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martedì 30 marzo 2010

La settimana santa: una piccola guida musicale



Siamo entrati nel periodo pasquale: personalmente ritengo che non sia un bel momento per chi vive realmente la religione cattolica poichè si assiste a qualcosa di terribilmente deprimente dal lato spirituale.
Musicalmente parlando senza scomodare il periodo medievale durante il quale i canti gregoriani costituivano un chiaro riferimento alla religiosità in tutti i suoi aspetti, il tema di comporre musica con un riferimento preciso alla passione di Gesù Cristo e alla sua resurrezione è cosa antica: già nel rinascimento si sentiva l'esigenza di comporre dei "monumenti" artistico-musicali, così come avveniva nel campo delle arti e in tal senso l'opera di Heinrich Schutz ne fu un primo embrionale esempio (è possibile oggi ascoltare una trilogia dedicata per la Berlin Classics diretta da Martin Flamig). Nel periodo barocco Bach assolvette a questo compito mirabilmente scrivendo alcuni dei suoi capolavori (mi riferisco alla Passione di S. Matteo e a quella di Giovanni), e dopo di lui migliaia di compositori si sono cimentati nella sua trasposizione religiosa, imitandolo. Anche Haendel verrà ricordato per una sua versione della passione di San Giovanni.
Nel periodo neoclassico Haydn compone "Seven last words" che partita come composizione orchestrale diventa nelle nuove versioni opera per quartetto di violini e poi successivamente per piano, solisti e cori. Con l'avvento del romanticismo il tema perse un pò della sua valenza (da ricordare soprattutto sono "Christ on the mount of Olives" di Beethoven e le "Via Crucis" di Franz Liszt) per ritrovarsi solo a metà del millenovecento con le nuove creative riproposizioni di Penderecki (ispirato a S.Luca) e di Arvo Part (ispirato a S. Giovanni) nell'ambito di quel filone che riscopriva la musica religiosa di un tempo.

Nel 2000 l'argomento ha avuto un ritorno di fiamma notevole: l'Internationale Bachakademie di Stoccarda ha commissionato la "passione" secondo la narrazione dei quattro apostoli a quattro compositori diversi: Osvaldo Golijov nella "La Pasion segun San Marcos" che costituisce il maggior aggiornamento del tema e fa discutere per il carattere "moderno" dell'opera che ingloba quasi "allegramente" elementi provenienti da altre discipline musicali), Tan Dum, cinese, con "Water Passion after Saint Matthew" affronta il tema introducendo elementi musicali della sua etnia con chiari riferimenti alle possibili interazioni con altre religioni, Sofija Gubajdulina nel "Johannes Passion" contiene riferimenti prolungati alla chiesa ortodossa russa, e Wolgang Rihm il cui "Deus Passus" è opera più tradizionale costruita secondo il suo stile ma anche con elementi del lessico letterario. Tra i nuovi compositori il più ardito è James McMillan che si cimenta con la passione di S.Giovanni e con le ultime "seven words from the cross". Questo, brevemente, per quel che concerne il mondo classico: doveroso è però segnalare anche i riferimenti più interessanti sul tema che non appartengono al mondo della classica. Mi riferisco alla "Passion: l'ultima tentazione di Cristo" colonna sonora del film omonimo diretto da Martin Scorsese, con musica ideata da Peter Gabriel, musicista famoso per la sua brillante carriera nel gruppo di rock progressivo dei Genesis e poi per la sua carriera solistica; al di là del fedele e modernissimo lavoro di riproposizione della passione questo disco costituisce uno dei primi e migliori esempi della wordl music contaminata, poichè accoglie al suo interno tantissimi musicisti che appartengono effettivamente ai luoghi vissuti da Gesù e a quella vasta area territoriale che non si limita alla Palestina ma si spinge anche nei Balcani, nell'Africa Settentrionale e nel Medio Oriente.

Per concludere anche il tema della resurrezione è stato trattato in specie nel campo del rock e dell'elettronica: i migliori esempi (a mia memoria) sono pervenuti dalla poetessa rock Patti Smith che ha intitolato addirittura un album intero alla pasqua e ai suoi effetti di redenzione (la redenzione è uno dei caratteri fondamentali delle prerogative dei poeti della beat generation), mentre David Borden, musicista minimalista che usa l'elettronica (con il suo gruppo Mother Mallard) ne ha dedicato una intera suite negli anni settanta.


Discografia consigliata:
Bach JS, tra le infinite versioni quelle che vi propongo per l'ascolto sono:
-Saint Matthew Passion (anno di composizione 1724) riproposta da John Eliot Gardiner, Archive M.
-Saint John Passion (anno di composizione 1729) riproposta da Andrew Parrot e i Taverner Consort, Veritas R.
Haendel, St.John Passion, condotta dal Pal Nemeth, Hungaroton/Brockes Passion, McGegan, Brillant Classics, 1716 N.B. Si potrebbe aggiungere anche l'oratorio di "Messiah", sebbene per gli argomenti trattati non si riferisce solo al periodo pasquale.
Haydn, Seven last words, Accentus Chamber Choir, Laurence Equilbey, Valois 1786
Liszt F., Via Crucis, Matthew Best, Hyperion, 1879
Arvo Part, St. John Passion, diretta da Paul Hillier e l'Hilliard Ensemble, ECM 1982
Penderecki K., Saint Luke Passion, diretta da Antoni Wit, Naxos, 1966
Osvaldo Golijov, La Pasion segun San Marcos, Hanssler Classics, 2000
Tan Dum, Water Passion after Saint Matthew, Sony 2002
MacMillan, Seven Last Words from the Cross, Stephen Layton, Hyperion, 2005
David Borden, Mother Mallard's Portable Masterpiece Company, Easter (Cuneiform, 1973)

Patti Smith, Easter, (Arista 1978)

Peter Gabriel, Passion (Real World Records, 1989)









domenica 28 marzo 2010

CLOGS: The Creatures In The Garden Of Lady Walton



I Clogs sono un originale gruppo di New York nato da un progetto di Bryce Dessner (chitarra e ukulele) e Padma Newsome (archi) ex membri del gruppo dei National (attivo nell'alternative country): il loro è un folk "progressivo" che ha le sue radici nel movimento folk anni sessanta (non solo quello classico di Simon & Garfunkel ma anche quello avanguardista-psichedelico) condito da un forte "classicismo" nello sviluppo dei brani. Dopo una serie di album quasi interamente strumentali tra i quali i più maturi risultano "Stick Music" e "Lantern" tornano con un lavoro dove nettamente più preponderante è il fattore canto: il risultato è comunque positivo e sebbene sia un lavoro più intricato del solito dal punto di vista musicale contiene dei brani "cantati" che sono sicuramente all'altezza degli episodi migliori "strumentali" del gruppo.


