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domenica 7 novembre 2010

Stephan Micus e la musica etnica da camera



Henry Cowell fu il primo sostenitore della cosiddetta “Wordl music” intesa come musica etnica, cioè tradizioni musicali dei popoli: come detto più volte, fu lui ad organizzare un nuovo modo di comporre agli inizi del novecento; grazie alle accresciute possibilità dei trasporti che consentivano agli artisti di viaggiare velocemente in tutto il mondo e di studiare ed apprendere le culture musicali locali, permise a Cowell e a tanti altri, di comporre racchiudendo spesso all’interno delle proprie composizioni elementi musicali di quei paesi, pur comunque restando vincolati all’interno di uno schema di stampo classico (in tal senso sarebbe bene ascoltare un cd indispensabile della Koch, “Persian Set”di Cowell). Ma anche gli artisti di quei paesi (specie quelli orientali) ricambiarono culturalmente quelle visite, apprendendo le tecniche degli occidentali e creando nuove composizioni che rispettavano ancora l’idioma classico occidentale. Dopo la seconda guerra mondiale e in particolare modo negli anni sessanta si assiste all’espansione dei nuovi generi come il rock e l’approfondimento di quelli già in essere (jazz soprattutto); i musicisti cominciarono non solo ad appropriarsi delle tematiche esistenti oltre i loro confini, ma ne diventarono parte in causa; ne presero gli usi, alcune volte i costumi, con piena corrispondenza di idee e li proiettarono nella loro musica: si creò una situazione in cui i musicisti jazz e rock “infettavano” le loro musiche in maniera diversa da quelli dei compositori della musica colta: qui l’integrazione era nettamente a favore delle nuove tradizioni raggiunte, soprattutto l’Oriente che ben si sposava ad accogliere le innovazioni musicali che venivano ormai stimolate da tutti i generi esistenti: se nella musica classica furono i minimalisti ad accogliere questo spostamento di ottica creando le premesse per uno scollamento della cultura contemporanea (basti pensare per es. a La Monte Young e ai suoi collegamenti nel sud est asiatico), nel jazz e nel rock questo processo fu evidente negli esperimenti di Coltrane, Cherry e di molte band “psichedeliche”: tra queste senza dubbio vanno annoverate le uscite discografiche dei Kaleidoscope e soprattutto quelle seminali dei Third Ear Band, misconosciuto gruppo inglese che nel 1969 con “Alchemy” e “Third Ear Band” propose un suono pluricomposto ispirato dai raga indiani e dal folk celtico usando strumenti tipici affiancati a violini e violoncelli e creando di fatto il primo reale esperimento di musica “world” da camera. Tutto il movimento new age, che altro non era che un attitudine dei musicisti affiliati a quei generi succitati, ne fu investito per il grado di meditazione che ne derivava, ma certamente non era fenomeno relegato solo alle culture orientali (vedi in tal senso la folkloristica world da camera dei Penguin Cafè Orchestra); ad un certo punto le tradizioni locali divennero la forza che doveva essere preservata e Manfred Eicher, boss della Ecm Records, in ossequio a questo nobile principio, diede subito spazio a personaggi come il tunisino Anouer Brahem, all’argentino Dino Saluzzi (vedi mio post precedente), all’orientalizzato Stephen Micus: l’esempio di questi tre artisti nelle tre grandi macroaree etniche del globo, può dare senso alla nuova sensibilità musicale che vede la “world” music affiancarsi all’austerità di violini da camera dando vita ad un valente connubio che specie nel caso di Micus si prestava ampiamente alla meditazione e alle attitudini rilassate della new age. La vicenda di quest’ultimo ha una valenza tutta particolare: da sempre un cultore dei suoni provenienti da strumenti di mezzo mondo (Giappone, Cina, India, Indonesia, Egitto, Nepal, Armenia, Irlanda, Carabi, etc.) e talvolta delle sperimentazioni sonore su oggetti (vasi di fiori e pezzi di granito raccordati), il suo era un modo alquanto personale di affrontare la materia; non partiva da una zona geografica bensì dagli strumenti utilizzati ed in tal modo poteva congiungere culture musicali diverse negli stessi àmbiti. Micus, che esordisce con la Ecm nel 77 con “Implosions”, dove il lungo iniziale esercizio di fusione tra chitarra e sitar “As i crossed a bridge of dreams” è certamente il suo migliore biglietto da visita, prenderà musicalmente quota a partire da “Wings over water” nell’81, grazie ad un più acuto e consapevole uso della strumentazione, raggiungendo sovente vertici anche emotivi proprio nell’amalgama di questa primitiva elargizione di spunti etnici da una parte e di sobri, profondi arrangiamenti musicali dall’altra, con il reale merito di riuscire a trasferire ai suoi ascoltatori quella sensazione di calma salmodica e di benessere interiore che è la prerogativa del suo stile. Affascina di lui la capacità di far librare i suoni e di dargli un’anima; i suoi albums sono la risultante di una prevalenza che qualche volta privilegia i suoni usati allo stato puro in maniera ancestrale (specie i primi dischi), altre volte quelli legati al sound di una chitarra o di una arpa (Implosions, Listen to the rain, Towards the wind) o uniti ad una composizione di archi in stile classico (Wings over water, To the evening child, On the wing) oppure quasi totalmente mistici con l’utilizzo della sua voce che canta in persiano (“Ocean”, “Desert poems”).

Discografia consigliata:-Implosions, 1977
-Wings over water, 1981
-Listen to the rain, 1983
-Ocean, 1986
-Twilight fields, 1987
-To the evening child, 1992
-Towards the wind, 2002
-On the wing, 2006
Tutti per la ECM Records.

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