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domenica 19 dicembre 2010

Captain Beefhart: la trasposizione in musica delle arti


La morte di Don Van Vliet in arte Captain Beefhart non ci prende di sorpresa, poiché l’art-style rockman americano era da tempo affetto da una forma grave di sclerosi multipla. Mi preme però fare alcune considerazioni su questo musicista il cui disco del 1969 “Trout Mask Replica” viene spesso ricordato come il miglior disco di rock di tutti i tempi, soprattutto quando si ritiene che il rock possa essere esteso anche ad altri elementi. Captain Beefhart ha avuto il merito di imporsi non solo come cantante ma anche come musicista da riproduzione d’arte: suonava blues (alla Howlin’ Wolf), spesso in maniera rigorosa, ma non doveva trasmettere la sofferenza degli schiavi, ma il suo disfattismo acido e tremendo verso la società così come molto surrealismo pittorico propugnava ed in tal senso cercava di creare musicalmente passaggi sonori contorti, sgangherati ma non atonali, che potessero, assieme alla sua voce rauca e spasmodica, (con urla e ruggiti quasi animaleschi), riprodurre una diversa realtà umana; musicalmente Beefhart non fu accostabile per trasposizione solo al surrealismo di Dalì e Mirò, ma anche al movimento dadaista e in misura molto più contenuta a quello futurista (per via degli spunti rumoristici utilizzati); in specie, riguardo al dadaismo era innegabile l’evidente riferimento nei testi, che per lo più sbattevano in faccia all’ascoltare un continuo rinnegare lo stato dell’arte (questa caratteristica era anche di Zappa e veniva chiamata anti-arte) e la ridicolizzavano seguendo un copione che era ridivenuto di tendenza negli anni sessanta, con un programma non solo di intenti ma anche di pratica musicale con cui si scoprì che un nuovo linguaggio umano era possibile (d’altronde gli esperimenti dadaisti non erano solo di Beefhart e Zappa, pensate a tutto il movimento progressivo del rock di Canterbury). L’importanza di Beefhart quindi è duplice: sia per il fatto di essere stato uno dei primi a filtrare nella musica l’elemento della follia e della “rivolta” contro le arti tradizionali, sia soprattutto per essere stato il primo che nei meandri della fusione tra rock e jazz negli anni sessanta, riuscì a creare una reale alternativa ai suoni che Miles Davis e musicisti affini stavano creando, una sorta di “prospettiva” nettamente diversa: se il Davis di “Bitches Brew” cercava nell’unione tra generi un complotto melodico o comunque suggestioni elettroniche tese a ricreare un paesaggio sonoro con forme aventi una visibilità piena come nel cubismo di Picasso e Braque, Beefhart invece univa sprazzi di free jazz senza elettronica, con il suo rock-blues subliminale in modo da dare spazio alle sue “deformazioni” musicali, al senso nascosto dell’immaginario ed in tal senso nella storia del rock dovrà essere considerato, per forza d’urto, un precursore di quelli “originali”.
La discografia di Beefhart ha le sue impennate artistiche nel periodo che fluttua attorno al “Trout Mask Replica”: se l’esordio discografico “Safe as milk” già imponeva il suo caratteristico canto blues con qualche incursione soul, già da “Strictly Personal” il sound si faceva già più visionario, più intricato con brani più dilatati in cui il suo blues surrettizio si sposava con la jam improvvisata secondo gli stilemi del free jazz (“Mirror Man”). “Trout Mask Replica” fu seguito solo da un episodio dello stesso tipo, in cui i brani acquistano un tono di brevità e una forma da “pennellate” artistiche (“Lick My decals off baby”), poi Beefhart stanco forse di una vita economica poco appagante venne probabilmente manipolato dai discografici per molti anni alla ricerca di un sound più morbido che potesse andare incontro ad un pubblico più vasto negli anni in cui contemporaneamente andò in diverbio con Zappa e con i suoi più fidati musicisti, finchè nel 1978 ritornando sulle scene con “Shiny Beast” recuperò parzialmente l’identità perduta dei primi lavori, in un ritorno di breve durata a causa dell’ulteriore insuccesso commerciale che lo costrinse psicologicamente a ritirarsi completamente dalla scena musicale e dedicarsi alla pittura: quest’ultimo passaggio è sintomatico perché dimostrava come l’arte della musica non venisse abbastanza “indirizzata” dagli attori che la costituivano, a differenza invece della pittura dove Beefhart trovava un evidente appagamento artistico nello stile dell’espressionismo astratto (sebbene anche qui fosse all’inizio osteggiato dai critici pittorici). Un vero artista, che nonostante le diversità di vedute che ancora oggi molti avanzano a proposito delle modalità dissacratorie con cui amava rappresentarsi e della mancanza di una “anima musicale”, merita un grande rispetto: “Trout Mask Replica” è opera che rientra in quel cattivo leit-motiv che vede “scandalose” le opere nell’epoca in cui vengono composte, ma che poi diventano capolavori inestimabili nel tempo.

Discografia consigliata:
-Safe as milk, Buddah 1967
-Trout mask replica, Straight R., 1969
-Lick my decals off, baby, Straight R.,1970
-Mirror man, Buddah, 1971
-Doc at the radar station, Virgin 1980

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