Discografia consigliata:

-Stick Music, Brassland, 2004
-Lantern, Brassland, 2006

Roger Doyle. Cool steel army



Musicista elettronico irlandese attivo già dagli anni ottanta, oltre ad essere il "nonno" dell'elettronica irlandese, Roger Doyle è uno degli esponenti più interessanti del minimalismo applicato al teatro. Poco conosciuto se non negli ambienti dell'elettronica, Doyle si è sempre diviso tra due prospettive musicali: da una parte l'uso (anche elettroacustico) dei suoni confezionato in diversi dischi in volumi e l'utilizzo del "minimalismo" classico, entrambi inseriti in un contesto dove l'aspetto narrativo (che lo rende più fruibile in teatro) è un aspetto fondamentale. Quindi un compositore, musicista da ascoltare magari con l'ausilio di immagini o cortometraggi: è proprio quello che succede ai suoi concerti o nelle colonne sonore a cui prestato la sua musica. Doyle narra attraverso voci appropriate storie tra le più disparate e la sua musicalità ben si presta a descrivere il moderno concetto "ambientale", cioè musica che accompagna la nostra vita in tutta la sua quotidianità. In questo ultimo album (tra i suoi migliori) tali aspetti sono rimarcati da due nuovi brani in perfetto stile minimalistico con apporto di elettronica e una versione di "Adolf Gebler, clarinettista" che è una colonna sonora per un film immaginario, viene anche chimato un 'cinema per l'orecchio'. Suonata dal vivo con orchestra, pianoforte e voce femminile, i dialoghi pre-registrati e gli effetti sonori provenienti dagli altoparlanti, danno all'ascoltatore l'impressione di essere presente alla proiezione di un film, che però non può vedere, solo sentire. La storia è quella di Adolf Gebler andato a vivere in Irlanda dopo essersi innamorato di una mascherina incontrata dopo un concerto a Dublino nel 1910.

Discografia selezionata:
-Babel, Sido 1981 (ristampato in tre volumi per la Silverdoor 1998) per i suoi lavori compiuti nell'elettronica (anche elettroacustica e ambientale) che ha richiesto quasi dieci anni per la sua realizzazione.
-Budawanny, Silverdoor 1987, colonna sonora di due films diretti negli anni ottanta dal regista irlandese Bob Quinn, per i lavori "cinematografici" o "teatrali" ove sono presenti anche elementi tipici della tradizione folk irlandese.

venerdì 19 marzo 2010

Manu Katchè. Third Round

Batterista di estrazione rock, il francesce naturalizzato Manu Katchè è stato musicista di riferimento di molti artisti della musica leggera internazionale tra cui Sting e Peter Gabriel. Il suo drumming potente, figlio di Billy Cobham, utilizza molto l'effetto splash dei piatti che ne rende più personale lo stile; esordisce nel 1992 con "It's about time" che chiama in rassegna tutti i musicisti per i quali Katchè aveva lavorato, ma è un album più di "facciata" che di sostanza, che denota scarse attitudini compositive. Ritorna nel 2005 per la ECM Records, con "Neighbourhood" completamente rinnovato, con un altro gruppo di musicisti favolosi ma stavolta di chiara estrazione jazz: Jan Garbarek, Tomasz Stanko, Marcin Wasilewski e Slawomir Kurkiewicz; le composizioni sono nettamente migliori e lo stile nel frattempo si è fatto più misurato. L'album contiene una serie di brani suonati molto bene, equilibrati, anche se a tratti un pò manieristici. "Playground" nel 2007 è ancora meglio, e lo vede alle prese ancora con un gruppo comprendente sempre Wasilewski al piano e Kurkievicz al contrabbasso ma con l'ingresso di Trygve Seim al sax e Mathias Eick alla tromba.
"Third Round" continua nella stessa vena ECM-style dei precedenti album, con ancora un cambio di formazione: gli emergenti sassofonista nordico Tore Brunborg e il pianista inglese Jason Rebello e il veterano Pino Palladino al basso. L'album, pur non avendo spunti solistici di rilievo, ha i suoi momenti migliori nei brani "atmosferici" "Swing Piece", "Springtime dancing", "Senses", "Une larme dans ton sourire" che offrono il lato compositivo migliore del batterista.


Dischi consigliati:

-Neighbourhood, ECM, 2005
-Playground, ECM, 2007

Brad Mehldau. Highway Rider



Brad Mehldau costituisce negli anni novanta, uno dei più originali continuatori dell'arte del trio, che nel jazz significa pianoforte incrociato con contrabbasso e batteria, nobile arte inventata dal grande Bill Evans negli sessanta. Nei suoi primi album, raccolti in volumi, si dedica alla riproposizione personale di vecchi e nuovi temi che raccolgono questa eredità: tra tutti spicca il Vol. 3 che presenta al suo interno l'esaltazione delle caratteristiche musicali del musicista: incedere lento, progressivo, in bilico tra be-bop ed una sorta di post-impressionismo classico; fa parlare di lui il personale metodo di suonare con le due mani che suonano in maniera indipendente l'una dall'altra, usando metri asimmetrici. (ho avuto la fortuna di vederlo in concerto e sono rimasto colpito dal modo in cui suona). Personaggio socievole, sempre in giro per il mondo a suonare, amante delle collaborazioni, Mehldau non si è solo limitato a rinverdire il passato, ma ad un certo punto della carriera, ha cercato anche di approfondire le sue radici di musicista e di metterle a disposizione delle dinamiche musicali moderne che certamente coinvolgevano anche lui. E' da qui che è partito il periodo migliore dell'artista con alcuni album importanti: "Elegiac Cycle", "Places", "Day is done" che maturano la componente "classica" del musicista in una ricerca di nuove sensazioni musicali che tentano di attingere anche a fonti popolari (vedi la riproposizione di parecchi brani dei Beatles) dando vita ad un linguaggio "be-bop" moderno con spunti nel free: ne è testimone "Largo", lavoro diverso dal suo standard, aperto a nuovi strumenti e da molti ritenuto il suo capolavoro, che utilizza anche effetti di elettronica.

