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venerdì 12 novembre 2010

Yaron Herman: Follow the white rabbit




Quando vi ho parlato di Israele ho dimenticato di segnalarvi Yaron Herman, un pianista jazz israeliano che vive a Parigi: come i suoi compatrioti che si sono trovati all'estero o per scelta o per studio, Herman ha tratto grande giovamento dal contesto geografico presentandosi come un frizzante e talentuoso musicista che ha iniziato ad incidere nel 2002 con il cd "Takes 2 to know 1" in un duo con il batterista Sylvain Ghio (cosa rara nel jazz un duo piano-batteria!!) in cui mostrava tutte le sue credenziali: Jarrettiano di impostazione, atmosfere alla Bill Evans che inseriva nel jazz molto impressionismo classico, accenti tipici ebraici e del minimalismo contemporaneo, sprazzi di Cecil Taylor (caratteristica che sembra aver perso con gli albums successivi). Questa gradevole varietà musicale è stata sfruttata da Herman con una fresca scrittura che in alcuni casi ha attinto per le sue basi compositive anche nel repertorio musicale "popolare" (intendendo anche quello del suo paese di provenienza) con alcune cover che si affiancano alle sue composizioni, in maniera simile a quello che Brad Mehldau ha fatto da tempo. Nonostante la mia proverbiale avversione al tema della cover che in una percentuale elevata di casi si presenta con uno spirito lesivo della dignità compositiva altrui, l'approccio di Herman, (non rivolto solo a mere riproposizioni di standards che provengono dal patrimonio jazzistico) è valido e da più benefici proprio quando affronta generi come il pop o la classicità ebraica. Apro una parentesi al riguardo: quali sono gli scopi che deve raggiungere un musicista nel proporre una sua versione di un brano altrui? Quali sono le modalità con cui affrontare l'argomento? La fedeltà all'originale, la mediazione con l'innesto di propri elementi o lo stravolgimento totale della composizione? Alcuni dei fattori più rischiosi risiedono nel pericolo di rimanere vittima della storicità del brano suonato oppure nel tentativo di rimodellare la versione allontanandola dallo spirito primordiale voluto dal compositore in origine: nel jazz l'improvvisazione risolve alcuni problemi, soprattutto se il musicista "riempie" il tutto con una propria caratterizzazione di stile, ma per i brani pop o rock dove le differenze con l'impostazione originale sono minime, la mia esperienza spesso si è trovata di fronte ad una domanda quasi insormontabile: una cover è davvero necessaria nel nuovo contesto storico e musicale? Su questo tutto il mondo discografico dovrebbe riflettere: perchè non promuoviamo più i "creatori" e meno gli "esecutori"?
Comunque l'esperienza di Herman soprattutto come "creatore" si è consolidata anche nei successivi dischi (considerati più maturi) fatti in trio, dimensione attuale intrapresa dal pianista: certi di non essere di fronte ad una "rivelazione" musicale, è indubbio che se consideriamo tutta la marea di pianisti jazz che ripropone il passato, Herman possa essere considerato tra i migliori proprio in virtù di una esposizione brillante e varia delle sue musiche. "Follow the white rabbit" fornisce ulteriore carburante a questa ipotesi confermandolo a pieno titolo tra i migliori pianisti israeliani ed europei, riproponendo il suo "limitato" ma valido impegno in alcune cover pop, teso comunque al loro miglioramento (così come succede per Meldhau ed altri) unendole con le sue usuali composizioni che si dimostrano sempre ben articolate, musicalmente coinvolgenti, senza quella monotonia che spesso caratterizza il lavoro dei pianisti jazz recenti.
Discografia consigliata:
-Takes 2 to know 1, Sketch 2003
-Variations, Laborie R., 2006
-Muse, Laborie R., 2009

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