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venerdì 26 novembre 2010

Il trombone tra le sue aggregazioni classiche e jazz


Le recenti uscite discografiche di Steve Turre e Reut Regev costituiscono il veicolo ideale per parlare di uno strumento spesso sottovalutato, il trombone. La storia insegna che il suo uso venne introdotto a cavallo tra il Rinascimento e il Barocco, sebbene lo strumento avesse caratteristiche notevolmente diverse da quelle odierne: tuttavia l'uso fatto in quei periodi risulta proporzionato alle capacità espressive ritenute allora non pienamente soddisfacenti per affrontare un discorso solistico, ma più adatte per dare un adeguato contorno alla composizione: questa idea, seppur con qualche modificazione, è andata avanti per tutto l'ottocento e invero anche i Romantici non gli diedero ampio spazio, anche perché mal si conciliava con i loro obiettivi musicali. Solo nel secolo scorso, l’uso diventa più generalizzato e più specifico grazie all’opera di ricerca dei modernisti classici e all'interesse di alcuni compositori americani (Paul Creston, Gunther Schuller, George Walzer, etc.) e soprattutto di alcuni compositori nordici (Vagn Holmboe, Jan Sandstroem, Kalevi Aho, Egil Hovland, etc.) che danno al trombone finalmente una sua dimensione anche concertistica. Gran parte della produzione dedicata allo strumento è stata oggetto di rilettura da parte del direttore d’orchestra nonché compositore svedese Christian Lindberg che nell’ambito dell’ampia produzione siglata per la Bis Records ha percorso discograficamente tutto il territorio battuto dallo strumento dal barocco fino ai giorni nostri, sollecitando anche i suoi colleghi “contemporanei” a scrivere per lui.
Una grande spinta al cambiamento ideologico sullo strumento cominciava comunque già a verificarsi con l'avvento del jazz, con il suo inserimento nelle orchestre dixieland: il trombonista Kid Ory, strettamente imparentato con la musicalità di Armstrong, diviene il primo compositore che pone attenzione allo strumento suonato e in particolare al glissato, modalità di utilizzo del trombone che costituisce la più perfetta riproduzione di quell’ambiente storico: Ory non sarà l'unico trombonista; da quel momento in poi, il fatto che colpisce è che tutti i movimenti musicali che si sono succeduti vedranno gli artisti specialisti del trombone tendere alle aggregazioni e ai cosiddetti summit che erano anche un modo di consolidare lo status dello strumento: pensate ai "Four Trombones" che conteneva le registrazioni dei quattro migliori trombonisti del be-bop: J.J.Johnson, Kay Winding, Benne Green e Willie Dennis, oppure a quelle successive nate prima in Europa nell'ambito del free jazz europeo con riferimento alla Globe Unity Orchestra che riuniva al suo interno tre trombonisti radicali ed influenti corrispondenti ai nomi di Albert Mangelsdorff, Paul Rutherford e Guenter Christmann, e poi in Usa con i trombonisti della generazione successiva a Roswell Rudd, ossia George Lewis, Ray Anderson, Craig Harris e Gary Valente, che partecipando a varie sessioni ne istituirono una, la discografica “Slideride”, in cui suonavano tutti assieme: è proprio nelle vicissitudini di questi musicisti che risiedono le maggiori innovazioni sullo strumento. Lo sviluppo di una voce personale che potesse essere tratta in modo originale dalle evoluzioni del modo di suonare sullo strumento, ad un tratto si materializzò. In particolare, se Johnson, Winding e soci rimarranno seri testimoni di un’epoca la cui influenza sulle nuove generazioni va via via smussandosi nel tempo (ultimi aggiornati baluardi sembrano ancora Robin Eubanks e Steve Turre), il lavoro fatto da Ray Anderson e George Lewis rimane invece di grande valore intrinseco e costituisce probabilmente le coordinate sul quale si dovranno concentrare i trombettisti di domani. George Lewis è sicuramente il personaggio musicalmente più proiettato nel futuro: dopo le iniziali esperienze “creative” ( fatte di blues e sovraincisioni) che lo vedevano in piena libertà espressiva con evidenti agganci al mondo compositivo classico, l’artista americano ha diviso la sua carriera artistica tra una miriade di importanti collaborazioni e l’applicazione delle tecnologie informatiche al trombone; a questo proposito ha costruito anche un software particolarissimo (“Voyager”) legato con un interfaccia allo strumento che permette un dialogo interattivo tra i suoni dell’artista e quelli rielaborati dal computer. Ray Anderson resterà invece il principale esponente di raccordo tra le avanguardie e tutta la storia pregressa del jazz: condiscepolo di Lewis, Anderson è stato capace di dare al trombone una voce d’impatto notevole, esuberante, in perfetta simbiosi con i ritmi di fusione, che trovava originalità grazie al suo estro musicale e all’uso combinatorio delle tecniche multifoniche.

Discografia consigliata:

Classica:
-Nordic Trombone Concertos, Bis 1993
-Lindberg plays Sandstroem, Bis 1997
-American Trombone Concertos vol 1/2, Bis 1993/1996
-BERIO / XENAKIS / KAGEL / CAGE: Works for Solo Trombone, Bis 1989
- PLAGGE, W.: Trombone Concerto, Op. 138 / HOVLAND, E.: Trombone Concerto, Op. 76 / AAGAARD-NILSEN, T.: Trombone Concerto No. 2 (Svensen), 2L.
Jazz:
-Le migliori registrazioni di Kid Ory e Jack Teagarden
-4 Trombones, Johnson/Winding/Dennis/Green, Prestige
-Slideride, George Lewis, Ray Anderson, Craig Harris e Gary Valente, Hat Hut, 1995
-Albert Mangelsdorff, Trombones, Mps 1972/ Tromboneliness, Sackville 1981
-Roswell Rudd, Flexible Flyer, Black Lion 1974
-Robin Eubanks, Different Perspectives, Polygram 1991
-Ray Anderson, What because, Gramavision 1991/Every one of us, Gramavision 1992/Big Band Record, Gramavision 1994
-George Lewis, Solo trombone album, Sackville 1976/Homage to Charles Parker, Black Saint 1979/Voyager, Avant 1993/Endless Shout, Tzadik 2000

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