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martedì 28 dicembre 2010

Bill Evans



Sebbene il pianista Bill Evans venga considerato uno dei musicisti jazz più influenti della storia, molti avventori ne non comprendono la portata musicale: nelle varie biografie ricavate dai libri pubblicati per celebrare la sua carriera artistica o in quelle ricavate da siti internet (in articoli a lui dedicati) si ricalcano gli aspetti “decorativi” della sua musica e meno quelli “artistici”: più musicista e meno compositore. Evans non sarà ricordato solamente perchè capitò nel momento giusto del jazz, jazz che in quegli anni stava iniziando ad intraprendere un nuovo percorso di modernità che non era solo esplorazione dell’avanguardia ma anche recupero del passato “normale” della civiltà musicale, ma soprattutto per aver dato modo al jazz di raggiungere un pubblico più vasto, con un linguaggio più diretto, semplice nell’ascolto, spogliato di orpelli e di qualsiasi banalità, teso alla ricerca di uno spirito musicale “positivo”. Dopo gli esordi profondamente immersi in una nuova caratterizzazione del be bop a prova di quei tempi (inizio anni sessanta), Evans che aveva un’ottima preparazione classica, capì che era possibile riprodurre nel jazz lo stesso sentimentalismo che i musicisti romantici e impressionisti avevano profuso nella musica colta, operando nel jazz una delle prime “moderne” forme di fusione tra generi: gli accordi erano jazz, soprattutto di tipo modale, mentre l’improvvisazione ricalcava quella classica, specie quella di Chopin e Debussy; in particolare a lui si deve la nuova concezione del trio nel jazz, poiché inizia l’era delle interazioni tra piano, contrabbasso e batteria (il trio storico con Scott la Faro e il favoloso drumming di Paul Motian) in un nuovo clima “confidenziale”, non “lounge” così come l’artista si preoccupava di non fornire nei suoi dischi e soprattutto nei concerti, in una sorta di dialogo in cui ogni strumentista in maniera democratica e raffinata poteva esprimere il suo potenziale. Il periodo iniziale della sua carriera comprenderà già diversi episodi che lo inseriranno tra i migliori esponenti del jazz ove però gli umori e i pensieri irradaviano felicità e compiacimento artistico, caratteristica che verrà man mano smussata nella parte finale della carriera in cui prenderanno vigore gli aspetti più drammatici e catartici. Molto di quello che si sente oggi nel jazz e nella musica in generale, rimanda a quel trio storico, spesso in un processo di imitazione che non fa altro che stabilizzare la funzione musicale di Evans. L’artista americano, che ebbe una vita infelice per molti aspetti, ma era di una serietà invidiabile sul lavoro, fu varie volte snobbato dalla critica che non riteneva importanti i suoi cambiamenti: il commento sfavorevole maggiore veniva dalla considerazione che Evans aveva solo migliorato le velleità artistiche dei maggiori compositori di standards americani e che mancava di un repertorio personale: ma queste critiche saranno destinate a cadere, quando si capì che Evans era riuscito nell’intento, direi solitario, di usare temi di altri, con una capacità di personalizzazione che andava oltre il concetto di riproposizione dello standard; poi, negli ultimi dieci anni della carriera fece contenti anche i cultori della “composizione”, poiché il sound si arrichiva sempre più di episodi che erano frutto della sua inventiva, delle sue vicissitudini personali (purtroppo tragiche), aumentando in maniera considerevole l’apporto “emotivo” del trio, sebbene una parte della critica continuò a trascurarlo: il suo momento migliore che purtroppo fu anche il suo canto del cigno “You must believe in spring” (con il trio Gomez-Zigmund), pubblicato postumo alla sua morte, fu l’esempio lampante del punto in cui era arrivato Evans; l’interplay tra i musicisti migliorava di intensità e di valenza artistica e come in molte altre occasioni dove il musicista sfodera il suo capolavoro nella difficoltà personale, qui il pianista americano firmò probabilmente il suo capolavoro, nonché uno dei must della musica in generale, in un clima arroventato nell’animo per la scomparsa delle persone care nonché, penso, di quella sciagurata vita personale, che era magnifica correttezza nei rapporti esterni e “droga” all’interno. Oggi, a trent’anni dalla sua morte, il suo gesto artistico, il suo esempio di musicista aperto, sempre attento a comunicare il suo stato, rimane insuperato nelle nuove generazioni, ma soprattutto quello che rimane è quel modo di suonare perennemente in bilico tra il corso pianistico dell’ottocento e quello del jazz moderno tipicamente americano del novecento, che gli ha procurato un posto di eccellenza nell’olimpo della musica di tutti i tempi.

