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giovedì 11 marzo 2010

John Hiatt

 

 In occasione del suo ultimo disco "The open road" New West Records, 2010, (del quale preferisco non parlare) ripercorriamo brevemente le principali tappe della carriera di John Hiatt, originale cantautore americano, cinquantottenne, nativo dell'Indiana.

Leon Russell aveva creato tra la fine dei sessanta e l'inizio dei settanta un suo entourage musicale, componendo e suonando in diversi dischi di cantanti che poi sarebbero diventati famosi (Joe Cocker, Eric Clapton, Steve Winwood, ecc.) L'esordio di Hiatt nel 1974 "Hangin' around the Observatory" si poneva proprio in quella tradizione dei cantanti "soul" leggeri, sebbene mostri anche altre influenze. (il brano migliore è una ballata country-folk "Rose"). Con il successivo "Overcoats" 1975 si indirizza maggiormente verso il rock ed il country: tuttavia nonostante qualche brano già di alto livello ("One more time" "Smiling in the rain"), John non ha ancora maturato la sua personalità musicale. Quando si trasferisce a Los Angeles cambia coordinate e da lì inizia la sua vera carriera: in possesso di una voce "black" fenomenale pur essendo bianco, comincia a incidere in una vena melodica molto vicina a quella di artisti come Graham Parker o il primo Elvis Costello: il suo è un cocktail di generi musicali, un impianto sonoro che risente molto delle mode musicali di quei tempi: siamo a fine anni settanta e il punk è il genere imperante: "Slug Line",1979, è il suo primo album importante che nell'insieme restituisce un artista dotato di grande freschezza compositiva. Le prove discografiche successive, nonostante la qualità spesso "leggera" del materiale, confermano lo standard compositivo dell'artista americano che viene definito dalla critica a ragion veduta, il "Costello d'America". Con l'album "Warming up to the ice age", 1985, comincia una prima emancipazione dello stile verso un più marcato gusto sudista, che costituisce l'inizio della stagione migliore del cantante. Purtroppo, come avviene spesso, (penso per es. a Jackson Browne prima dell'album "The Pretender"), gli avvenimenti tragici della vita personale di John, lo conducono dritto dritto al suo capolavoro "Bring the family" 1987, disco in cui la partecipazione di Ry Cooder, Nick Lowe e Jim Keltner conferisce alla musica un sapore che è allo stesso tempo agre e nostalgica, amara ma speranzosa: in questo disco emergono delle grandi songs che fanno parte del miglior patrimonio cantautorale americano: oltre alla splendida "Have little faith in me", assolutamente da incorniciare sono "Memphis in the meantime", "Alone in the dark" e le ballate "Lipstick Sunset" e "Tip of my tongue", senza dimenticare la più costelliana "Learning How to Love You". Particolare riguardo ai testi: ........in tempi in cui si sfornano love songs con le massime dei Baci Perugina e l'eros è ridotto a una marca di slip, Hiatt restituisce senso al parlar d'amore, salvandolo da banalità e sentimentalismi con un linguaggio schietto e reale....così scrive Mauro Zambellini nel suo libro "Southern Rock". Hiatt ci riprova l'anno successivo con "Slow Turning" ma l'album è nel suo complesso inferiore a "Bring the family", nonostante abbia anch'esso notevoli canzoni come la title track e "Drive South"; continua nel 1990 con "Stolen Moments" dove firma una serie di canzoni che pur non avendo la drammaticità di "Bring the family", ci restituiscono un artista finalmente sereno che scrive grandi canzoni come "Real fine love", "Seven Little Indians", "Thirty years of tears", "Through your hands". Poi, influenzato dalle mode "grunge" nel 93 fa uscire alle stampe "Perfectly good guitar" un album notevolissimo ed omogeneo in cui difficile ed ardua è l'impresa di sceglierne la migliore. Dura poco questa svolta perchè nel '95 la sua nuova uscita "Walk on" ritorna ad un songriting di stampo classico ma nondimeno di valore: Hiatt scrive ancora canzoni come "Cry Love", "Walk on", "The river knows your name" e "Wrote it down and burned it", con quest'ultima che fa pensare ad una transizione verso un stile più evoluto. Purtroppo, però non è così: il disco successivo "Little Head" è un disco di canzoni pop che delude non poco. Il 2000 è l'anno del folk-blues acustico di "Crossing Muddy Waters", da molti considerato uno dei suoi lavori migliori, e l'anno successivo di "The Tiki Bar Is Open", un album suonato splendidamente (complice la presenza del bravissimo chitarrista Sonny Landreth e dei Goners, la sua miglior band) che sembra indurre ad una nuova fase creativa. Invece, devo ammetterlo, è il suo canto del cigno!! Da quest'album in poi, si inaugura una fase di mancanza di ispirazione palesissima, che purtroppo invece fa pensare ad un musicista pienamente appagato e lontanissimo dai fasti del passato.

Discografia consigliata:
Slug Line, MCA Records, 1979.
Two Bit Monsters, MCA Records, 1980.
Bring the Family, A&M Records, 1987.
Slow Turning, A&M Records, 1988.
Stolen Moments, A&M Records, 1990.
Perfectly Good Guitar, A&M Records, 1993.
Walk On, Capitol Records, 1995.
Crossing Muddy Waters, Vanguard Records, 2000.
The Tiki Bar is Open, Vanguard Records, 2001.

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