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giovedì 15 luglio 2010

Van Morrison





George Ivan Morrison, in arte Van Morrison costituisce uno straordinario esempio di come l’arte nel rock non sia sempre ritenuta secondaria e figlia della degradazione, di come sia possibile creare un personaggio realmente "mitico" senza ricorrere alla trasgressione, di considerare l'artista un perfetto esempio al contrario: non si concede al pubblico, sembra scorbutico, ma conserva dentro di sè l'amore per la musica e per le citazioni positive. L’esperienza che ho fatto vedendolo dal vivo in suo concerto è stata chiarificatrice: uno dei pochi artisti “famosi” salito sul palco in perfetto orario come un vero e serio professionista, esibendosi in uno spettacolo di quasi due ore senza una sbavatura “vocale”, e dulcis in fundo senza nessun bis ulteriore a quello preventivato.
La sua importanza nella musica rock è legata al fatto che ha saputo unire in maniera personale il suo background musicale composto di riferimenti al blues ed a un certo blues inglese degli anni cinquanta, del canto dei soulmen americani, con il suo habitat di melodie folk irlandesi, spazi di folk d’autore, passaggi di swing, il tutto guidato dalla sua magnifica voce che io definisco “in presa diretta”: sentire la sua voce è come attaccare una spina alla presa di corrente: potente, ma anche meravigliosamente “colorata”: la riconoscereste anche ad occhi chiusi.
Il suo primo disco “Astral Weeks” (1968), che viene dopo un brutto periodo personale passato in concomitanza con il suo primo gruppo dei Them e di cui sinceramente non rimane molto, è invece il suo capolavoro ineguagliato e probabilmente uno dei primi dieci dischi della storia del rock: un seminale lavoro ancestrale dove Morrison facendo riferimento a temi della letteratura inglese fornisce un magnifico esempio di impasto tra il cantautorato folk dei sessanta e il jazz usato alla maniera di un orchestrina jazz direi quasi “barocca”, in un progetto che per quell’epoca era totalmente fuori dal tempo. “Astral Weeks” ancora oggi è una pietra miliare per la formazione dei giovani folksingers e di coloro che comunque si approciano al genere rock. Peccato che quella fantasia musical-letteraria svanì troppo presto: il suo secondo episodio “Moondance” ne replica le gesta soprattutto nella prima facciata, mentre la seconda ripropone il Van Morrison più legato al blues, al pop e in generale alla musica popolare: comincia a maturare uno schema che sarà poi l’asse portante di quasi tutti i suoi dischi: una ben congegnata successione di rock songs, di rhythm & blues, di ballate con accenti folk irlandesi, di brani “mistici” dilatati (il suo aggancio ad "Astral Weeks"): “Saint Dominic’s Preview e “Hard nose the highway” ne sono le migliori dimostrazioni. Nel 1974 viene pubblicato anche il suo primo live riepilogativo “It’s too late to stop now” che rimarrà il live più esplicativo della sua carriera. Nello stesso anno esce anche “Veedon Fleece” che lo riporta come un lampo fugace nei meravigliosi territori dell’album d’esordio, ma già dal successivo “A period of transition” Morrison si rigetta a capofitto nella sua collaudata formula musicale; questo non è certamente il periodo migliore dell’artista che non riesce a dare una adeguata profondità ai suoi lavori, cosa che invece gli riesce nel 1979 con l’album “Into the music” che presenta un’uso più intelligente dei fiati e dei violini Irish e che allo stesso tempo costituisce l’occasione per ispessire i temi trattati ed aumentare la componente spirituale della sua musica: gli albums successivi “Common One”, “Beautiful Vision”, “Inarticolate speech of the heart”, “Sense of wonder”, “No guru no method no teacher” e “Avalon Sunset” rappresentano la sua rinascita artistica e ci consegnano un musicista di spessore che non aveva ancora dimenticato la lezione sapiente di “Astral Weeks”. Purtroppo da qui, comincia un nuovo corso che dimostra un evidente appagamento e una perdita progressiva di ispirazione che dura a tutt’oggi: il cantante intraprende tutta una serie di collaborazioni artistiche con musicisti di rango nei generi da lui amati (blues, country, jazz) che si rivelano spesso solo un pallido ricordo delle composizioni del passato.
Riporto la fine dell’articolo che Wikipedia gli ha dedicato come sua biografia, poiché mi sembra molto appropriato…….L'influenza di Morrison può essere riconosciuta facilmente nella musica di molti artisti quali gli U2 (soprattutto The Unforgettable Fire), Bruce Springsteen (Spirit in the night, Backstreets), Bob Seger, Rod Stewart, Patti Smith (responsabile di una versione poetica-proto-punk di Gloria), Graham Parker, Thin Lizzy, Dexys Midnight Runners e molti altri. Tra questi, Bob Seger in un'intervista a Creem ha affermato I know Springsteen was very much affected by Van Morrison, and so was I ("è chiaro che Springsteen è stato molto influenzato da Van Morrison e la stessa cosa è accaduta a me”).


Discografia consigliata:

-Astral Weeks, Warner 1968
-Moondance, Warner 1970
-Saint Dominic’s Preview, Mercury 1972
-Hard nose the highway, Polydor 1973
-Veedon Fleece, Polydor 1974
-Into the music, Warner 1979
-Common One, Warner 1980
-Beautiful Vision, Warner 1982
-Inarticulate speech of the heart, Warner 1983
-A sense of wonder, Mercury 1985
-No guru no method no teacher, Mercury 1986
-Poetic champion compose, Polydor 1987
-Avalon sunset, Mercury 1989
-Hymns to the silence, Mercury 1991
-Too long in exile, Mercury 1993
-The healing game, Mercury 1997

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