"Highway Rider" è il disco del pianista americano più vicino al concetto di "composizione totale": il suo è un linguaggio riconoscibile che parte da poche note "saltellate" e poi si arrichisce dell'apporto dei suoi musicisti (con Joshua Redman che sfodera alcuni notevoli assoli al sax) e dell'orchestra condotta da Don Coleman, in una combinazione di suoni che mette assieme duecento anni di storia musicale: dai compositori romantici alla classica tardo-impressionista, dal be-bop anni quaranta a Bill Evans e John Coltrane, fino ai Beatles: il risultato è di elevato valore e soprattutto "originale"; ascoltando questo disco, forse come non mai, si avverte la statura del musicista e la sua immediata riconoscibilità musicale.


Discografia consigliata:

The Art of the Trio III — Songs (Warner, 1998)
Elegiac Cycle (Warner, 1999)
Places (Warner, 2000)
The Art of the Trio V — Progression (Warner, 2001)
Largo (Warner, 2002)
Anything Goes (Warner, 2004)
Day is Done (Nonesuch, 2005)

Collaborazioni principali:

Mood Swing (1994, Warner) /Timeless Tales (for Changing Times) (1998, Warner) Joshua Redman
The Water Is Wide (2000, ECM) /Hyperion With Higgins (2001, ECM) Charles Lloyd
Alegria (2003, Verve) Wayne Shorter
Deep Song (2005, Verve) Kurt Rosenwinkel
Metheny - Mehldau (2006) Brad Mehldau, Pat Metheny
Moving In (1996, Concord) Chris Potter



Bobby McFerrin. Vocabularies

Bobby McFerrin rimarrà agli annali della storia musicale per aver approfondito la tecnica "beatboxing", cioè quella tecnica che tende, con la voce umana, a riprodurre fedelmente gli strumenti ritmici (batteria, basso, percussioni, ecc.) e non solo; il suo apporto è andato anche oltre spingendosi anche sugli strumenti più tradizionali (basti pensare a trombe, chitarre, ecc.).
Il suo album "The Voice" registrato dal vivo (1984) con un buon coinvolgimento del pubblico presente, lo ha imposto all'attenzione di pubblico e critica che aveva trovato un nobile continuatore di quella disciplina che era la prerogativa di molti cantanti jazz degli anni sessanta e settanta. McFerrin si divideva tra brani più avanguardisti (nella tradizione di Jeanne Lee per esempio) e brani più popolari (nel solco del cantante Al Jaurreau) offrendo un reale elemento di novità. Poi dopo un'altro bell'episodio "Spontaneous Inventions" con affondi nel vocalese jazz, l'artista ha cominciato ad esplorare il mondo della musica classica e dell'etnico, senza però attivarsi dal lato compositivo, lasciando che le sue qualità parlassero da sole in un contesto di repertorio direi decisamente abusato. L'artista nei suoi pochi album dei novanta ha anche tentato di recuperare gli esordi jazz concentrati sulle evoluzioni della sua voce, senza riuscirci, proponendo una fusion scontata e senza pretese. Il recupero completo dell'artista passa invece dalle preziosità tecniche del Vocal Summit in "Sorrows is not forever", supergruppo di vocalisti (oltre a McFerrin, ospita Jeanne Lee, Jay Clayton, Ursula Dudziak, Lauren Newton) e da "Circlesongs" del 1997 che finalmente restituisce l'artista intelligente di "The Voice": qui si comincia ad esplorare meglio anche il mondo della musica etnica con accenti posti soprattutto sulle sonorità africane. Dopo "Beyond words", un'ennesimo tentativo di collegare le nuove istanze "wordl" al suo debole passato fusion, esce a quattro anni di distanza questo "Vocabularies" che riprende e amplia il raggio d'azione degli ultimi lavori (si spazia tra Africa e America Latina), fa tesoro dell'esperienza vissuta nel mondo della musica classica e si concentra in generale sui cori con lunghi brani in cui il suo vocalese costituisce l'ossatura del brano. L'obiettivo ambizioso di costruire un disco cosmopolita con una impronta personale riesce solo in alcuni episodi come "Wailers", "Messages" e "Brief Eternity" dove più forte si rivela la composizione.


Discografia selezionata:

-The voice, Elektra, 1984
-Spontaneous Inventions, Blue Note, 1986
-Sorrows is not forever - Love is, Moers Music 1994
-Circlesongs, Columbia, 1997


sabato 13 marzo 2010

JOHN ZORN: In a search of the miraculous



"In a search of the miraculous" si inserisce nei lavori musicali recenti, quella serie di album più "accessibili" che Zorn sta trattando da più di un decennio. Come gli altri album precedenti del lotto, l'artista mette da parte sperimentalismi o manie musicali particolari e compone in scioltezza con risultati comunque notevoli per effetti raggiunti: i musicisti Rob Burger (tastiere), Greg Cohen (basso), Ben Perowsky (batteria) sono gli stessi di "Alhambra love songs" a cui si aggiunge Kenny Wollesen al vibrafono; il disco (una sorta di "magica" suite jazz-rock) è godibilissimo dall'inizio alla fine e dà l'impressione di essere quasi "new age" in alcuni momenti. Pur nella omogeneità dei brani, nell'album si distinguono per essere qualcosa in più a livello strumentale "Prelude: from a great temple", "Sacred Dance" e la lunga "The Magus".


RETROSPETTIVA SU JOHN ZORN.


John Zorn ha una discografia sterminata e ha catalogato i suoi lavori attraverso una specie di "collane" (così come si usa nei libri), grazie anche alla piena libertà d'azione che gli viene dal fatto di essere il proprietario della casa discografica Tzadik Records, la quale ospita non solo la sua musica, ma anche quella di parecchi artisti provenienti dall'avanguardia (anche classica) che non avrebbero potuto avere un contratto discografico: "Jewish Music", "Japan music" alcune delle sigle usate. L'artista ha navigato in diversi generi con operazioni spesso al confine e il suo eclettismo non può essere in qualche modo etichettato: tuttavia cercherò di proporvi una suddivisione delle sue opere migliori partendo dalle definizioni convenzionali.