Discografia consigliata:
In Trio:
-Everybody digs Bill Evans, Riverside 1958 (con Sam Jones e Philly Joe Jones)
-Sunday at Village Vanguard, Riverside 1961 (trio storico)
-Explorations, Riverside 1961 (trio storico)
-Waltz for Debby, Riverside 1961 (trio storico)
-Moonbeams, Riverside 1962 (con Chuck Israels al cb e Motian)
-You must believe in spring, Warner 1977, pubblicato nel 1980 (con Gomez e Zigmund)
-Paris Concert, Elektra 1979 (con Johnson e LaBarbera)
Solo al piano:
-Conversation with Myself, Verve 1963
-Further conversation with myself, Verve 1967
-Alone Again, Fantasy 1975
-New Conversation, Warner 1978

In duo:
-Undercurrent, United Artist 1962 (con Jim Hall)
-Intuition, Fantasy 1974 (in duo con E.Gomez)
-I will say goodbye, Fantasy 1977

In quintetto:
-Quintessence, Fantasy 1976 (con Harold Land, Kenny Burrell, Ray Brown, P.J.Jones)
-We will meet again, Warner 1979 (con Harrell, Schneider, Johnson, Zigmund)

Collaborazioni principali:
con George Russell:
-The jazz workshop, 1956/New York, N.Y., 1959/Jazz in a space age, 1960
Con Chet Baker:
-Chet, 1959
Con John Lewis:
-Jazz Abstractions, 1960, with Gunther Schuller & Jim Hall
Con Oliver Nelson:
-The blues and abstract truth, 1961

3 commenti:

  1. Non dimentichiamo l'imprescindibile collaborazione con Miles Davis, a creare ex-aequo con lui quella pietra angolare della musica che è Kind of Blue, che a detta dello stesso Miles non sarebbe stato possibile senza il fondamentale apporto dell'introverso pianista bianco. Opera a cui, ricordiamo, collaborò anche in chiave compositiva, benchè il leader del gruppo si sia attribuito, ai sensi della storia, la paternità di ogni brano. Solo per i lettori meno attenti almeno; gli altri lo sanno dove la penna di Evans è caduta, in condivisa o completa scrittura.
    Per quanto mi riguarda, album preferito: 'Waltz for Debby', nella insuperabile riedizione della Analogue Production, purtroppo fuori catalogo in cd gold. Ma esiste la versione normale, per i meno maniaci.

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  2. Per quanto mi riguarda e personalmente non ero mai prima entrato in contatto con l'ascolto di musica jazz, ma essendo avvezzo alla musica classica e ancor più a quella sacra, mi sono imbattuto ad un certo punto del percorso personale musicale, nella fervida lucida e quieta immaginazione del qui nostro suddetto musicista Bill Evans; da qui ho iniziato ad interessarmi alla sua arte, tanto da voler intraprendere uno studio sul pianoforte jazz, a livello didattico, e con frequentazioni costanti a corsi di pianoforte genere jazz mirato. Da lì a poco la mia visione della musica, nonché il mio bagaglio di conoscenza ha subito una notevole evoluzione. E' incredibile come ascolto la vicinanza ancor più confidenziale e familiare tra questo genere musicale, sebbene anni luce rispetto alla nostra cultura seriosa e occidentale, verso un altrettanta e serio approccio d'inventiva magistrale e sapienza dei sentimenti in quest'ultimo. Ho scritto quanto precisato per far capire la mia esperienza musicale ed artistica e far scoprire che i sentimenti ovunque vi si annidano di magistrale fattura possono loro esser chiamati indistintamente e indifferentemente come note versi pronunciamenti ma rispettano sempre le medesime e ricercate connotazioni umane verso l'animo incline che verso di esse noi ci si rivolge naturalmente e incondizionaltamente.

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    Risposte
    1. Mi ha quasi commosso leggerti.
      Il tuo percorso alla scoperta casuale prima dell'universo di Bill Evans, che prosegue poi con una ricerca fortemente voluta e che diviene man mano quasi indispensabile..... mi sembra essere esattamente quello che è successo a me qualche anno fa...
      Ho incontrato Bill Evans per caso; mi sono imbattuta in un suo video e sono come stata colpita allo stomaco. Ogni volta che questo signore, meravigliosamente ricurvo sul suo pianoforte, in una totale empatia con esso, emetteva un particolare suono (che solo in seguito ho scoperto essere l'intervallo di II minore..., allora la sensazione viva di pugno allo stomaco si faceva risentire...ogni volta.
      Da quel momento, alla veneranda età di 35 anni, ho imparato a solfeggiare, a leggere la musica, a cercare di comprendere il linguaggio di questo pianista che parlava direttamente alla mia anima e che mi regalato la possibilità di riconoscere qualcosa che mancava alla mia vita e che, come accade nell'amore,una volta incontrato e riconosciuto, non abbandonerai mai.

      E negli anni successivi Bill Evans e il jazz sono divenuti quasi una ossessione (piacevolissima "ossessione", necessaria "ossessione", come la intendeva Cole Porter.

      Da lì son partita alla ricerca spasmodica di tutto ciò che lo riguardasse, alla lettura di ogni parola fosse stata scritta su di lui, alla ricerca di quanti mi fosse possibile conoscere tra la gente che ebbe l'onore di lavorare con lui per poter parlare un pò.
      Ha regalato alla mia vita gioia, commozione, entusiasmo e costanza nella ricerca, melanconia, pianto,ricchezza...

      Grazie, grazie mille sig. Bill Evans!

      Illusioni72

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