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lunedì 13 dicembre 2010

Alcuni interessanti lavori di "fusion" del 2010



E’ passata molta acqua sui ponti da quando furono effettuati i primi connubi tra il jazz e il rock: la situazione odierna vede molti spunti sul versante discografico, con una prevalenza dei musicisti che ne hanno fatto la storia ed una serie minore che incide silenziosamente apportando nuovi contributi ad un genere, sempre affascinante sebbene notevolmente esplorato. Ogni anno si possono trovare quei tre/quattro cds che si staccano dalla media e costituiscono delle gemme conosciute solo dagli addetti ai lavori (e spesso nemmeno da essi).
La Clean Feed Records, etichetta portoghese, quest’anno ha presentato due intelligenti esempi di free jazz contaminato da aspetti ritmici: uno è "West" dei Lawnmower, un gruppo statunitense di New York, composto da un quartetto dove figurano due chitarre Geoff Farina e David Littleton, la batteria di Luther Gray, conosciuto più per i suoi trascorsi rock, e l’ottimo, direi atmosferico, sassofonista alto Jim Hobbs: il quartetto si muove su una lenta ma costruttiva batteria accompagnate dal contorno non invasivo delle chitarre (che si ritagliano uno spazio tipo Frisell) e danno spazio ai lunghi assoli di Hobbs, in clima che potrei definire da “free-jazz psichedico”, un ipnotismo che non deve far pensare a qualcosa di neurotico, al contrario è decisamente gradevole e validissimo dal punto di vista tecnico, con un utilizzo discreto del caos musicale derivante dai passaggi più “allucinati” del gruppo.
L’altro gruppo è invece quello dei TGB, composto dai portoghesi Mario Delgado alla chitarra, Alexandre Frazao alla batteria e Sergio Carolino alla tuba, rientra nelle cose migliori del neonato jazz di quel paese (vedi mio post precedente): “Evil Things” sfrutta ancora l’idea della cover revisionata secondo il modello che Bill Frisell ha utilizzato per tutta la sua carriera, una dimensione demandata interamente ai musicisti e al loro modo di sentire i brani: ne risulta un album tutt’altro che scontato, dove l’impianto jazzistico è ancora molto presente ma frequenti sono le interazioni con i modelli musicali del blues e del rock anche pesante: emerge un sound d’assieme resistente agli ascolti che certamente acquista un quid di particolarità grazie alla tuba di Carolino, che sembra provenire da studi classici, sebbene qui suoni con tutt’altra filosofia, dando la sensazione di essere il collante dei temi di Delgado e Frazao (vedi in tal senso “George Harrison”).
Altro notevole lavoro è quello registrato su Abstract Logix di Ranijt BarotBada Boom”: l’attuale batterista indiano di John McLaughlin, si circonda in questa incisione di uno stuolo di notevoli musicisti, anche se non tutti propriamente appartenenti al giro abituale degli artisti “fusion” (tra questi si segnalano Tim Garland e Gwilin Simcock) per cercare di coniugare il solido impianto elettrico che ha caratterizzato la fusion dei settanta ed oltre, con i soliti temi di derivazione orientale, in un linguaggio però ha qualcosa in più degli ultimi lavori troppo standard di McLaughlin, poichè alza praticamente il tiro sulle sue origini, permeando il lavoro di sapore orientale e di varietà stilistica, in una struttura musicale che è chiaramente occidentale.

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