Avanguardia
E' stato il genere con cui l'artista si è espresso nei primi anni della sua carriera, che tuttora l'artista rispolvera con qualche album: siamo nei territori "impervi" dell'improvvisazione tout-court, si potrebbe parlare dell'equivalente americano di Evan Parker; tuttavia John Zorn si distingue da tutti gli altri improvvisatori, poichè incorpora nella sua musica forti elementi di astrattismo qualche volta sconfinanti nella schizofrenia e una piena aderenza al movimento dadaista (che rifiutava la ragione ed accoglieva la piena libertà di espressione degli artisti utilizzando modalità espressive tendenti al satirico e alla stravaganza vedi es. Frank Zappa). John Zorn si caratterizzerà anche per un ulteriore elemento, quello che probabilmente farà di lui un musicista ricordato dai posteri, i cosiddetti "game pieces", un innovativo metodo di dirigere i musicisti con lui impegnati nell'improvvisazione che consiste nel fissare determinate regole nel numero di note da suonare e nel modo con cui suonarle, con l'effetto di ottenere una piena anarchia musicale.

-Locus Solus, Rift 1983
-Cobra, HatArt 1987

Jazz
Uno dei suoi contributi maggiori Zorn lò dà nel jazz e nelle sue personali elaborazioni: riprende in maniera riverente i classici del be-bop e nè da una sua lettura, è attento alle riproposizioni free e in tal senso elementi, seppur in presenza di un suono pesante, frutto delle sue ossessioni per i toni forti, se ne possono ritrovare nell'omaggio a Ornette Coleman. Ma in questi lavori Zorn non è il compositore dei pezzi. E', invece, nei lavori dove compone che emerge tutto il suo stile direi unico: in "Spillane" e "Godard/Spillane" (omaggi "noir" rispettivamente al regista francese e allo scrittore di fumetti americano) mostra in maniera chiara quell'eclettismo diviso in parti uguali tra una riproposizione del jazz di Coltrane e limitrofi "free", slanci blues di elevata fattura e moderna musica da camera. Il tutto condito dai soliti spazi sperimentali: il risultato è fantastico e stranamente godibilissimo. In questi album l'artista applica la cosiddetta orchestrazione "file cards", cioè compone creando dei blocchi di "musica", una specie di memory cards musicali da impiegare nell'improvvisazione con i musicisti. Questa esperienza viene, poi, anche approfondita con i lavori fatti con i Naked City. John Zorn ha volutamente coltivato per le sue composizioni, un gruppo di musicisti "importanti" a lui musicalmente vicini come Bill Frisell, Fred Frith, Anthony Coleman, Bobby Previte, Joey Baron, Wayne Horvitz, Marty Ehrlich, Zeena Parkins, ecc. che costituivano la "crema" dell'avanguardia jazz newyorchese.

-Spillane, Elektra, 1987
-News for Lulu, HatArt, 1988
-Naked City, Naked City, Elektra 1989
-The Bribe, Tzadik 1998
-Godard/Spillane, Tzadik 1999

Classical
La tecnica del "collage" multistilistico è un elemento fondamentale anche nei dischi a tema musicale esclusivamente classico: l'atonalità tipica dei movimenti seriali viene fusa con i suoi ricorrenti pasticci strumentali. Non è certamente quella parte di personalità di Zorn che preferisco in assoluto, sebbene i dischi che vi ho consigliato sono tutt'altro che brutti: penso però che uno dei contributi di Zorn nella classica che si ricorderanno più a lungo sia quello che riguarda la klezmer music (musica ebraica) e l'interazione moderna con le culture musicali occidentali, tra cui anche quella classica.
-Aporias, Tzadik, 1998
-The String Quartets, Tzadik 1999

Jewish Music
Uno dei suoi pallini più pressanti in materia musicale è la passione per le tradizioni ebraiche e le sue possibili interazioni con altri generi. Al riguardo l'attività discografica è cospicua, ed è stata elaborata attraverso gruppi di musicisti appartenenti al suo entourage: Masada String Trio o in quartetto, Masada Chamber Ensemble (Bar Kokhba), Electric Masada, si impegnavano ad improvvisare in chiavi diverse (in stile chamber jazz o jazz-rock ad es.). Inoltre, pur non segnalandoveli, direi di tener presente i lavori della collana "Book of Angels" in specie quelli per Mark Feldman/Sylvie Courvoisier (Malphas, vol. 3), Marc Ribot (Asmodeus, vol 7), Erik Friedlander, (Volac, vol. 8), tutti Tzadik R., nei quali gli artisti citati suonano con personale libertà composizioni di John Zorn sul tema.

-Kristallnacht, Eva, 1993
-Masada Chamber Ensemble, Bar Kokhba, 1996
-The Circle Maker, Tzadik 1998
-Masada Quartet, Live in Sevilla, Tzadik 2000
-Electric Masada, 50th Birthday Celebration, vol. 4, 2004

Filmworks:
Zorn dedica una serie ormai lunghissima di albums per colonne sonore dedicate a piccole produzioni cinematografiche, spesso cartoni animati. Vi consiglio di ascoltare la bella antologia proposta da Zorn (uno o due brani massimo per film), per farvi anche un'idea del tipo di lavoro svolto, dato che spesso queste produzioni hanno una valenza più limitata e legata allo scopo che devono perseguire. E comunque scorgerete qua e là delle piccole perle musicali che vi "costringeranno" ad andare sui "numeri" della collana.
-Filmworks anthology, 1986 to 2005, 20 Years of Soundtrack Music, Tzadik 2005

Altri generi:
Sono soprattutto i lavori dedicati alla "collana: Music Romance", in cui combina stili retrò come l'exotica (un genere "ritmico" degli anni cinquanta espressione delle culture locali di alcuni posti "esotici" della Terra) o il surf-rock (il genere californiano portato alla ribalta internazionale con i Beach Boys), con sprazzi di jazz, musica classica e punk, e la collana "Archives Series". Qui si trova il John Zorn più accessibile, ma nondimeno meno interessante, in creazioni che tendono ad esaltare meno l'aspetto solistico e più quello atmosferico.
-The gift, Tzadik, 2001
-The dreamers, Tzadik, 2008
-O'o, Tzadik, 2009
-Alhambra love songs, Tzadik 2009

giovedì 11 marzo 2010

John Hiatt

 

 In occasione del suo ultimo disco "The open road" New West Records, 2010, (del quale preferisco non parlare) ripercorriamo brevemente le principali tappe della carriera di John Hiatt, originale cantautore americano, cinquantottenne, nativo dell'Indiana.

