove convivono il suo script moderno e lo spirito nordico neoclassico di Sibelius.
"Graffiti" e "Seht die sonne" si infilano dunque in questo nuovo corso e sia pur con caratteristiche diverse, ne costituiscono ancora un notevole esempio: notare come in "Graffiti" i cori siano stati inseriti in tratti sonori ripresi dal suo concerto per violino, a testimonianza di un lavoro di esplorazione delle sue prerogative musicali in un contesto "nuovo".
Quindi , primo disco da segnalare per il nuovo decennio.
Discografia consigliata:
-Meet the composer, Finnish Radio Orchestra, Toimii Ensemble, Finlandia 2CD 1998 (in cui è presente "Kraft" e "Kinetics")
-The music of Magnus Lindberg, Philarmonia di Esa Pekka Salonen, Sony 2002 con lavori di fine novanta, comprende "Cantigas")
-Violin Concerto nel cd "Sibelius, Lindberg: Violin Concertos", Elisabeth Batiashvili, Finnish Radio Symphony Orchestra di S.Oramo, Sony 2007.
-Clarinet Concerto (nel cd "Magnus Lindberg: Clarinet Concerto; Gran Duo; Chorale", Kari Karikku, Finnish Radio Symphony Orchestra di Sakari Oramo, Ondine 2005)

lunedì 12 aprile 2010

Timothy Crane: Dragonfly




Seconda prova per il pianista new-age americano Timothy Crane, il cui esordio "The other life i dream" nel 2004 fu nominato, a ben ragione, in molte riviste new-age come disco rivelazione dell'anno (perdonatemi di aver dimenticato di inserirlo nei dischi del decennio new-age). Crane si presentava non solo come un ottimo pianista (cosa che nel genere è facile da riscontrare) ma mostrava un talento soprattutto nella costruzione dei brani che evidenziavano meravigliosi contrappunti degli strumenti ritmici ed orchestrali in brani di durata anche superiore ai 6 minuti. "Dragonfly" purtroppo sembra mancare proprio di questo ingrediente, per cui alla fine si deve pensare ad un'occasione mancata. Resta comunque il fatto (positivo) di trovarci di fronte ad uno dei migliori continuatori della tradizione pianistica new-age e soprattutto di trovarci di fronte ad una visione "estensiva" del genere, che al di fuori di tanta sterile leziosità, cerca di essere new-age nel tratto e nello spirito ma, allo stesso tempo "musica" nella sostanza (quindi con i primordiali elementi di classica, rock, ecc. che la compongono), così come anche nuovi attori stanno facendo negli ultimi anni: penso al chitarrista Bill Wren ad esempio.

John Grant: Queen of Denmark



John Grant, leader del gruppo The Czars è un chitarrista cantautore che scrive nel solco di band come i Rem o gli American Music Club, ma le sue canzoni non hanno ancora la personalità per poter emergere. Una prima emancipazione si avverte con l'album "Goodbye", dove accanto alle sonorità tipiche del rock alternativo americano vengono accolte nuove coordinate musicali: i riferimenti cadono ai cantautori folk "tristemente dolci" alla Nick Drake o alla Nick Cave, al pop di Elton John, a sonorità tipiche della new wave inglese, vi sono persino brevi spunti jazzistici, in un bagaglio di influenze a servizio della sua chiara e profonda voce baritonale.
E' però grazie all'intervento del gruppo americano Midlake (il gruppo a cui John Grant fa da spalla nei concerti) che viene edito il suo primo album di canzoni "in solo" (soprattutto ballate rock) che l'artista aveva in serbo e il risultato nel suo insieme stavolta è notevole: il trittico iniziale di "Queen of Denmark" cioè "TC and Honeybear", "I wanna go to Marz", "Where dreams go to die" è di altissimo livello: il suo stile (Beatles, Elton John, accenti progressive, David Bowie anni settanta, inflessioni "wave") rappresenta un rigenerante tuffo di trenta'anni ed oltre nel passato della musica rock e ci consegna un'artista realmente affrancato dall'esperienza Czars. Poi il disco da "Chicken Bones" si ridimensiona un pò, per poi avere altri due highpoints all'arrivo di "Caramel" e "Queen of Denmark". Che dire: questo è il suono che "manca" oggi e che trasmetteva alle generazioni passate (quelle dei sessanta o dei settanta), cresciute con questo tipo di musica, un senso di positività anche a prescindere da tematiche negative presenti nei brani: c'era sempre ottimismo! Perciò ben vengano cantautori con questo spirito: ne abbiamo proprio bisogno.

