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domenica 18 luglio 2010

Jan Garbarek


Il free jazz europeo aveva caratteristiche alquanto personali se confrontate con l’equivalente americano; sebbene avesse in comune con quest’ultimo la libertà di espressione lanciata in un contesto totalmente senza confini tecnici, allo stesso tempo risentiva delle esperienze forti che provenivano dalle avanguardie e dal radicalismo europeo che era una prerogativa non comune a quella americana.
Jan Garbarek (1947), sassofonista norvegese notato in alcuni lavori di Gorge Russell, comincia la sua carriera discografica proprio in quest’ambito come musicista di spicco dell’etichetta Ecm di Manfred Eicher che cercava di organizzare talenti per una nuova generazione musicale: i primi album del sassofonista si distinguono per avere coordinate vicine al free più europeo, memore comunque della lezione americana (Coltrane, Ayler), ma addentrato in territori decisamente più ibridi: da “Esoteric Circe” fino a “Witchi-tai-to” Garbarek da dimostrazione di come fosse influenzato anche dalla fisicità musicale di Peter Brotzmann e Alexander Von Schlippenbach in Germania o Derek Bailey e Paul Rutherford della scena free inglese, passando dal jazz-rock di marca canterburiana e quindi da artisti come Elton Dean. Tutti questi albums suonati con la crema del jazz nordico emergente di quegli anni (siamo a fine 1969), che sono probabilmente entrati nelle classifiche di gradimento (magari top 100) di molti critici jazz, presentano già un musicista che si distingue nettamente per l’originalità del suono del suo sassofono soprattutto tenore: usando il vibrato in maniera pressoché costante, inserisce nello strumento una specie di “tremolo” che è espressione delle sue tematiche e della sua personale estetica che si arrichisce ancor di più non appena l’artista mette da parte l’aggressività degli esordi per intraprendere un discorso più basato sulle atmosfere e sui suoni in modo da far risaltare la sua visione di jazz in pieno ECM-style con l’aggiunta del suo patrimonio folk nordico che costituisce la sua personale sfumatura musicale. Questa svolta che inizia con “Dansere” fa emergere il suo potente e profondo lirismo che si basa sulla trasmigrazione musicale negli oggetti o negli esseri viventi (una specie di uccello messaggero piangente) in un suono inconfondibile che raccoglie sentimenti, umori, sensazioni che sono parte di un linguaggio realmente universale: inutile dire che se oltre alla sua discografia aggiungiamo anche quella in cui è stato parte integrante per effetto di collaborazioni, scopriamo il dna dell’Ecm; tutti i maggiori capolavori dell’etichetta tedesca hanno un riferimento in Garbarek: si pensi al quartetto europeo di Keith Jarrett nei settanta, ad alcuni dischi di Ralph Towner, E. Gismonti, Charlie Haden, Kenny Wheeler.
I dischi da “Dansere” fino a “Photo with……..” del 78 lo rappresentano in un jazz introverso, al limite della spiritualità, di natura nordica in cui Garbarek si libera delle convenzioni ma ancora senza spingersi in divagazioni musicali pienamente ambientali; questo succede solo nel 1981 in “Path Prints” che forte della collaborazione di Bill Frisell lo porta ad affrontare questo “problema”. Su quest’aspetto è nata una forte disquisizione critica al riguardo guidata dalla considerazione che l’artista norvegese seguendo i canoni dell’ambient music o della new age abbia reso le sue melodie non memorizzabili, non ricordabili così come affermava Brian Eno a proposito della sua musica e sulla base di questa considerazione alcuni critici sminuiscono il lavoro fatto da Garbarek negli anni; ma a questi ultimi provate a fargli una controconsiderazione e a fargli notare che anche un lungo assolo free jazz (anche dei migliori) difficilmente è memorizzabile. La libertà di espressione non deve conoscere questi limiti, perciò ritengo che vadano apprezzati anche quei tentativi di fare musica mancante di quella "cantabilità" che spesso viene richiesta dalla nostra mente per memorizzare storicamente un brano musicale. Garbarek, poi, non era un musicista ambient o new age, aveva solo intuito che il jazz poteva essere completato e modernizzato con elementi derivanti anche da altri generi musicali: arrangiamenti classici, spiritualità orientale, elettronica new age uniti al patrimonio folk scandinavo. E’ su queste linee che si è mosso il sassofonista negli ultimi vent’anni specie con la sua produzione solistica in cui ha avuto spesso valide spalle (penso a R. Bruninghaus o a E. Weber), mentre le collaborazioni sono andate in tre tronconi: quelle piuttosto austere con il contrabbassista Miroslav Vitous, quelle riproponenti il mondo della “classica” antica con l’introduzione del sassofono nei canti gregoriani fatta con l’Hilliard Ensemble (in lavori che forse non sono il massimo della creatività) e quelle “world” fatte con musicisti soprattutto islamici (si pensi al tunisino Anouar Brahen, al pakistano Fateh Ali Khan o agli indiani Trilok Gurtu, Zakir Hussain e L. Shankar) che probabilmente rappresentano il punto debole della discografia del sassofonista norvegese.

Discografia consigliata: (escluso i dischi in cui partecipa senza essere il leader della formazione)

-Esoteric Circle, 1969
-Afric Pepperbird,1970
-Sart, 1971
-Witchi-tai-to, 1974
-Dansere, 1975
-Dis, 1976
-Places, 1977
-Photo with blue sky, white cloud, wires, windows and a red roof, 1978
-Eventyr, 1980
-Path Prints, 1981
-It’s ok to listen to the gray voice, 1984
-Legend of seven dreams, 1988
-I took up the runes, 1990
-Twelve moons, 1992
-Visible world, 1995
-Rites, 1998

Tutti per la ECM

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