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venerdì 25 giugno 2010

Country-folk: Mary Chapin Carpenter/Mary Gauthier


Tra i tanti “incroci” che la musica rock e i suoi sottogeneri subì, ve ne fu uno particolarmente importante alla fine degli anni sessanta: il country-folk. Fino ad allora la maggior parte dei musicisti folk aveva già sconfinato nel country (vedi il seminale album dei Byrds “Sweetheart of the rodeo”) o viceversa, ma le due cose amalgamate assieme ebbero un loro compimento solo con l’arrivo di una importante generazione di cantautori che riuscì a mettere insieme due fondamentali esigenze di espressione: parlare di temi sociali o fornire canzoni di protesta (prerogativa del folk) con basi musicali che provenivano essenzialmente dalla cosiddetta musica “di campagna”: questi cantautori erano John Prine, John Stewart, Guy Clark, il canadese Gordon Lightfoot, il tenebroso cantautore texano Townes Van Zandt, Waylon Jennings, Neil Young periodo “After the gold rush” e qualche anno più tardi lo furono Jackson Browne (soprattutto in “For Everyman”) e Linda Ronstadt, appartenenti all’area losangelina e James Taylor prima maniera. Lo stesso Bob Dylan affrontò il filone in uno dei suoi albums degli anni settanta “Nashville Skyline” in cui idealmente sposa la parte folk con quella country dell’allora presente Johnny Cash. A proposito della definizione di country-rock mi sembra molto appropriata quella fornita dalla rivista di country online The Long Journey…..gli artisti ai quali è data questa etichetta sono di matrice country. Si tratta di cantanti che, di norma, scrivono le proprie canzoni rispettando gli stilemi e la metrica del traditional country. Artisti che cercano di scavare più a fondo nell’animo, alla ricerca di quegli aspetti meno evidenti del carattere umano e dei suoi comportamenti relazionali. Taluni vanno oltre, mettendo a disposizione della Società la propria sensibilità artistica, dedicandosi a tematiche quali la Pace, i diritti dell’Uomo, la giustizia sociale, i diritti della Donna, ecc………..Negli anni successivi il genere subì molti arricchimenti musicali (lo spettro cominciava ad allargarsi anche ad elementi di altri generi (pop, blues) e specialmente per Nashville costituì sicuramente la parte meno melensa della sua espressività: nacquero nuove cantautrici soprattutto al femminile (nelle quali la folksinger Joni Mitchell rivestirà un'influenza dominante)tra le quali impossibile non menzionare il contributo di Nanci Griffith, e più recentemente Iris Dement, Patty Griffin, Mary Chapin Carpenter e Mary Gauthier.
Sono proprio queste due ultime cantautrici che in questi giorni hanno pubblicato i loro ultimi albums.
Mary Chapin Carpenter, inizialmente partita con una vena leggermente più popolare ha saputo dopo alcuni albums aggiustare il tiro delle sue composizioni e proporre un maturo country-folk moderno grazie ad una produzione più accattivante e uno stuolo di musicisti di valore. Il suo espressivo timbro vocale da “angelo da confessionale” trascina fuori dal guscio tutta una serie di sentimenti che trovano compiutezza nelle sue canzoni, così come confermato dai suoi due ultimi albums “Between here and gone” (Columbia R., 2004) e “The calling” (Zoe Records, 2007) che avevano già elevato il valore della cantautrice statunitense allontanandola da composizioni orientate verso le classifiche. “The age of miracles” (che sembra essere riferito alla sanità raggiunta dalla cantante dopo una malattia contratta in un tour) si ripropone nella scia di questi ultimi, sebbene la differenza si riscontri soprattutto nel numero dei brani più riusciti: dove quelli dei suoi capolavori presentano una maggiore omogeneità verso l’alto, “The age of miracles” (Zoe R. 2010) è equamente diviso fra brani ben costruiti ed altri “normali”, ma che comunque danno l’idea ancora di un’artista valida e in forma.
Mary Gauthier è invece una particolare “figlia” postuma di John Prine e Terry Allen: sfortunata ragazza di New Orleans, la Gauthier ha dovuto faticare parecchio prima di affermarsi negli ambienti musicali. In possesso di una voce “scheletrica”, senza tono, spesso in talking, ha cercato di tramutare in musica le sue sventure personali, dapprima celatamente in bellissimi albums come “Drag queens in limousines” (Groove House R. 1999) e “Mercy Now” (Lost Highway R., 2005) ed ora esplicitamente nel suo nuovo “The foundling” (Razor & Tie, 2010) album autobiografico che tocca (in alcuni momenti) vertici espressivi notevoli; sicuramente su questo nuovo episodio della Gauthier pubblico e critica musicale saranno certamente divisi, poiché “The foundling” costituisce forse il miglior disco della sua carriera se preso dal lato dell’idea di costruire un disco “concept” (cioè a tema) con intermezzi e strutture che non sono nel dna del country-folk; dall’altra può rivelarsi come una prova minore nella sua discografia attuale specie se rapportato alla quantità di “benessere” musicale da trasmettere e quindi in tal caso con difficoltà nella sua fruizione.

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