Folksingers: Laura Marling/Sam Amidon/Anais Mitchell



Vi propongo molto brevemente tre recenti folksingers che hanno pubblicato da pochissimo i loro ultimi cds e che ritengo siano molto interessanti dal punto di vista artistico:

1) Laura Marling: I speak because I can (Virgin 2010): inglese dell'Hampshire, ha pubblicato il suo secondo disco dopo il positivo esordio di "Alas, I cannot swim" (Astralwerks, 2008) che conferma il suo talento: stilisticamente vicina alla Joni Mitchell e al Leonard Cohen, questo nuovo lavoro, pur non essendo eccellente in tutta la sua lunghezza, contiene dei brani sopra la media ("Devil's spoke", "Rambling man", "Darkness descends") e si fa apprezzare per il contenuto poetico dei testi.


2) Sam Amidon: I see the sign (Bedroom Community, 2010): secondo lavoro ufficiale anche per questo giovane musicista folk americano che rientra nel modello di Nick Drake, sia pure con altre sfumature. In questo percorso Amidon si è fatto aiutare dal produttore islandese Valgeir Sigurdsson, nonchè negli arrangiamenti da Nico Muhly e nelle parti cantate da Beth Orton, artisti che già da anni stanno cercando di farsi un circuito personale (Sigurdsson ha fondato una sua etichetta discografica) con elementi musicali che ci conducono nel mondo del folk orchestrale con reminescenze classiche tipiche dei movimenti musicali odierni che mischiano ambient e classica impressionista.


3) Anais Mitchell: Hadestown (Righteous Babe, 2010): sempre americana, nel solco delle folksingers di ultima generazione alla Ani di Franco, dopo aver favorevolmente impressionato con l'album "Hymns for the exiled", 2004, torna con un'opera folk che riprende idealmente il tema mitologico di Orfeo ed Euridice proponendone una nuova versione immersa nello spirito delle difficoltà odierne: quindi spunti di jazz, blues e country mischiati al folk originario della cantautrice con ospiti illustri (la stessa Ani di Franco, Greg Brown (un vocione che si cala a perfezione nella tematica musicale) Bon Iver, per un album che ha molte "frecce" musicali nel suo arco.

venerdì 9 aprile 2010

Ali Farka Tourè/Toumani Diabatè: Kala Djula


Disco postumo e seconda collaborazione tra Ali Farke Tourè e Toumani Diabate dopo il fortunato primo episodio del 2005 "In the heart of the moon" che vinse il Grammy Awards nella sezione dedicata alla musica etnica.
La scomparsa di Ali Farka Tourè è stata quasi trascurata dai mezzi di comunicazione: nessuno (se non qualcuno sulla rete internet) ha sottolineato il valore del personaggio; precursore di tutta la musica world africana, solo in tarda età ebbe la possibilità di registrare il suo primo disco (1988), che lo impose al pubblico come chitarrista africano emulo dell'ipnotismo blues di John Lee Hooker. In realtà Ali Farka Tourè era qualcosa di più di un musicista primordiale proveniente dalla regione del Mali: quello che portò avanti furono le tradizioni del suo paese, un pezzo di storia dell'Africa che si conciliava anche con il fattore musicale. Come è noto, molta musica rinveniente dal continente nero ha spesso sposato la ritmicità costituendo una deriva per il genere e per lo sviluppo musicale, al contrario gli episodi migliori hanno anteposto i sentimenti, la cultura locale, la religione alla ritmica e alla sterile tribalità, presentando degli artisti "puri" e non a caso molti musicisti occidentali importanti sono stati affascinati, attratti dalle specificità di questi posti: penso a Taj Mahal e Ry Cooder ad esempio. Stesso discorso si può fare per Toumani Diabiatè, suonatore di kora della 71° generazione, sempre del Mali, strumento a corde particolarissimo diffuso nell'Africa Occidentale specialmente in Mali, Gambia, Senegal e Guinea, che su questo strumento ci ha costruito una carriera. Diabatè non solo ha riproposto le musicalità della sue origini ma ha cercato di fonderle con elementi di altri noti generi (blues, jazz e flamenco) portando ad un livello superiore di approfondimento la "world" malinese.
"Kala Djula" ripropone le tematiche migliori dei due musicisti presentando un grado di integrazione tra i due sempre più raffinato e rispettoso dei personali percorsi musicali. Peccato che non sia più riproponibile!!!


