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sabato 6 novembre 2010

Bruce Springsteen: l'epopea del romantico rock



Spesso si pensa che il rock sia un genere puro: non è così, in realtà fu la risultante di più stimoli musicali di estrazione diversa: le sue componenti furono:
1) il blues, noto genere afroamericano nato agli inizi del novecento in America come canto di sofferenza e poi pian piano evolutosi tramite un graduale processo di elettrificazione del sound (tali da creare le varianti del R&B e del soul),
2) il rock’n’roll, genere popolare derivante dal boogie-woogie, variante pianistica ritmica del blues di inizio secolo,
3) il country, cioè la musica delle campagne americane,
4) il folk, che si emancipò dal country grazie all’inserimento della protesta sociale di Woody Guthrie, quando poi acquisirà uno status filosofico grazie a Dylan che la farà diventare musica d’autore.
Sono i generi che hanno salvato la vita a tanti americani: sono i generi abbracciati da un giovane musicista "romantico" di Asbury Park: Bruce Springsteen. Quest’uomo ha avuto un’importanza vitale per la musica popolare riuscendo a coniugare in un proprio straordinario stile le istanze delle classi sociali più deboli fornendogli il coraggio di andare avanti, sopravvivere alle difficoltà e addirittura redimersi dai bassifondi raggiunti.
Inizialmente considerato come un clone di Dylan da certa critica distratta, Springsteen entra in gioco nel periodo in cui il menestrello di Duluth sta attraversando un periodo di transizione verso forme più popolari, sembrando il suo erede; ma Springsteen era qualcosa di diverso: non possedeva il talking blues dylaniano ma spesso spiccati erano i riferimenti alla musica nera e alla ballata soul; il suo folk non aveva la stessa poeticità di Dylan, ma si caratterizzava per la prima volta nella storia del rock, per il tono epico delle sue canzoni; grazie anche alla sua band, la E-Street Band, in lui riviveva (a caratteri cubitali) lo spirito rock’n’roll dei concerti di Chuck Berry. Il suo concetto di riscatto Springsteen se lo è portato dietro sin dagli esordi di “Greetings from Asbury Park”, album assolutamente da rivalutare, che lo propone già cantautore di alto livello, e poi continua con una serie di albums attessissimi sia da pubblico che critica che lo consacreranno negli anni ottanta come il più eccitante e profondo cantante che il rock avesse mai avuto. Come scrive Massimo Cotto nel libro a lui dedicato dell’Arcana….”….ha sistemato la sua ordinary people in uno scenario di cento strade diverse su ognuna delle quali si combatteva una battaglia: la (Thunder) road della Redenzione, la freeway della Fuga, la backstreet in cui nascondersi, la street dove gareggiare per non rimanere intrappolati dalla vita, la highway della libertà ma anche degli incidenti, gli alleys in cui si muove il popolo delle jungle lands, i boardwalk dell’infanzia, la promenade dei coraggiosi, il boulevard dei Dean di periferia…..” Musicalmente Springsteen si presenta, dopo il più delicato esordio, con una esplosività di temperamento, concerti in cui non bada a sprechi fisici, e soprattutto una reale e vera polveriera di comunicazione umana: ognuno, almeno fino a Born in the Usa, può scegliere il suo album preferito. Poi dall’album “Tunnel of love” che viene pubblicato in occasione del suo matrimonio il suono cambia, è spesso senza band, cerca di essere intimista, ma non riesce più a colpire a fondo come in quel decennio di meraviglie che è stato il 1973-1983. Un sussulto si ha nel 1995 con l’album “The ghost of Tom Joad” una meraviglia folk con il brano omonimo che suonato ad inizio festival manda in visibilio il problematico pubblico dell’Ariston di Sanremo. La verità è che l’artista riscuote un successo interplanetario e forse leggermente schiavo delle major discografiche centellina l’attività discografica, la quale si riduce sensibilmente per contare più sulla promozione “live”: è necessario l’attentato alle Torri Gemelle per rivederlo con un nuovo disco apertamente dedicato alle vittime di quella tragedia: ma nonostante qualche valido episodio, il disco dà forti dubbi sulla validità degli arrangiamenti trovati. Molto positiva la riproposizione dei brani di Pete Seeger, una delle sue influenze, fatta in chiave jazz-band, ma la sua produzione solistica, anche quando si riunisce con la band, è dispersiva e lontanissima dalla quella “grezza”, forte e romantica presenza degli anni settanta, da quell'enfasi che ha modellato tutte le generazioni di rockers dei decenni successivi.

Discografia consigliata:
-Greetings from Asbury Park, Cbs/Columbia 1973
-The Wild, the Innocent & the E-Street Shuffle, Columbia, 1973
-Born to run, Columbia 1975
-Darkness on the edge of town, Columbia 1978
-The River, Columbia 1980
-Nebraska, Columbia 1982
-Born in the Usa, Columbia 1984
-The ghost of Tom Joad, Columbia 1995

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