Leon Russell aveva creato tra la fine dei sessanta e l'inizio dei settanta un suo entourage musicale, componendo e suonando in diversi dischi di cantanti che poi sarebbero diventati famosi (Joe Cocker, Eric Clapton, Steve Winwood, ecc.) L'esordio di Hiatt nel 1974 "Hangin' around the Observatory" si poneva proprio in quella tradizione dei cantanti "soul" leggeri, sebbene mostri anche altre influenze. (il brano migliore è una ballata country-folk "Rose"). Con il successivo "Overcoats" 1975 si indirizza maggiormente verso il rock ed il country: tuttavia nonostante qualche brano già di alto livello ("One more time" "Smiling in the rain"), John non ha ancora maturato la sua personalità musicale. Quando si trasferisce a Los Angeles cambia coordinate e da lì inizia la sua vera carriera: in possesso di una voce "black" fenomenale pur essendo bianco, comincia a incidere in una vena melodica molto vicina a quella di artisti come Graham Parker o il primo Elvis Costello: il suo è un cocktail di generi musicali, un impianto sonoro che risente molto delle mode musicali di quei tempi: siamo a fine anni settanta e il punk è il genere imperante: "Slug Line",1979, è il suo primo album importante che nell'insieme restituisce un artista dotato di grande freschezza compositiva. Le prove discografiche successive, nonostante la qualità spesso "leggera" del materiale, confermano lo standard compositivo dell'artista americano che viene definito dalla critica a ragion veduta, il "Costello d'America". Con l'album "Warming up to the ice age", 1985, comincia una prima emancipazione dello stile verso un più marcato gusto sudista, che costituisce l'inizio della stagione migliore del cantante. Purtroppo, come avviene spesso, (penso per es. a Jackson Browne prima dell'album "The Pretender"), gli avvenimenti tragici della vita personale di John, lo conducono dritto dritto al suo capolavoro "Bring the family" 1987, disco in cui la partecipazione di Ry Cooder, Nick Lowe e Jim Keltner conferisce alla musica un sapore che è allo stesso tempo agre e nostalgica, amara ma speranzosa: in questo disco emergono delle grandi songs che fanno parte del miglior patrimonio cantautorale americano: oltre alla splendida "Have little faith in me", assolutamente da incorniciare sono "Memphis in the meantime", "Alone in the dark" e le ballate "Lipstick Sunset" e "Tip of my tongue", senza dimenticare la più costelliana "Learning How to Love You". Particolare riguardo ai testi: ........in tempi in cui si sfornano love songs con le massime dei Baci Perugina e l'eros è ridotto a una marca di slip, Hiatt restituisce senso al parlar d'amore, salvandolo da banalità e sentimentalismi con un linguaggio schietto e reale....così scrive Mauro Zambellini nel suo libro "Southern Rock". Hiatt ci riprova l'anno successivo con "Slow Turning" ma l'album è nel suo complesso inferiore a "Bring the family", nonostante abbia anch'esso notevoli canzoni come la title track e "Drive South"; continua nel 1990 con "Stolen Moments" dove firma una serie di canzoni che pur non avendo la drammaticità di "Bring the family", ci restituiscono un artista finalmente sereno che scrive grandi canzoni come "Real fine love", "Seven Little Indians", "Thirty years of tears", "Through your hands". Poi, influenzato dalle mode "grunge" nel 93 fa uscire alle stampe "Perfectly good guitar" un album notevolissimo ed omogeneo in cui difficile ed ardua è l'impresa di sceglierne la migliore. Dura poco questa svolta perchè nel '95 la sua nuova uscita "Walk on" ritorna ad un songriting di stampo classico ma nondimeno di valore: Hiatt scrive ancora canzoni come "Cry Love", "Walk on", "The river knows your name" e "Wrote it down and burned it", con quest'ultima che fa pensare ad una transizione verso un stile più evoluto. Purtroppo, però non è così: il disco successivo "Little Head" è un disco di canzoni pop che delude non poco. Il 2000 è l'anno del folk-blues acustico di "Crossing Muddy Waters", da molti considerato uno dei suoi lavori migliori, e l'anno successivo di "The Tiki Bar Is Open", un album suonato splendidamente (complice la presenza del bravissimo chitarrista Sonny Landreth e dei Goners, la sua miglior band) che sembra indurre ad una nuova fase creativa. Invece, devo ammetterlo, è il suo canto del cigno!! Da quest'album in poi, si inaugura una fase di mancanza di ispirazione palesissima, che purtroppo invece fa pensare ad un musicista pienamente appagato e lontanissimo dai fasti del passato.

Discografia consigliata:
Slug Line, MCA Records, 1979.
Two Bit Monsters, MCA Records, 1980.
Bring the Family, A&M Records, 1987.
Slow Turning, A&M Records, 1988.
Stolen Moments, A&M Records, 1990.
Perfectly Good Guitar, A&M Records, 1993.
Walk On, Capitol Records, 1995.
Crossing Muddy Waters, Vanguard Records, 2000.
The Tiki Bar is Open, Vanguard Records, 2001.