Discografia consigliata:

per Ali Farka Tourè:
-Radio Mali, World Circuit, 1996 (raccoglie le migliori registrazioni dell'artista prima del suo debutto discografico ufficiale)
-Ali Farka Tourè, Mango 1988 (album di esordio)
-The Source, Wordl Circuit 1992 (con Taj Mahal in due brani)
-Talking Timbuktu, Wordl Circuit 1994 (con Ry Cooder)
-Savane, Wordl Circuit 2006

per Toumani Diabatè:
-Kaira, Hannibal 1988
-New ancient strings, Hannibal 1999 (con altro malinese specialista della kora: Ballake Sissoko)
-Kulanjan, Hannibal 1999 (con Taj Mahal)
-Mande Variations, Nonesuch 2008
assieme:
-In the heart of the moon, World Circuit 2005

martedì 6 aprile 2010

Paul Motian: Lost in a dream




Paul Motian è senza dubbio il batterista jazz che ha segnato profondamente l'evoluzione dello strumento: con lui la batteria da strumento ritmico si è evoluta in un finissimo meccanismo di smussatura musicale. L'uso sapiente dei piatti, delle spazzole, dei silenzi ha introdotto nel jazz quello che io chiamo talvolta "ricamo", un lavoro di tessitura attorno agli strumenti musicali che ne esalta le qualità interiori, che gli dà una "voce" particolare e permette al compositore di esprimere al meglio le proprie idee.

La carriera di Paul Motian parte da lontano e non è certo una scoperta: a lui si riconducono le collaborazioni con il primo Bill Evans che nel riproporre l'arte del trio, trovava in lui uno dei migliori e più intimi interplay del tempo; ma nelle collaborazioni il batterista americano è sempre stato punto di riferimento, da Paul Bley a Charlie Haden, da Pierre Favre a Keith Jarrett in tempi meno recenti, fino a quelle "essenziali" ricoperte con i jazzisti più contemporanei (penso ad es. a quella con la pianista israeliana Anat Fort).

La carriera solistica non ha fatto altro che creare i propri "standards" e in tal senso Motian non ha sbagliato un disco almeno fino a "One Time Out", in un continuo processo di miglioramento dei brani: si può dire che questa tendenza è emersa in quasi tutta la produzione del batterista degli ultimi quindici anni e "Lost in a dream" nè è una piena conferma. Il disco, tratto da concerti dal vivo al Village Vanguard in compagnia del sassofonista Chris Potter (un musicista dotato di uno stile progressivo con brucianti assoli) e del pianista Jason Moran, è notevole seppur la maggior parte dei brani sono rivisitazioni di temi già composti e sentiti in suoi dischi o in dischi di altri ("Birdsong" apparve sull'album Tati di Enrico Rava), compreso l'aggiunta di uno standard di Irving Berlin; ma non si può certo dire che questa è "routine" musicale.


Discografia consigliata (solo come leader):

Troism (1993) Jmt
I have a room above her, (2004) ECM

sabato 3 aprile 2010

Nicolai Dunger: Play


"Play" è il ritorno sulla terra di Nicolai Dunger, dopo che l'artista svedese aveva passato gli ultimi cinque anni a suonare nel progetto di A Taste of Ra, un'evoluzione sperimentale del cantautore nei meandri del folk avanguardistico (anche in chiave vocale) portato avanti da Tim Buckley negli anni sessanta e settanta. In questo lavoro, direi molto "sixties", Dunger si scarica evidentemente della tensione accumulata nei lavori precedenti per proporre la sua veste usuale, quella dei precedenti dischi: si sentono echi fortissimi dei Them di Van Morrison, passaggi introspettivi alla Tim Hardin o alla Fred Neil, il canto particolare di Sal Valentino dei Beau Brummels. Direi però che escludendo "Tears in a child's eyes" e "Can you" che ripropongono la matrice migliore di Dunger, il lavoro si presenta piuttosto accessibile e "purtroppo" derivativo.


Breve retrospettiva.

