Translate

giovedì 12 agosto 2010

John Tchicai


Tra i pochi sopravvissuti dell’era free-jazz storica americana (un altro è il mentore Ornette Coleman) John Tchicai (1936) è stato il collante fra il nascente free di oltre Oceano e il free più radicale europeo cominciato intorno al 1970: sassofonista dotato (alto e tenore), in possesso di un personale stile fatto spesso di fraseggi ripetuti oppure di combinazioni di note “spezzate”, Tchicai ha sempre cercato punti di evoluzione del suo sound, approfondendo sia le tematiche del jazz (in questo senso importanti sono le sue partecipazioni ai gruppi storici di Albert Ayler nel New York Art Quartet e di Don Cherry e Archie Shepp nei New York Contemporary Fivee a quelli europei con l’Instant Pool Composers in cui partecipavano Hank Bennink e Misha Mengelberg), sia i punti di intersezione con altri generi; difatti dopo le esperienze di “amplificazione” di massa, Tchicai ha intrapreso una personale carriera che non era solo basata su “orgie” strumentali, ma anche convogliata in sonorità primordiali: il blues, le sonorità africane, sonorità indiane, talvolta anche il jazz degli anni quaranta; il tutto nel rispetto di una formula che privilegiasse sempre la “libertà” dei suoni, la possibilità di “sperimentare” facendo spesso uso di tecniche di estensione dello strumento anche in rapporto alle istanze d’avanguardie che mescolavano elementi che provenivano dalla musica classica.
Nel corso degli anni diverse sono state le formazioni con cui ha suonato ed i progetti che ha posto in essere, tra i quali vanno menzionati quelli con la Cadentia Nova Danica, che costituiva un primo esempio di articolazione musicale allargata del free-jazz, poi vi sono i numerosi trio o quartetti con personaggi spesso misconosciuti, tra i quali certamente un posto di rilievo rivestono quelli con il chitarrista Pierre Dorge e il contrabbassista Niels H. Orsted Pedersen in “Real Tchicai” e il quartetto con due contrabbassisti Thomas Durst e Christian Kuntner assieme al batterista Timo Flaig in “Timo’s message”, dove il musicista danese-congolese esprime il massimo della sua personalità in dischi che oggi ritengo siano nettamente sottovalutati. Poi dopo lunghe parentesi in cui le idee non erano sempre limpide, specie nell’ultimo decennio Tchicai ha avuto le sue soddisfazioni come compositore ed in tal senso vanno menzionate le esperienze veramente “speciali” dei concerti in cava, ai quali gli spettatori potevano accedere solo mettendosi in barca, e dei concerti in teatro con la Musica Sacra Nova, dove l’appagamento artistico consisteva nel fare un transito esplicito con la musica “colta”: grazie alla conoscenza del pastore luterano Christian Hoeg, si inventa un tributo a Sofia su testi cantati in pieno regime lirico, in un contenitore in cui figurano le sue partiture al sax e ai cori, con ciò costruendo un accostamento tra musica liturgica cristiana e free-jazz.
Oggi lo ritroviamo nel progetto dei Lunar Quartet, con il pianista Greg Burk altra mina vagante del jazz odierno, in un contesto musicale vicino a quelli già cavalcati dal sassofonista in passato, che comunque nonostante l’età ci restituisce ancora un rappresentate puro ed efficace delle istanze progressive del jazz nato trent’anni fa.
Discografia consigliata:
-Afrodisiaca, con i Cadentia Nova Danica, Promising/MPS, 1969
-Real Tchicai, Steeplechase, 1977
-Timo's message, Black Saint, 1983
-Grandpa's spells, Storyville 1992
-Moonstone journey, Da Capo 1999
-Anybody home?, Orchard, 2001
-Hymne ti sofia, Calibrated, 2005

Nessun commento:

Posta un commento

Nota. Solo i membri di questo blog possono postare un commento.