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martedì 18 maggio 2010

Natalie Merchant. Leave your sleep


Può essere considerata la Emily Dickenson della musica rock: Natalie Merchant, americana di origini irlandesi e italiane, cantante del gruppo dei 10.000 Maniacs, gruppo all'epoca di spicco del movimento "new jingle jangle" (ossia una versione aggiornata del suono dei Byrds) negli anni ottanta assieme ai Rem, Db's, ecc., intraprese una bella carriera solistica nel 1995 con l'album "Tigerlily" in cui, sviluppando il suono della band, dava un'ottimo esempio di continuità della musica folk d'autore: con le dovute differenze, lo stile era molto vicino alle cantautrici Carole King e Joan Armatrading. In possesso di una voce impalpabile ma colorata da slanci gutturali magnifici, e con testi che pescavano a piene mani nelle vicissitudini delle donne, la Merchant divenne anche regina delle classifiche con alcuni brani di quel fortunato album ("Carnival", "Wonder"). Si ripresenta tre anni dopo con Ophelia (1998), più pacato, riflessivo che segna una regressione rispetto a "Tigerlily". Ancora tre anni e Natalie ritorna con la più valida prova discografica di Motherland (2001), che vira più sulla compostezza della produzione: l'artista integra il suo folk con elementi di blues e soul con testi che celano l'insoddisfazione per i comportamenti assunti nella sua nazione; da una parte in questo disco si ascolta la migliore versione del canto della Merchant (specie in episodi di altissimo livello come "Motherland" o "Put the lawn on you", dall'altra contiene episodi forse troppo riflessivi che alla fine ne riducono in parte la portata artistica come ad es."Golden Boy" o "Henry Darger".
Poi ancora un periodo lunghissimo di assenza fino a questo nuovo lavoro doppio, che sembra abbia richiesto mesi di preparazione anche per l'elevato numero di contributi musicali. "Leeve your sleep" è una raccolta "storica" di poesie trasposte in musica che utilizzano vari generi musicali per esprimersi: essendo storica si parte dal folk irlandese al country, dal suo consueto folk popolare al jazz e al blues, addirittura raggae, cajun e klezmer. Lo stato dell'arte qui è sicuramente positivo, ed oggettivamente curato nell'idea e nei contenuti: tuttavia l'opera si allontana dai clichè della Merchant dei suoi primi tre albums, ha un forte connotato "roots" e la musica, dovendosi adeguare ad un contesto "popolare" e non frutto della propria immagine creativa, nel complesso risulta un pò troppo subliminale, e non colpisce "emotivamente" in modo diretto come nel passato.

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