Cantautore svedese, attivo dalla fine degli anni novanta, può essere considerato il miglior musicista rock uscito dalla terra svedese (non certamente quello che ha avuto più successo, vedi in tal senso gli Abba). L'esordio "Songs wearing clothes" lo definisce nelle sue caratteristiche musicali: un personale richiamo a Tim Buckley periodo sperimentale e al primissimo Van Morrison, il senso di "estraneità" usato tipicamente da Robert Wyatt con una base di fondo che abbraccia anche blues, jazz e il folk dei cantautori dolcemente "tristi" degli anni sessanta (Fred Neil, Tim Hardin, ecc.) La seconda prova "Eventide" è ancora meglio, in virtù di uno sconfinamento stilistico nella musica classica. Dunger è artista completo con tante idee, che comunque dopo quella parentesi, ritorna nuovamente ai suoni del primo disco, ma stavolta cercando di svilire gli elementi surreali che lo caratterizzavano: il risultato è comunque positivo sebbene in alcuni momenti fornisca un linguaggio musicale troppo semplice; in questo disco figura la "Something in the way", canzone usata per una nota pubblicità della Volvo, che gli permette di migliorare un pò il portafoglio. Poi, dopo quella esperienza, Dunger infila la cosiddetta trilogia del vinile, cioè tre dischi usciti tra il 2000 e il 2003 solo su vinile in cui il cantante si migliora dal punto di vista vocale, con un tessuto musicale più sofisticato: "Blind Blemished Blues" riassume i suoi connotati musicali benissimo e contiene alcune delle più belle songs dell'autore; "Dress book" è un album quasi totalmente strumentale con forte predominanza jazz con leggeri spunti anche nel free; "Sweat her kiss" ritorna più al folk e al predominio della canzone. Ma Dunger sfodera il suo capolavoro nel 2001 con l'album "Soul Rush" che con ricchi arrangiamenti riusciti segue l'umore dell'autore nello sviluppo delle sue canzoni integrando lo spettro musicale con accenti soul. Purtroppo l'album successivo "Tranquil isolation" si inoltra nell'acustico senza però lasciare nessun segno, mentre "Here's my song" ne risolleva le sorti pur non raggiungendo i vertici di "Soul Rush". Nel frattempo Dunger esplora progetti alternativi soprattutto nell'ambito degli sviluppi raggiunti dal folk di stampo psichedelico ed avanguardistico e con un nuovo nome "A taste of Ra" firma tre album sul tema: da rimarcare sono i notevoli album omonimo e "II", dove probabilmente trova compiutezza la parte migliore e più avanzata del musicista svedese con un pieno raggiungimento dell'eccellenza nelle qualità vocali. Nonostante non sia mai all'onore della cronaca, Nicolai Dunger deve essere considerato come uno dei migliori e moderni continuatori della scena rock, emersi nell'ultimo decennio sulla falsariga di personaggi come Ryan Adams ad esempio, veri e propri "polistilisti" musicali; perciò vi invito a scoprire la sua discografia.

Discografia consigliata:
-Songs wearing clothes, Telegram, 1996
-Eventide, Atrium 1997
-This cloud is learning, Dolores 1999
-Blind Blemished Blues, Hot Stuff 2000
-Soul Rush, Dolores 2001
-Here's my song you can have it, Universal I. 2004
-A taste of Ra, A taste of Ra, Hapna 2005
-A taste of Ra, II, Hapna 2006

venerdì 2 aprile 2010

Slow Six: Tomorrow becomes you





Gruppo di post-rock americano in pieno stile del genere, giungono alla terza prova su disco: pur non essendo particolarmente innovativi se relazionati al movimento sviluppatosi dagli anni novanta ad oggi, riescono tuttavia ad affascinare grazie a quell'ibrido tra musica da camera (in primis) con sfumature progressive e ambient che si ascoltano nelle loro suites. Lo dico spesso che il post-rock si è un pò appiattito e sembra aver esaurito più che altro quella carica di novità che lo caratterizzava agli esordi. I Slow Six comunque sono in tal senso una delle poche band ancora di alto livello e "Tomorrow becomes you" continua positivamente il percorso iniziato in "Nor'easter" (andatelo a riascoltare) grazie ad alcuni brani di vero spessore come "The night you left New York" ,"Cloud Cover", "These rivers between us".

Ornette Coleman ha detto di loro ....."This music should be used in hospitals to cure brain cancer."