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sabato 6 novembre 2010

Ricordare i defunti: dimensione storica della Requiem nel mondo classico



La composizione per commemorare defunti fu introdotta nel medioevo da Dufay intorno al 1500: purtroppo il suo manoscritto andò perduto e perciò la paternità della requiem venne attribuita a Ockeghem, autore suo contemporaneo, che probabilmente la scrisse servendosi di quel modello: comunque sia, questa rappresenta storicamente la prima partitura riguardante il tema e precede quelle ugualmente valide fatte in terra franco-fiamminga da Pierre De la Rue, Antoine Brumel e nei cinquanta anni successivi da Orlando di Lasso. Lo sviluppo della requiem segue uno schema ben preciso: si ripropone il tema della “Messa” con le sue parti definite e si cerca l’integrazione del canto monodico gregoriano con le evoluzioni che derivavano dallo sviluppo della polifonia negli ultimi duecento anni. In Italia molto influente fu intorno al 1550 Giovanni Pierluigi da Palestrina (con la sua “Missa prodefunctis”) le cui modalità di approccio vennero seguite con grande rilevanza in Spagna dove sempre in quegli anni nacquero “requiem” seminali composte da autori come Pedro Escobar e Tomas Luis de Victoria; in Inghilterra intorno al 1570 vennero stilati i famosi “Book of Common Prayer” dove venivano ufficializzate preghiere, salmi e varie usanze religiose tra cui anche le composizioni da dedicare ai defunti: sebbene ci siano poche tracce di un reale interessamento al tema della requiem in Gran Bretagna (soprattutto per i riadattamenti canori di Thomas Morley e Orlando Gibbons) si può comunque affermare che esisteva una via indotta dalla produzione francese e soprattutto quella italiana. La fine del periodo rinascimentale segna l’entrata in grande stile dei compositori germanici nel tema delle “Musikalische Exequien”: nasce una scuola specializzata che vede in Heinrich Schutz, nel 1636, il suo primo punto di riferimento; (altri compositori saranno Michael Praetorius, J.H. Schein, Christoph Demantius tutti ben documentati su un cd della Berlin Classics del 2005); è innovativo in quel periodo l’introduzione degli strumenti musicali che conferiscono una magnifica sobrietà al canto corale e polifonico e del tedesco come lingua cantata. Tali caratteristiche verrano ampliate in tutto il periodo barocco che vede almeno un elemento importante per scuola geografica di appartenenza: in Inghilterra nel 1670, Purcell compone la sua musica “regale” per il funerale della regina Mary, in Germania nel 1690 Biber, virtuoso violinista, compone la sua requiem a 15 elementi; mentre in Francia nel 1700 Jean Gilles si propone come la continuazione moderna dello stile franco-fiammingo che fu prima di Ockeghem e De la Rue e poi di Campra. Tutto il secolo andrà verso una spettacolarizzazione del tema, con l’introduzione di massicci contributi orchestrali che si affiancano a quelli canori: l’esempio lampante nel classicismo (siamo intorno al 1780) è quello di Mozart: la sua “Requiem” acquista una particolare importanza rispetto a tanti altri lavori dello stesso genere (tra cui si ricordano quelli di Gossec e Cherubini) per le ardite partiture che vengono affidate a coristi e musicisti e per quella tenebrosa energia che sottintende la composizione (la storia dice che Mozart si riconobbe nel soggetto della requiem che componeva).
Il periodo romantico pullula di questa intuizione: è certamente più variegato di quello classicista, con composizioni molto personali che rispecchiano le prerogative dei loro creatori: in Francia nel 1837 Berlioz pubblica la sua Grande Messe des mortes, op.5, che forse pur non distinguendosi per un’emotività immediata ha dalla sua una marea di spunti musicali che verranno poi sviluppati molti anni dopo e in questo senso confermò di essere molto in là con i tempi; gli altri francesi che svilupparono il tema della requiem, Faure e Duruflè adottarono gli stilemi dell’impressionismo musicale e quindi se ne differenziarono: in particolare questi ultimi si propongono per un creativo uso dell’organo abbinato ai cori che li rendeva concorrenti degli inglesi; tuttavia la requiem di Stanford purtroppo non presenta caratterizzazioni musicali particolari, ha sicuramente più valenza la prova compositiva di Howells che introduce l’inglese accanto al latino. L’Italia, grazie a Verdi, produce la migliore requiem di stampo operistico, ma anche quella di Pizzetti nello stile ceciliano è notevole. In Germania i contributi fondamentali vennero da Schumann e soprattutto dalla requiem di Brahms, che sconvolge il lessico latino introducendo la tematica luterana (con canto tedesco): qui probabilmente viene scritta la miglior composizione del genere che riduce al minimo la pomposità delle orchestre e si concentra sugli aspetti emotivi della scomparsa, riuscendo a creare attraverso la musica la speranza di un appagante dimensione ultraterrena.
Praticamente assenti sono gli Scandinavi: le uniche requiem di un certo spessore si avvertono nelle seconde e terze generazioni di compositori attivi intorno al 1950: in un periodo di profonde trasformazioni dovute alle guerre, le requiems vengono composte per commemorare defunti scomparsi a causa di battaglie: Tubin ne rilascia una molto pertinente, Kabalevski ne fece un’altra esposta sul versante dell’opera, ma fu probabilmente l’inglese Britten che ne idealizzò la portata musicale incrociando la coralità tradizionale con passi poetici di Wilfred Owen. Siamo già in un’ottica di modernità della composizione: Ligeti e Penderecki si distinguono per le loro requiems piene di innovazione artistica, specie per il fatto che gli autori attraverso una coralità spinta agli estremi tentano di dare un volto all’aldilà, ma certamente sono tenebrose e stranianti dal punto di vista delle emozioni suscitate; Hans Werner Henze ricostruisce la sacralità del tema con una requiem fatta di soli strumenti con i toni del serialismo; un ritorno a dinamiche più convenzionali proviene dal minimalismo con le prove totalmente strumentale di Terry Riley (con un ristorante continuum ai violini) e in Europa di Gavin Bryars con la sua “Cadman Requiem”. Tra il minimalismo sacro si distingue la composizione di Schnittke tra quelle di tanti altri compositori che hanno utilizzato il genere: Gubaidulina, Silvestrov, Tavener ecc.).
I tentativi di ridefinire i canoni del soggetto funebre evidenziano negli ultimi trent’anni i lavori degli inglesi John Rutter e di Karl Jenkins, che uniscono la tradizioni corale inglese con le inflessioni “popolari” della musica odierna, e di alcuni rappresentanti del mondo orientale: il cinese Man-Ching Donald Yu e i taiwanesi Tyzen Hsiao e Fan-Long Ko apportatori delle loro tradizioni, di cui però al momento esistono solo concerti (alcuni registrati su dvd).

