Translate

venerdì 31 dicembre 2010

New Age: Piano Solo (prima parte)


Uno dei dilemmi principali della new age ed in particolare dei suoi pianisti risulta essere quello della loro univoca similarità musicale che spesso fa scattare nell’ascoltatore una salda tendenza all’accostamento generale: siamo ormai arrivati alla quarta generazione di pianisti (intesa per decenni) se pensiamo che i primi album di new age solo piano furono pubblicati all’inizio degli anni ottanta; molti pensano che in realtà sia proprio il genere (uso il termine “genere” per esprimere i concetti, ma in realtà è in dubbio che sia valida anche questa espressione) ad aver espresso tutto e subito nell’arco di quindici anni, affermazione che, se è condivisibile riguardo all’evoluzione intercorsa fino ad oggi, pare leggermente controversa qualora si pensi a quel particolare flusso melodico che i pianisti hanno coltivato nella loro preparazione, la cui intensità spesso divide un pianista new age medio da uno decisamente più consistente e conseguentemente i suoi dischi. Certo, la tecnica pianistica non sarà eccelsa, nella maggior parte dei casi non paragonabile ai slanci tecnici dei principali pianisti di appartenenza classica (romantici, impressionisti, espressionisti, ecc.), è però quel modo di suonare estatico, con forte uso delle dinamiche sonore, dei pedali, degli arpeggi ricamati allo scopo solo di “descrivere” un paesaggio, uno stato d’animo, una realtà che risulta molto più importante alla fine dei conti rispetto ad una personale caratterizzazione artistica.
Nelle poche fonti enciclopediche su questo fenomeno recente e come detto per alcuni forse passeggero, correttamente viene indicato tale pianismo, come da “resulta”, ossia influenzato da un’ insieme di generi preesistenti: rock (molti pianisti new age provengono dal rock e sono chiari i riferimenti al pianismo di artisti allora in voga come Elton John e Billy Joel), jazz (Ecm sounds) e in misura meno pronunciata l’ambient, e le colonne sonore dei film americani; se è vero che la new age (anche a livello generale) è un fenomeno nato in America, sicuramente a servizio degli hippies statunitensi, vero è anche, che le sue manifestazioni presero corpo grazie ad artisti americani che incidevano con una certa austerità e tranquillità che era tipica della musica classica occidentale: il primo grande esempio di new age al riguardo nacque proprio in Europa grazie alle registrazioni in casa Eicher dei primi dischi di piano solo di Keith Jarrett, pianista emergente negli anni settanta che condensava nella sua musica echi di gran parte del pianismo conosciuto fino a quel tempo: in particolare il suo più esteso e libero nella forma “Koln Concert”, specie in alcune sue parti sparge già i semi della contaminazione tra pianismo rock (ossia pianismo teso a recuperare melodicità e timbriche atte a rimescolare i generi tradizionali americani rinvenienti dal blues, country, etc.), pianismo jazz (quello che Jarrett ha assimilato tenendo presente le lezioni dei boppers, modalisti e quelli del free jazz) e surrettizie colorazioni pianistiche tendenti alla musica ambientale e classica. Un altro progenitore del pianismo new age può considerarsi Lyle Mays che darà un saggio delle sue moderne propensioni musicali negli album a suo nome e in quelli del Pat Metheny Group nonché per ciò che interessa la nostra trattazione nell’album solo “Improvisations for Expanded piano”; e per questa via importanti possono considerarsi i lavori pianistici di Steve Kuhn, Egberto Gismonti, ed altri ruotanti attorno all’egida dell’Ecm Records.
Quindi in sostanza una “nuova” esplorazione del piano, che in molti momenti, fa pensare ad un pieno recupero delle sonorità del periodo romantico, in una sorta di appendice più rilassata dal punto di vista tecnico, ma che tende ad una piena e contestualizzata meditazione spirituale.
La prima generazione di pianisti new age nasce grazie a George Winston, che con il suo primo album “Autumn” dà il via alla grande stagione del “genere”: Winston viene considerato come uno dei più grandi compositori pianistici di musica non classica suonante musica atmosferica; i suoi omaggi musicali alle stagioni restano non solo pionieristica musicale new age, ma anche uno degli esempi non superati di pianismo che valica i confini con un particolare tocco energico sulla tastiera (rimembranze da clavicembalo) e un sapore progressivo (detto anche folkish) in echi di Mike Oldfield. Se Winston è il re delle stagioni, Michael Jones è il re delle fughe (“Seascapes”, “Pianoscapes”), ma non quelle famose di Bach o dei suoi discepoli, bensì quelle colorate, dense articolazioni di suono che tendono l’idea di un pieno impressionismo musicale. Il suo originale percorso, che sarà poi oggetto di imitazione, continuerà anche nei decenni successivi con album notevolissimi al piano solo come “Morning in Medonte” e “Air Born”. Marcus Allen può invece essere considerato uno dei padri putativi del pianismo new age di stampo neoclassico tanto di moda negli ultimi anni: molto sul versante Satie, leggermente oscuro, “Solo flight” è la lezione che verrà impartita a tutto il movimento “modern classical” e “post-rock” posto sullo stesso versante. Più leggiadro e decisamente più “cantabile” è il pianismo di David Lanz che si impone negli album “Heartsounds” e “Nightfall” che insieme a Peter Kater nei suoi solo “Spirit” e “Anthem” costituiscono la forma musicale più vicina al confine (spesso labile) tra new age senza compromessi e new age di mero consumo; mentre più vicina alle sembianze di Jarrett e Mays è il pianismo soggetto a frequenti cambiamenti di tono della pianista Liz Story. Ma la lista dei valenti pianisti del decennio 1980-1990 non si ferma qui.

Nessun commento:

Posta un commento

Nota. Solo i membri di questo blog possono postare un commento.