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sabato 9 ottobre 2010

Richard Thompson: Dream Attic



Richard Thompson può essere sistemato nei predicatori moderni del rock: partito come chitarrista di matrice celtica e coordinatore del mitico gruppo dei Fairport Convention, con i quali ha scritto le prime, memorabili, pagine del folk-rock, intraprese nel 1972 la carriera solistica presentandosi come una delle tante clonazioni di Dylan, stavolta nato in patria inglese, e di questo sicuramente ne riprendeva gli aspetti testuali teorici con un piglio leggermente meno arcano e più realista: sebbene avesse un’inquietudine congenita che spesso lo portava ad affrontare temi profondi e spirituali (non a caso il periodo migliore da questo punto di vista è quello del passaggio alla religione sufista), il progetto musicale rivestiva altri scopi: l’idea è sempre stata quella di arricchire il primordiale rock’n’roll con personali accenti folkloristici, in virtù della forte conoscenza del patrimonio relativo a jigs, polkas e saghe irlandesi (a questo proposito si può ascoltare il suo unico disco interamente strumentale “Strict tempo!”).
Nonostante le ottime recensioni della critica, per via anche dell’intellettualità del linguaggio, il suo esordio “Henry the human fly” è ancora poco centrato dal punto di vista musicale, seppur in possesso già dei fondamentali elementi musicali del compositore inglese; è però il successivo album, l’esordio con la ex moglie Linda in “I want to see the bright lights” che lo proietta nel gotha dei cantautori che contano: i due coniugi, in un clima di disillusione terrena, si impegnano in canzoni imperniate sul tema della morte vista come esercizio spirituale, pubblicando molto probabilmente il loro capolavoro: le trame sono sottili, in molti momenti eteree, e mostrano un originale connubio tra il decadentismo di Richard e la dolcezza di Linda. Gli albums successivi mostrano l'alternarsi di questa formula vincente con sonorità più in linea con quei tempi: se “Hokey pokey” perde temporaneamente la profondità interiore per somigliare ad una versione dei nuovi Fleetwood Mac, “Poor down like Silver” eguaglia l’importanza di “I want to see the bright lights” e fornisce altri grandi brani; “First light” è la versione riuscita di "Hokey pokey" nonostante gli evidenti ridimensionamenti del linguaggio, “Sunnyvista” è la transizione verso un sound più compatto, mentre “Shoot out the lights” chiude il cerchio ritornando sul ciclo dell’"oscurità" con un nuovo arrangiamento decisamente più rock. La negatività dell’autore si accentua con la separazione da Linda, e chiaramente viene riflessa anche nei primi album senza di lei: da “Hand of kidness” fino a “Daring adventures”.L’autore si assesterà su uno standard di rock di media levatura, dove ad operazioni purtroppo nobili sulla carta corrispondono risultati non di pari impatto: nonostante il ricorso ad elementi musicali più eterogenei, spesso gli album scivolano via senza suscitare grandi impressioni: ci sono incursioni nel mondo del pop (quello beatlesiano), del jazz, approfondimenti sul versante rock’n’roll, ed in generale la voglia di far risaltare maggiormente gli aspetti musicali. Con il senno del poi, forse solo il cd “Amnesia” può tirarsi fuori da una serie di uscite discografiche che sembrano un po’ soffire degli stessi difetti, senza quei dettagli e particolarità che invece contraddistinguevano il periodo con Linda.

Dream Attic” segna il ritorno in grande stile di Thompson: registrato interamente dal vivo, l’artista inglese sfodera alcuni notevoli brani in cui al consueto esercizio teologico dei testi, si unisce il suo contributo chitarristico e il supporto di una rodata band che esalta uno scripting che in una percentuale maggiore del passato recente, lascia più evidenti tracce.

Discografia consigliata:
-I want to see the bright lights, Island 1974
-Poor down like silver, Island 1975
-First light, Chrisalis 1978
-Shoot out the lights, Hannibal records 1982
-Hand of kindness, Hannibal records 1983
-Amnesia, Capitol 1988

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