Discografia consigliata:
Ockeghem, Requiem, Hilliard Ensemble, Virgin
Palestrina, Missa Pro defunctis, Chanticleer, Teldec
Schutz, Musikalische Exequien, The Sixteen H. Christopher, Coro
Purcell, Music for the funeral of Queen Mary, Z860, Gardiner, Erato
Biber, Requiem a 15 in concerto, Savall, Alia Vox
Gilles, Requiem, Herreweghe, Harmonia Mundi
Mozart, Requiem, Wiener Philarm. Orchestra, Karajan
Berlioz, Requiem op 5, Boston Symphony Orchestra, Ozawa, RCA
Faure, Requiem op 48/Duruflé, Requiem op 9, Robert Shaw, Telarc
Verdi, Messa da requiem, Giulini, Emi
Howells, Requiem/Pizzetti, Messa di Requiem, Cospirare, Harmonia Mundi
Brahms, Ein Deutches requiem, Wiener Phil. Orchestra, Karajan
Tubin, Requiem for fallen soldiers, BIS
Britten, War Requiem, Decca
Ligeti, Requiem, Gielen, Wergo
Henze, Requiem, Ensemble modern, Metzmacher, Sony
Riley, Requiem quartets (for Adam) with Kronos Q., Nonesuch
Bryars, Cadman Requiem, Hilliard Ensemble, Point M.
Schnittke, Requiem, Russian State S. Cappella Polyanski, Chandos

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