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martedì 14 dicembre 2010

Due sassofonisti dal timbro “cool”: Jason Robinson e Daniel Carter



La generazione di musicisti nati durante il periodo west-coast che il jazz americano ha attraversato negli anni quaranta, si caratterizzò non solo perché i suoi fautori cercavano nuove strade espressive, ma soprattutto per aver impresso alla loro musica un particolare suono umorale chiamato “cool”, che in questo caso varrebbe dire “tranquillo, rilassato” con cui caratterizzavano i loro prodotti musicali in antitesi con il sound più scattante del be-bop. Tutti i principali attori di quel periodo (Mulligan, Baker, Konitz, Desmond, etc.) forgiarono un pregevolissimo modo di “accarezzare” gli strumenti, ma in verità essendo il cool più che un genere un’inflessione sonora, questo sarà anche il loro limite diventando difficile il distinguo (se non con attenzione ed applicazione pratica) per capire chi stia suonando dietro lo strumento senza conoscerlo: l'originalità venne divisa a beneficio di tutti.
Un moderno rappresente del “cool”, nel senso che il sound è nettamente immerso nella realtà odierna e suona sì "libero" ma rispettoso di quell’inflessione di cui si è detto prima, è il multi-reeds Jason Robinson, classe 1975, professore universitario, che negli ultimi dieci anni ha messo su una carriera eclettica, basata su un efficace riproposizione del jazz più creativo dei settanta unito agli studi che molti musicisti stanno compiendo usando il computer e le sue possibilità interattive: difatti oltre ad alcuni progetti di gruppo tra i quali spicca quello dei Cosmology, la minuta discografia da leader mostra un compositore diviso tra improvvisazione inserita in un contesto più tradizionale e improvvisazione “futuristica” con largo uso di tecniche di estensione e di scambio tecnologico con l’elettronica. Non è il solo, è ormai dilagante questa ricerca in più parti del pianeta (vedi tra i più recenti esempi George Lewis), ma Robinson può considerarsi un pioniere nella concertistica in “rete”, che gli permette attraverso adeguati software di suonare con altri strumenti in interconnessione simultanea. Quest’anno sono stati addirittura tre i lavori pubblicati da Robinson che confermano questo trend: “Cerberus Reigning" (Accretions) è lavoro sperimentale che si riallaccia al suo secondo album da leader “Tandem” ed in generale alla discografia più "avanzata", mentre “The two faces of Janus” (Cuneiform) è invece il suo debutto come leader di una formazione allargata: spostandosi dalla California a New York, Robinson ha trovato la stima di colleghi importanti come Marty Ehrlich, Drew Gress, George Schuller, Rudresh Mahanthappa e Liberty Ellman, in un lavoro validissimo di interposizione temporale (che significa anche ripresa del passato) e con alcune composizioni che mostrano una modernità e un livello tecnico d’improvvisazione altissimo. Il terzo disco "Cerulean Landscape"(Clean Feed) è un duo che rende omaggio ad Ellington, condiviso con il pianista Anthony Davis (una leggenda del jazz a cui spero di poter dedicare al più presto un post), che oltre a ripresentare alcuni temi storici del pianista creativo americano, si dedica alla ricerca di quel giusto punto di equilibrio tra improvvisazione nel jazz e composizione di derivazione classica, di cui Davis era un maestro, dico “era” perché è dal 1993 che Davis non incide un disco (si dedica al teatro e alla scrittura classica): qui Robinson, fa valere non solo il suo status artistico, ma anche quello “sensitivo” con calibrati assoli immersi in quel ricco clima di mistero e di impressionismo musicale che il jazz creativo è in grado di donare.
Un sassofonista che non è californiano, ma che suona “cool” è il jazzista free Daniel Carter: nato nell’ondata dei nuovi improvvisatori americani degli anni settanta (David Ware, Roy Campbell, Matthew Shipp, etc.) venne alla ribalta delle cronache per aver partecipato al progetto musicale di “Other Dimensions in music” (i cui primi due albums sono basilari), in cui figuravano anche Shipp, Campbell, William Parker e Rashid Bakr: il gruppo si presentava come nuova associazione di idee e libertà musicale; poi ognuno di quei musicisti prese altre strade anche più personali, mentre Carter rimase fondamentalmente fedele a quella linea musicale: un suono puro, con caratteri di dolce astrattismo "free", da scultura del suono, sia pure, e questo non bisogna nasconderlo, memore del passato illustre del jazz. Negli ultimi anni il sassofonista si è circondato di molti amici musicisti tra cui elementi italiani residenti a New York (il batterista Federico Ughi e il pianista Alberto Fiori), ed ha mantenuto il suo registro in tutte le varie collaborazioni effettuate (tra le quali segnalo quelle trascendentali di tipo “orientale” con Shanir Ezra Blumenkrantz in "Chinatown"); partecipa ai dischi essenziali di William Parker ("Painter's Spring"), di Matthew Shipp ("Strata" e "Nu-bop"), ma sostanzialmente rimane dimenticato da gran parte della critica e del pubblico, nonostante continui a produrre musica di qualità. Questo ultimo lavoro di Carter "The perfect blue" lo dimostra ampiamente e fa il paio con l’altra delizia musicale di "Language" con Rueben Redding e Gregg Keplinger.


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