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domenica 28 novembre 2010

Andrea Centazzo

Spesso quando pensiamo al rapporto dei nostri artisti nel jazz in rapporto a quelli di caratura internazionale, ci si dimentica quanto importanti siano le idee e non solo gli strumenti: un’italiano che abbiamo irrimediabilmente perso in termini di cittadinanza è probabilmente uno dei migliori percussionisti di sempre: parlo di Andrea Centazzo. Nato nella seconda generazione del free europeo, con un curriculum di collaborazioni da far invidia a qualsiasi musicista blasonato, Centazzo è stato uno di quegli artisti che per anni si è sforzato di assecondare i rapporti tra il jazz più libero e sperimentale con l’uso orientalizzato delle percussioni di cui è un maestro. Fondatore della casa discografica autogestita Ictus Records che recentemente ha rivitalizzato tutto il catalogo che per anni era diventato indisponibile, il musicista ha voluto provare esperienze di natura diversa non fermandosi solo all’arrichimento culturale che proveniva dal jazz intellettuale di quegli anni, ma cercando di creare legami anche di natura interdisciplinare con altri mondi musicali, ma sempre nel rispetto delle sue prerogative da compositore da avanguardia. L’esordio “Ictus” già mostra un musicista inquadrato, progressista in rapporto ai tempi, con un uso “misterioso” della batteria e delle percussioni, miscelato ad effetti elettronici e qualche influenza orientale. I suoi lavori successivi diventano però subito più radicali specie quando nel 1978 riesce ad unire una band con quegli intenti che vede tra gli altri l’apporto di John Zorn: “Environment for sextet” per molta critica costituisce una prova storica del free più oltranzista con un chiaro riferimento d’ispirazione a quel particolare jazz che si imponeva in europa con bands tipo Globe Unity Orchestra o ICP Orchestra, ed altre che tentavano di sposare l’improvvisazione jazz con la composizione classica d’avanguardia; sebbene questi nobili tentativi non avessero risultati concreti dal punto di vista emotivo, regalando solo cerebralità, tuttavia mostravano un percussionista con idee nettamente avanzate in grado di imporsi nell’elite di quel genere. Il suo stile diventa più accessibile e memorizzabile con l’album "Indian Tapes", un intrigante set percussivo, dove Centazzo mostra la sua abilità nell’amalgare le vibrazioni dei suoni percussivi orientali con quelli intellettuali della musica classica contemporanea in un climax particolarissimo fatto di attesa ascetica e spiritualità (quasi new age). Nonostante il suo percorso principale passi quasi sempre dall’avanguardia che lui chiama “mitteleuropea” (forma un’orchestra a tal nome), mostrando già un evidente frattura dalla sparuta realtà italiana, l’orchestra formata e chiamata con tale nome si impegna in una serie di composizioni già proposte nel suo vecchio sestetto, che vengono riprodotte su scala orchestrale cercando nel contempo una dimensione ideale anche nella piccola orchestra di “Cijant”; l’ episodio discografico dell’omaggio a Pier Paolo Pasolini, pubblicato anche con il nome di “The shadow and the silence” segna i nuovi percorsi del musicista che approfondisce le primogenite tematiche di “Ictus”, mostrando un più armonico rapporto tra percussioni, elettronica, melodie occidentali e orientali. Dopo “Tiare” (ristampato su Visions), prima colonna sonora abbinata ad immagini che lo spinge nell’elettronica percussiva dei suoni di stampo orientale, l’artista sente il bisogno di approfondire altre attività imparentate con la sua musica: la multimedialità e l’opera teatrale e narrativa: la creazione di eventi multimediali culmina con "Einstein's Cosmic Messengers" nel 2008, primo esperimento di concerto per solisti e immagini da video, in un tributo a Einstein e alla fruizione della musica attraverso qualsiasi supporto di tipo visivo. Si raffina così la sua arte di composizione con opere, che per aderire allo scopo, si avvicinano sempre più ad un gusto new age, supportate da una buona ma certamente non nuova ricerca musicale sull’elettronica. Il ritorno a dei progetti discografici di tipo jazzistico, che costituiscono il suo silenzioso avanzamento artistico, avviene solo nel decennio scorso, con la partitura del balletto “The heart of Wax”, con gli avventurosi progetti in trio con il West Coast Trio di Kai Kurosawa (chitarra) e Motoko Honda (piano) e quelli in un magnifico ed intimo trio d’eccezione con il clarinettista Perry Robinson e il giovane pianista Nobu Stowe nel cd “Soul in the mist”.
Discografia consigliata:
-Ictus, 1974 su Ictus Records
-Indian Tapes, Ictus 1980, ristampato su People 1993
-The Shadow and the silence, omaggio a P.P.Pasolini, Ictus 1985
-Tiare, Ictus 1985 ristampata su Visions 1989
-The heart of Wax, Ictus 2001
-West Coast Trio, Ictus 2008
-Soul in the mist, Ictus 2006
Questa discografia potrebbe essere integrata con le "faticose" (dal punto di vista dell'ascolto) produzioni dell’Environment for sextet, i duetti con Lacy e Bailey, gli episodi della Mitteleuropea Orchestra, specie se volete avere un’idea completa sulla statura dell’artista.

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