Loscil. Endless Falls



Nuovo lavoro per Loscil, in arte Scott Morgan, canadese musicista ambient di Vancouver, giunto al suo quinto lavoro ufficiale (sesto se si considerano gli EP) dopo quattro anni di assenza dall'ultimo cd, il bellissimo "Plume". Siamo di fronte ad uno dei pochi artisti di ambient degli ultimi anni di vera valenza musicale: partito come musicista elettronico e senza nessuna band, dopo aver dato alle stampe un disco imparentato con la termodinamicità, con "Submers" nel 2002, compie il salto di qualità. Il disco dedicato ai sottomarini e alle esplorazioni dei fondali, rappresenta un validissimo compromesso tra l'elettronica primordiale degli anni 70 e le nuove evoluzioni. I dischi successivi non faranno altre che confermare questa tendenza, anzi a rafforzarla, poichè Loscil arrichisce il suo tessuto musicale con una band e dei musicisti specializzati del settore: "Plume" ne è l'esempio migliore. Loscil è un musicista intelligente, è uno dei pochi che fa dischi in tema ("Endless falls" è dedicato al tema della pioggia) e soprattutto è musicista originale: assieme al solito tappeto sonoro di base (anche in drone) della maggior parte dei musicisti ambient, unisce combinazioni sonore o patterns campionati progettati per essere fruiti nell'insieme (possono essere violini, chitarre sintetizzate o altro) e strumenti concreti (crepitii, tintinii, rumori atmosferici, ecc.). Ne viene fuori un ambient di sostanza, a tratti cosmico, che non si presta solamente ad un ascolto irriverente ma fornisce dei punti di collegamento (nelle ampie durate dei brani) anche a coloro che richiedono motivi di "interesse" musicale nella fruizione.
"Endless falls" differisce dai suoi predessori poichè introduce dei violini "minimali" nel brano di apertura (la title track), un apertura maggiore verso basi dub e soprattutto perchè inserisce il parlato nel brano finale. Tali novità alla fine solo quelle che rendono più normale l'esposizione musicale di Loscil e mi fanno sembrare "Endless falls" un gradino sotto i suoi migliori album. Da segnalare "Lake Orchard", tra i migliori brani dell'artista.

Dischi consigliati: Submers, Kranky 2002/ Plume, Kranky 2006

martedì 9 marzo 2010

Thierry Lang: Lyoba revisited


Thierry Lang appartiene a quella folta schiera di pianisti jazz che ha un gancio fortissimo nella tradizione evansiana: partito in trio, l'artista svizzero si segnalò subito per il contratto che riuscì subito ad ottenere presso la Blue Note per la registrazione di un disco; poi dopo quella positiva avventura, ha alternato dischi in gruppo e solisti al piano, con materiale spesso ripetuto (come è nelle abitudini di molti jazzisti be-bop) e non sempre eccelso. Questo primo disco con la Act Music riprende i temi già trattati nei suoi due ultimi cd usciti solo in Svizzera; Lang riprende i temi corali che furono di due suoi connazionali, l'abate Joseph Bovet e il suo successore Pierre Kaelin, entrambi professori di canto gregoriano e sostituisce l'attività in trio con una mini orchestra da camera, dove al suo piano e al contrabbasso subentrano un filicorno e 4 violoncelli. E il risultato è notevole, perchè il disco acquista una valenza classica tutta particolare perchè ossequiosa della sua tradizione culturale. Dovendo trasformare i canti in musica, l'attenzione si sposta molto sul lavoro di trasposizione che Lang ha dovuto affrontare e quindi ci porta lontano dal suo standard jazzistico per approdare ad un suono che è una mistura di spunti da ensemble da camera misto a spunti jazzistici. "Le ranz de vaches", "L'immortelle de Jean", "Adyu mon bi payi" sono delle riproposizioni moderne, riuscitissime e coinvolgenti, che forse non distinguono per livello di difficoltà esecutiva, ma entrano nella pelle per la forte emotività creata.
Discografia consigliata:
-Nan, Blue Note, 1998 /Guide me home, Blue Note 2000

lunedì 8 marzo 2010

L'innovazione musicale nel minimalismo classico



Per tutto l'Ottocento musicale impera il Romanticismo e tutte le sue teorie. Gli strumenti musicali rispettano il sistema di accordatura chiamato temperato equabile, che si basa sulla costruzione di una scala tonica, cioè fatta da toni e semitoni che in tutto arrivano a 12 costituendo un ottava. Vi è sempre una sorta di gerarchia tra le note musicali e non si sente il bisogno di esplorare nuovi orizzonti: il sistema ben temperato era stato il riferimento musicale del passato (circa 300 anni, ma continuerà ad esserlo anche dopo l'Ottocento). Tutte le convenzioni musicali si basano su questo sistema, che tuttavia non costituisce l'ordine naturale dei suoni. Alcuni musicisti, grazie alle misurazioni delle frequenze dei suoni rese possibili da nuovi macchinari di rilevazione e al fervore con cui affrontano questo problema, cominciano ad avere visuali diverse: si fa largo l'idea che gli strumenti possano essere esplorati: per es. per dirla alla Charles Ives, sarebbe necessario fisicamente inserirsi tra gli spazi dei tasti del pianoforte e vedere se è possibile ottenere nuove scale e nuovi suoni. La questione non è limitata solo alle possibilità offerte dalla tecnica, cioè la possibilità di comporre usando centesimi di tono, ma si rivolge anche agli strumenti, poichè la stratificazione del suono e la sua misurazione fece scoprire che lo stesso aveva degli effetti armonici non distinguibili benissimo all'orecchio umano ma chiarissimi alla rilevazione dello strumento che li misurava. Di qui il cosiddetto dibattito sull'utilizzo dei sovratoni che seguiva di pari passo quello riguardante i toni e i semitoni. (sempre Ives, pur aderendo alla teoria, usò i quarti di tono solo in alcune composizioni)
Elliott Carter a fine Ottocento, criticava questa impostazione, perchè non riusciva a dare importanza ai sovratoni, riteneva che non fossero necessari per la struttura musicale. Di contro, all'inizio del Novecento Harry Partch invece costruiva strumenti appositi per accogliere queste modifiche. (paragonava il suono ad un foglio di carta ove le note non erano altre che macchie di inchiostro e quindi parte di un sistema tutto da esplorare). Partch spese tutta la sua vita a lavorare sulla microtonalità, spesso in condizioni di vita veramente disagiate, con strumenti accordati in diverse regolazioni (limiti) di just intonation. Grazie ai contributi di due artisti messicani: Novaro e Carrillo, e a Ferruccio Busoni che portò alla ribalta degli armonium costruiti appositamente con ottave a 36 suoni, che si potè cominciare a parlare di scala diatonica e di processi armonici, nonchè di temperamento non più equabile, ma naturale.
Ed è qui che si inseriscono i primi minimalisti negli anni sessanta (siamo nel novecento): i minimalisti rivendicavano un ordine naturale dei suoni che era stato prerogativa dei popoli antichi della Terra, ribadendo le relazioni matematiche tra i suoni e conferendo indirettamente un sapore mistico al movimento: varie popolazione indigene della Terra, nonchè tutta la disciplina Orientale non aveva nulla a che fare con il sistema ben temperato e le sue convenzioni: durante il novecento, quindi si cercò di sviluppare la microtonalità (terzi di tono, quarti di tono, ecc.) e la just intonation, cosiddetta giusta intonazione o naturale intonazione.
Kyle Gann, noto professore e lui stesso musicista minimalista, in un suo articolo ha spiegato i tratti tipici del movimento. I minimalisti si distinguono per alcune caratteristiche comuni: si muovono con una nota o poche note e utilizzano una corda o pochissime corde, usano la ripetizione, lavorano con un pattern di processi che viene integrato al massimo due volte nel brano, alcuni usano il drone. Il movimento si pone come reale alternativa al serialismo e a tutti i suoi sviluppi: come afferma Piero Scaruffi a proposito del brano di Terry Riley "In C" ....giunge all'improvviso, inaspettata, figlia di quelle ricerche sui "ritardi via nastro", mentre i conservatori progettano sinfonie dissonanti o sonate elettroniche...Non è abbastanza radicale da appartenere al dadaismo "cageano" e non è abbastanza "seria" da rientrare nell'espressionismo darmadtstiano.....
Quindi primo vero elemento innovatore è l'uso della ripetizione: in tal senso, Terry Riley mise in musica la suite "In C", dove la lettera sta per il do musicale che si "ripete" per tutto il brano; costruisce poi 53 partiture per strumento che vengono man mano inserite. Philip Glass in maniera ciclica ripropone le sue armonie statiche in parecchie opere della gioventù ("Music in changing parts", "Music in Twelve Parts"). David Borden compie un passo ulteriore nello sviluppo della corrente musicale introducendo nella composizione una valenza al contrappunto ("The continuing story of the counterpoint").
Il più importante e influente minimalista è La Monte Young che con un disco di quasi cinque ore "A Well Tuned Piano", ricostruisce l'accordatura del pianoforte in modo da ottenere la just intonation. Questa composizione in cinque parti, ripetitiva, ossessiva, dichiara apertamente il suo amore per la musica concepita come organismo vivente: dallo strumento escono note che sembrano "stonate" alle nostre orecchie abituate alla convenzione dei 12 toni, ma che fanno muovere il musicista e l'ascoltatore in un mondo musicale realmente diverso. Questa presunta "stonatura" dà luogo a continui cambiamenti nell'armonia e nei timbri e "costringe" il suo esecutore a rincorrerli con altre note o accordi che possano adeguarsi: il processo così va avanti, si evolve continuamente al pari degli organismi viventi e dà all'ascoltatore un senso di ipnosi. (e qui si nota come il fine musicale è parente di quei filoni musicali orientali). Un seguace dei nostri giorni di La Monte Young è Michael Harrison, il quale ha costruito pianoforti secondo un proprio metodo frutto dell'evoluzione di quello del suo maestro: la "pure intonation" ottenuta con un "harmonic piano" cioè un grand piano che offre la possibilità di suonare su un ottava fatta di 24 note.
Un'altra innovazione sta nel "phasing" ed è dovuta a Steve Reich: il phasing è l'uso non sincronizzato di due suoni in maniera che l'uno segue l'altro; il processo applicato alle combinazioni non suolo di suoni ma anche dei ritmi e delle melodie produce un effetto reiterativo impressionante.
Il violinista Tony Conrad e la sua allieva, la fisarmonicista Pauline Oliveros sono invece i fautori della "deep listening": utilizzando anch'essi la just intonation, tendono a far emergere gli effetti di risonanza o di riverbero che possono venir fuori da spazi particolari come le cave, gli interni delle cattedrali, enormi sotteranei (cisterne). In particolare la Oliveros si distingue anche per la "sonic awareness" ossia l'abilità a concentrare l'attenzione sui suoni musicali, cercando di trarre dai suoni implicazioni terapeutiche, come descrive l'autrice nella sua teoria una sintesi della psicologia dei flussi della coscienza. Tra i discepoli della "deep listening" troviamo anche Ellen Fullman, che è famosa per essere riuscita a comporre con il "long string instrument", uno strumento musicale accordato in just intonation, dotato di due lunghi bracci di corde di circa 300 metri che emettono suono risonante al loro sfioramento: la Fullman suona camminando in mezzo a questo flusso di onde sonore cercando di esplorare il moto vibratorio longitudinale delle corde.
Importante è anche il contributo innovativo dato da Harold Budd, che da sempre aveva avvertito l'esigenza di dare un contenuto archittetonico alla composizione musicale: gli spartiti devono avere un bell'aspetto, anzi venivano giudicati in base a questo, la composizione doveva essere modulare, cioè poteva essere "inscatolata" e unita ad altre in modo compatibile.
I movimenti post-minimalisti hanno, non solo provveduto a recepire le istanze rinvenienti da altri generi musicali, ma anche ad effettuare particolare operazioni sul timbro degli strumenti e sui processi armonici da essi generati. Quest'ultimo movimento, chiamato con molte definizioni "massimalismo", "totalismo", ecc. studia a fondo la scala naturale armonica e gli ipertoni (o sovratoni) emessi dagli strumenti a corda e dai fiati.
Helmholtz, fisico tedesco dell'800 che sviluppò una teoria per spiegare le relazioni tra timbri e sovratoni, aveva stratificato i processi armonici e aveva scoperto che la sostanza del suono veniva dalla prima armonica, la seconda gli dava limpidezza, la sesta e l'ottava lo rendono squillante, la settima e la nona lo inaspriscono. La serie degli armonici naturali prevede poi che il 7-11-14 armonico sono calanti e il 13 è crescente dove il suono principale è il Do: questa fondamentale scoperta favorisce il loro uso da parte di molti chitarristi minimalisti per avere particolare enfasi nel suono, basterà che gli stessi scoprano le tantissime armoniche presenti su loro strumenti. Bisogna tener presente che a differenza del pianoforte ove il suono è secco e non produce armoniche esatte, nelle chitarre o nei violini le frequenze sono nettamente udibili e piene di ipertoni. (il violoncello ad esempio ne ha più di 10); sebbene in modi diversi, anche gli ottoni possiedono alcune armoniche. Tra i massimalisti più innovativi che hanno sperimentato sugli ipertoni troviamo Glenn Branca, Rhys Chatam (specializzati nei sovratoni delle chitarre) e Arnold Dreyblatt (specializzato nei sovratoni dei violini).
A proposito dei timbri, una brillante scoperta è stata effettuata da Gyorgy Ligeti e (ripresa anche da Stockhausen), che è riuscito a far emergere un nuovo concetto di polifonia vocale. La"micropolifonia" è una tecnica compositiva nella quale almeno dieci esecutori eseguono la propria parte in modo distinto da quella di altri dieci, in modo da creare degli effetti particolari: le armonie non cambiano improvvisamente, ma si mescolano lentamente l'una con l'altra: questi effetti si possono apprezzare pienamente nel brano "Lux Aeterna" che è un perfetto caleidoscopio di continue e singole figure polifoniche che si addensano in un meraviglioso amalgama.


Discografia minima consigliata:
-Harry Partch, Delusion of fury, Columbia 1971
-La Monte Young, A well tuned piano, Gramavision 1988
-Terry Riley, In C, Columbia 1970
-Philip Glass, Music with the changing parts, Chatam Square, 1973/Music in Twelve Parts, Caroline 1976
-Steve Reich, Octet, Music for large ensemble, Violin Phase, ECM 1980
-Tony Conrad, Four Violins, Table of elements 1964, ristampato nel 1997
-Pauline Oliveros, Deep listening, New Albion 1989
-Ellen Fullman, Long string instrument, Apollo 1985
-Harold Budd, Serpent/Childrens of the hill, Cantil 1981
-David Borden, The continuing story of Counterpoint, 1988 (in tre parti)
-Michael Harrison, Revelation, Cantaloupe 2009
-Glenn Branca, Ascension, 99records 1981, ristampato Acute 2003/Symphony n. 3, Neutral 1983
-Rhys Chatam, An angel moves too fast to see, Table of elements 2003
-Arnold Dreyblatt, Animal Magnetism, Tzadik, 1995
-Gyorgy Ligeti, Lux Aeterna, 1966
Bibliografia consigliata:
-Suoni di una terra incognita. Il microtonalismo in Nord America (1900-1940), Libreria Musicale Italiana
-Minimal music, maximal impact, Kyle Gann su NewMusicBox, 1/11/2001
-Minimalism (storia della musica), Piero Scaruffi sul suo sito www.scaruffi.com
Per le definizioni o argomenti su alcuni termini usati, consultare l'enciclopedia Wikipedia sempre su Internet.





































sabato 6 marzo 2010

JOANNA NEWSON: Have one on me






Riprendendo un pensiero di N. Mazzocca nella sua recensione su Onda Rock di The Milk-eyed Mender.........."Joanna Newsom suona principalmente l’arpa, in alcune occasioni anche il piano, l’harpsichord e un wurlitzer e, soprattutto, canta in maniera eccezionale. Non tanto in quanto dotata di chissà quale accademica preparazione vocale, ma solo perché si ritrova di natura un timbro fortemente caratteristico e originale, che è capace di sfruttare a dovere e nella maniera più giusta: Joanna Newsom canta come una bimba piccola".......e a proposito del rapporto tra la voce e i suoi testi......"La sua voce è quella di una bimba piccola, la sua capricciosa espressività è quella di una bimba piccola, la teatralità con la quale pone l’enfasi su certe particolari frasi e passaggi è quella dei bimbi piccoli, quella delle interrogative che vertiginosamente stridulano verso l’alto, delle esclamative che si abbattono verso il basso come il martello sull’incudine, dell’imbarazzo misto all’orgogliosa consapevolezza di stare parlando di "cose da grandi" quando si tratta di frasi d’amore, dell’eccitazione divertita di quando si propone un nuovo gioco che si è appena inventato"........., penso che si è descritta l'artista in maniera perfetta; mancano solo le radici musicali che sono vicinissime alla prima Joni Mitchell quella di "Ladies of the canyon" o di "Blue" tanto per intederci, a quella dolcezza (anche pop) che è stata la prerogativa della seconda ondata delle folksinger al femminile (penso alle modulazioni di Kate Bush o Tori Amos), ad un certo classicismo (nell'uso degli strumenti).
Personalmente, ritengo che questa sia una delle migliori scoperte che la musica internazionale abbia fatto negli ultimi anni, e il suo precedente album "Ys" (secondo della serie) l'ha proiettata immediatamente in una dimensione di eccellenza per tutti i motivi sopracitati: in quest'album che molti critici considerano il "disco rock" del decennio, di fianco al suo magico e fiabesco raccontare che per la lunghezza dei brani ha fatto venire alla mente il Dylan di "Sad Eyes of the Lowlands", univa anche una serie di arrangiamenti "classici" studiati per assecondare gli scatti vocali, le discese e risalite umorali dell'autrice nel dipanarsi dei suoi racconti.
"Have one on me" è un triplo disco, che contiene alcune tra le cose migliori da lei scritte e si mantiene ad alti livelli soprattutto nei primi due. Vi è solo un maggior accostamento dell'artista alle muse da cui ha tratto ispirazione, riducendo il parco arrangiamenti e aumentando la padronanza vocale nei brani, cosa che probabilmente le fa perdere appeal in originalità.
La partenza del cd è fenomenale: "Easy" è strepitosa, forse il brano migliore in assoluto della sua carriera, mentre "Have one on me" e "81" gli sono a ridosso. Se il disco continuasse così saremmo di fronte ad un nuovo capolavoro nella storia del rock... con "Good Intentions Paving Company" e "No Provenance" il livello scende un pochino, per chiudere bene con "Baby birch"; il secondo cd si apre con la splendida "On a good day" e continua ancora con "You and me bess" e con un degli highpoints del cd "In California" che rientra di diritto nei migliori brani folk di tutti i tempi; notevoli ancora "Jackrabbits" e "Go Long" che chiudono il cd. Il terzo cd invece ci restituisce una Joanna più normali con brani che rispetto a quelli citati sono abbastanza inferiori, forse solo "Kingfisher" è di livello superiore.

Quindi in definitiva, non un album perfetto, ma sicuramente di conferma del suo talento: il folk e la musica in generale, ha ormai acquisito una nuova campionessa nelle sue fila.